Intervista a Elisa Caponetti

“Vittime di violenza: storie di ordinaria quotidianità”, ultimo lavoro della psicologa e psicoterapeuta Elisa Caponetti. Spunti di riflessione e testimonianze sul tema della violenza.  

Psicologa dell’età evolutiva, psicoterapeuta minori, adulti, coppie e famiglie, psicologa giuridica, coordinatore gruppo di lavoro forense, ordine degli psicologi, CTU tribunale di Civitavecchia, CTP civile e penale, ed in passato direttore dipartimento di Psicologia Iurs e coordinatore psicologia giuridica Ordine Psicologi Lazio. E’ Elisa Caponetti, professionista attiva in diversi ambiti per il sostegno di coppie, minori e famiglie, terapia del divorzio, sostegno alla maternità e paternità, promozione del benessere. Il tema della violenza è sempre presente nei suoi dibattiti e incontri, un tema purtroppo molto attuale, mai come in questo preciso momento storico, che vede coinvolti molti professionisti al fine di cercare una soluzione per attenuare un dramma che sta dilagando e distruggendo la nostra società. Di recente pubblicazione il suo ultimo lavoro dal titolo “Vittime di violenza: storie di ordinaria quotidianità” (Albatros) in cui affronta molti interrogativi sull’argomento: cos’è esattamente la violenza? Come si espleta? Come si contrasta? Come si può intervenire onde evitare una tragica deriva? Quali sono i comportamenti da adottare nei confronti delle vittime? E nei confronti dei carnefici? L’abbiamo incontrata per i lettori di Condivisione Democratica per il numero di marzo.

“Spesso, invece, si è incapaci di distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto” scrive nella sua introduzione. Ma uccidere è male, è ingiusto. Questo credo sia sufficientemente chiaro in ognuno di noi.

“Ha ragione, dovrebbe essere chiaro in ognuno di noi ma è evidente che non lo è, altrimenti non assisteremmo a così tanti agiti violenti. E’ chiaro che il senso di giustizia è qualcosa di molto più complesso e non ha un valore assoluto, sono tanti gli elementi che entrano in gioco”.

La Tv, la musica ed i mass media sembrano affrontare con leggerezza alcune affermazioni, anzi, c’è attualmente un abuso nei testi e nelle trasmissioni della violenza quasi ci fosse una sorta di “fame” da saziare da parte di lettori, ascoltatori e telespettatori. Perché questa tendenza?

“I contenuti trasmessi a vari livelli rispecchiano in un certo qual modo le aspettative e le preferenze del pubblico. Ciò non significa necessariamente che le persone siano attratte da contenuti e messaggi violenti perché a loro volta sono tendenti ad agiti aggressivi. Ma sicuramente i tanti programmi di cronaca, dove vengono seguiti con interesse cruenti omicidi, riscuotono molto successo. E questo è un dato certo. Del resto è innegabile che il crimine ha sempre affascinato”.

Attualmente ciò che appare sempre più in primo piano è la violenza che una donna decisa a separarsi deve subire non solo da parte dell’ex marito, ma dalle stesse istituzioni che pare abbiano avuto una vera e propria inversione di tendenza. Anche dall’avanti all’evidenza si presuppone che la donna voglia “fare del male” al padre dei suoi figli, allontanandolo dalle proprie vite. Tutto questo viene presentato come “tutela delle bigenitorialità”. Come spiega questo fenomeno?

“Mi rendo conto che chi non ha esperienza di lavoro in questo ambito, ha difficoltà a comprendere le tante variabili in gioco. Innanzitutto occorre dire che non si può generalizzare e dare una risposta univoca. Ogni situazione di separazione è diversa da un’altra. Occorre fare ancora molti passi in avanti e nelle situazioni di separazione, vanno necessariamente distinti i casi in cui ci troviamo di fronte a situazioni di elevata conflittualità da quelle di maltrattamento e violenza. Spesso purtroppo, assistiamo anche a tanti casi di false denunce e falsi abusi. Attorno alla genitorialità, purtroppo si possono innescare situazioni di grande diversità. Occorre grande professionalità e preparazione per gestire queste situazioni e riconoscere quando la donna è realmente in situazione di pericolo o quando viceversa, le denunce sono strumentali ad estromettere l’ex coniuge da una condivisione della genitorialità”.

L’uomo, in particolar modo, sembra del tutto incapace di affrontare, vivere e risolvere il proprio dolore. Nel passato si uccideva per altri motivi, quasi a voler manifestare il proprio dominio e la propria forza, oggi sembra esattamente il contrario, si uccide per debolezza. Cosa è accaduto all’uomo?

“Non è possibile dare una risposta univoca in quanto non esiste una sola ed unica risposta a questa domanda. La violenza va sempre ricerca individuando i fattori relazionali, storici, culturali, simbolici, psicologici che caratterizzano ogni determinata singola storia e atto di violenza”.

“La nuova dipendenza: drogarsi d’amore. Amare troppo è calpestare se stesse”. Non crede che il problema non sia “amare troppo”, ma amare la persona sbagliata, perché in realtà “amare” non comporta mai un dover misurare il proprio sentimento, ma valutare bene e preventivamente a chi è diretto questo amore?

“Si possono amare persone sbagliate ma si può anche amare nel modo sbagliato. Il punto è la differenza tra l’amore sano e quello patologico. Il troppo amore può essere legato ad una bassa autostima e ad una profonda insicurezza. Spesso si avverte un senso di inadeguatezza che ci si illude di poter compensare attraverso l’amore per l’altro. In un rapporto sano la relazione è bilanciata. Ho consapevolezza di chi sono e di cosa l’altro rappresenta per me. Lo vedo e lo accetto per come realmente è”.

Lei scrive che la violenza non è una questione di genere, eppure non possiamo non prendere atto che i casi in cui il mostro è “LEI” sono realmente casi isolati ed il fenomeno è indubbiamente maschile non solo nel numero ma anche nelle modalità efferate, cruente, premeditate.

“Certamente assistiamo ad un maggior numero di agiti violenti da parte degli uomini e questo è un dato innegabile. Ho però ritenuto importante dare voce ad un fenomeno rarissime volte affrontato e che invece esiste, ovvero quello delle donne violente, tra l’altro molto spesso tenuto sommerso. Semplicemente perché emerge con più difficoltà, si tende a pensare che non esista. Tanti uomini non denunciano in quanto essendo uomini temono non soltanto di non essere creduti ma anche di venire beffeggiati e ridicolizzati. Come se venisse meno la loro virilità. Un uomo che vuole presentare una querela spesso ha paura di essere preso in giro. Bisogna imporsi di affrontare il problema e far capire che è un fenomeno che esiste in entrambi i sessi, nelle diverse culture e classi sociali”

Il diverso agire nei confronti dei figli da parte dell’uomo e della donna ci porterebbe a considerare che spesso una madre a tutela dei figli ha un suo agire di tolleranza e sopportazione, mentre al contrario un padre ne fa un “utilizzo” per aggravare ulteriormente la violenza. Quanto è differente il “sentire” di un uomo e di una donna relativamente al proprio ruolo di genitore?

“Purtroppo molto spesso questo accade e non si comprende che così la situazione in realtà precipita ancor di più. Spessissimo, molte donne affermano di avere paura di separarsi perché temono poi di perdere i figli. Non si tratta però semplicemente di tollerare e di sopportare, ma di continuare a subire condizioni di violenza a cui seppur indirettamente assistono i figli. L’unica vera tutela è quella di allontanarsi e denunciare immediatamente. 

In merito invece ad una differenza in generale, tra uomini e donne, questo che afferma è legato ad un pregiudizio culturale. Ci sono molti uomini che rivendicano con forza il loro ruolo di genitori e che sanno prendersi cura dei figli allo stesso modo di una donna. Le situazioni vanno contestualizzate”.

Sentirsi “un vaso rotto”, chiedere aiuto al terapista per “rimettere ordine nella propria vita”, volersi sentire a tutti i costi “perfetta” per il proprio uomo, sono tutte richieste d’aiuto di donne ridotte a pezzi psicologicamente prima ancora che, nei casi più drammatici, ciò accada anche a livello fisico. Può l’amore ridurre un essere umano in una condizione di tale e tanta fragilità? 

“Purtroppo si! E’ proprio per questo che ho scelto di raccontare alcune tra le storie vere raccolte in questi anni di lavoro. Spero che questo possa aiutare le persone a riconoscere di vivere una situazione non sana e a porre immediatamente rimedio”

Nel suo libro c’è una intervista a Filomena Lamberti, la donna che il 28 maggio 2012 è stata sfigurata con l’acido dal marito. Cosa l’ha portata a scegliere proprio lei tra le tante donne vittime di violenza?

“Filomena Lamberti rappresenta un esempio di forza e di coraggio. Impiega il suo volto come campagna antiviolenza. Gira per le scuole, interviene a convegni, fa di tutto per poter sensibilizzare sul fenomeno. Inoltre ha dimostrato che si può sempre reagire e non bisogna avere paura”.

Quali sono i messaggi fondamentali che un genitore dovrebbe trasmettere ai figli, maschi e femmine, affinchè si tenti di dare una educazione ed un indirizzo verso un sano ed equilibrato rapporto sentimentale?

“Essere genitori ed educare i figli, si sa, è uno dei compiti più difficili.

Tanti i dubbi e le paure di poter sbagliare. Bisognerebbe intanto avere consapevolezza che gli insegnamenti non passano soltanto attraverso il linguaggio verbale, ma anche attraverso i nostri comportamenti, i nostri agiti e le nostre emozioni. E i figli sono come delle spugne. Assorbono tutto ciò che vivono e respirano intorno a loro, anche ciò che gli trasmettiamo inconsapevolmente. Riusciamo nel compito, sicuramente se infondiamo loro sicurezza in se stessi e autostima, poi è chiaro che ognuno darà maggior rilievo ad alcuni valori piuttosto che ad altri (rispetto, generosità, educazione, umiltà, ecc.)”.

Quanto è importante il ruolo della scuola nell’educazione sentimentale e sessuale? Secondo lei c’è attualmente un orientamento organizzato e strutturato in modo costruttivo verso una predisposizione più sana dei giovani nei rapporti umani?

“E’ molto importante e fortunatamente oggi, rispetto al passato, c’è maggior attenzione a tutto ciò”.

E’ attuale la bufera che sta travolgendo tutta la rete di supporto dei giudici nei tribunali per i minorenni, mi riferisco ad assistenti sociali, CTU, psicoterapeuti, case famiglia. Si pensi solo ai casi di Laura Massaro e Ginevra Pantasilea Amerighi. Qual è la sua opinione in merito? 

“Essendo CTU, sono consapevole non solo di avere una grande responsabilità nello svolgimento del mio lavoro ma anche della grande complessità e difficoltà che implica. Ritengo che allo stato attuale ci siano molti problemi e che il primo passo per affrontarli sia la necessità di verificare le reali competenze di chi lavora in questo ambito. Andrebbero poi riviste e modificate tante cose…”

E’ più elevato il numero di violenza nei casi di coppia con figli o senza?

“Sappiamo che la maggior parte delle violenze sono agite all’interno delle relazioni di coppia. Sicuramente l’avere dei figli aumenta anche il numero dei casi, rendendo più difficile la gestione di una separazione”.

Un tempo si sosteneva che la violenza fosse maggiore negli ambiti caratterizzati maggiormente da un livello culturale più basso o da condizioni di vita più povere, spesso si faceva riferimento al sud. Oggi mi sembra che questo aspetto sia stato abbondantemente superato, anzi mi pare di osservare che ci sia addirittura una inversione di tendenza. L’aspetto economico gioca un ruolo importante nella decisione di uccidere?

“Purtroppo, abbiamo visto che la violenza può generarsi in qualunque contesto sociale e culturale e che sono molteplici gli elementi di rischio.

Sicuramente però una cosa va detta. La violenza passa anche attraverso il controllo economico. La donna che non lavora e non ha una propria indipendenza è più assoggettata all’uomo ed ha più difficoltà a svincolarsi da una relazione difficile. L’aspetto economico può accrescere un ruolo di potere”.

Ci sono speranze che, prima o poi, ci sia una diminuzione dei casi di violenza attraverso una legge più appropriata ed una rete più sana?

“Deve assolutamente esserci! Sono stati fatti moltissimi passi in avanti, Codice Rosso ne è un esempio e c’è sempre più attenzione al fenomeno. Ovviamente c’è ancora molto da fare. Uscire dalla spirale di violenza è possibile ma può diventare estremamente difficile. Bisogna rompere il silenzio e denunciare immediatamente. Non è facile ma occorre trovare la forza per denunciare subito e tempestivamente. È quindi estremamente importante sensibilizzare quanto più possibile sul fenomeno e farsi aiutare evitando così che una situazione di alta conflittualità, degeneri in un contrasto insanabile e negli eccessi sanguinosi di cui purtroppo sono piene le cronache nere contemporanee”. 

Gran parte della sua esperienza professionale è contenuta nel suo libro. Quali aspetti sono per lei prioritari?

“Comprendere che occorre affrontare la violenza come un fenomeno molto variegato e complesso, spesso difficile da riconoscere nelle sue forme più subdole e apparentemente meno visibili. Questo è un presupposto essenziale. Fare ciò, implica che anche gli interventi devono necessariamente essere complessi, articolati e su più livelli. Occorre agire anche e molto, sul piano della prevenzione. Nel libro ho volutamente inserito un contributo del Questore Ricifari e dell’Avvocato Maria Letizia Sassi, proprio per sottolineare la necessità di agire su più livelli. Occorre fare rete”.

Crede nella riabilitazione del violento? Quali mezzi potrebbe usare la società per intervenire preventivamente ed in modo efficace anche al di là della giustizia che spesso non è chiamata ad intervenire o interviene in modo tardivo?

“E’ a partire dagli anni ‘70 che si sono sviluppati nel mondo diversi modelli di trattamento per autori di violenza. Allo stato attuale ci sono diverse esperienze in corso (percorsi di riabilitazione vari, il centro uomini maltrattanti, ecc.). E sono diversi gli studi in atto. Certamente non è affatto facile ma occorre fare il possibile per tentare la riabilitazione.

Attualmente gli sforzi messi in campo sono molti di più che nel passato ma i numeri dei femminicidi, ci dicono che quanto fatto fino ad ora non è ancora sufficiente. C’è tanto ancora da fare. Il primo passo è però quello di sensibilizzare sul fenomeno e facilitare le persone nel denunciare facendole sentire meno sole. Occorre poi lavorare per garantire una rete di sostegno ed evitare che, come purtroppo ancora spesso accade, anche donne che hanno denunciato, vengano poi uccise”.

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