Dannate nuvole – Riflessioni

“DANNATE NUVOLE”, Vasco Rossi.

Diciamo subito che è un testo straordinariamente bello e pieno di significati.  In esso, si intravedono temi filosofici che richiamano la memoria attuale di Leopardi, di Schopenauer, di Nietzsche per giungere a Freud.

Vasco Rossi descrive il momento in cui camminando sulle “dannate nuvole” vede le cose che sfuggono dalla sua mente e constata che “niente dura”, ben sapendo però, che non ci si abitua mai a questa condizione…, e anche, quando cammina in questa “valle di lacrime” vede che “tutto si deve abbandonare perché, “niente dura, anche se non riusciamo ad abituarci…”.

Come non vedere l’influsso di temi leopardiani, che vanno dalla tristezza della vita ad uno slancio di vitalità interiore? In Vasco, c’è la stessa riflessione: la vita è fatta naturalmente per la vita e non per la morte. Vale a dire, come afferma Leopardi, “…è fatta per l’attività, e per tutto quello che v’ha di più vitale nelle funzioni de’ viventi”.

In queste poche righe Vasco rappresenta il vero significato del vivere; dalle cose che sfuggono dalla nostra mente al fatto che “niente dura”, ovvero la consapevolezza che niente è eterno e che niente dura su questo mondo. Consapevolezza del fatto che, prima o poi, dobbiamo, inesorabilmente, “…abbandonare”. Nonostante ciò, noi non ci abituiamo mai a questa condizione. Siamo consapevoli del nostro stato di inferiorità, delle nostre fragilità, dei nostri umori e turbamenti, però, come presi da uno slancio vitale, la nostra attività rinasce, dando un significato vero al senso della vita.

Dunque, se per forza di cose vogliamo definire Vasco Rossi un nichilista, ebbene egli è un nichilista per la vita e non per la morte.

Quando da alcune persone si sente affermare la parola “verità”, Vasco dice di essere confuso, non è sicuro perchè gli “viene in mente che non esiste niente, solo del fumo, niente di vero…”. Subentra un atroce dubbio sull’esistenza di Dio. Questo è un tema molto caro a Vasco, che sente nel suo più profondo stato interiore. Già con la canzone “Portatemi Dio”, da parte di Vasco non c’è alcuna mediazione. Chiede di poter parlare con Dio, tanto per farci quattro chiacchiere, e non lo chiede usando le buone maniere. L’accusa rivolta a Dio è di alto tradimento… È lo stesso Vasco a precisare il suo pensiero: “Quella canzone mi ha procurato diverse scomuniche pubbliche. Ma io, in realtà, per questo genere di cose, avevo già il pelo sullo stomaco. A quel punto mi sono detto:”Se devo dire le cose come stanno, io dico quello che ho vissuto…” “…Se dite c’è Dio, allora portatemelo, che gli devo dire delle cose. Gli devo chiedere delle spiegazioni. Che poi, tra l’altro, devono anche smettere di scipparmi la mia fede, di dipingermi come ateo. Io ci credo, in Dio. Secondo me esiste…”(VASCO, La biografia di Michele Monina).  Come non vedere in Vasco, una persona fortemente convinto dell’esistenza di Dio?

Perché si continua ancora oggi ad attaccare un pensiero che, se pur avvolto da un atroce dubbio, è comunque la testimonianza di una persona che, nonostante le avversità della vita, crede in Dio e con lui vorrebbe comunicare? Le persone che hanno a cuore la scoperta della “verità”, dovrebbero continuamente esplorare il proprio Io, attraverso un’opera di riflessione interna capace di indicare la via giusta, il percorso della nostra esistenza; cogliere il lato positivo delle nostre fragilità che spesso sono la conseguenza del nostro vivere in una “valle di lacrime”.

Se noi consideriamo il percorso autorale di Vasco Rossi, a partire dai testi: “Colpa d’Alfredo”, “Fegato, fegato spappolato”, “vita spericolata”, “Siamo solo noi”, “Albachiara”, “Bollicine”, “C’è chi dice no” e, con altro brano manifesto della rockstar di Zocca, “Sally” dove, dopo aver descritto le disillusioni di una ragazza dice:

” …perché la vita è un brivido che vola via

è tutto un equilibrio sopra la follia

sopra la follia…”

“…Senti che fuori piove

senti che bel rumore

ma forse Sally è proprio questo il senso, il senso

del tuo vagare

forse davvero ci si deve sentire

alla fine un po’ male

forse alla fine di questa storia

qualcuno proverà il coraggio

per affrontare i sensi di colpa

e cancellarli da questo viaggio

per vivere davvero ogni momento

con ogni turbamento

e come se fosse l’ultimo…”

Come non scorgere da queste parole un senso sacro della vita? Un senso di forte attaccamento a tutto ciò che ci circonda, compreso anche la voglia di essere collegati con un Dio che, nonostante le amarezze di una vita vissuta, è comunque l’ancoraggio del nostro vivere quotidiano? Non è paura dell’aldilà, è consapevolezza di vivere in un mondo macchiato da tanta infamità; ancora il mondo è costellato da guerre, da tante forme di violenze, ma anche dalla gioia di vivere in modo spensierato alla solitudine di tante vite spezzate dal dolore…

Questo è il messaggio di Vasco Rossi: un grande poeta del nostro tempo che tutti, credo, gli debbano una infinita riconoscenza, per averci dato magnifiche canzoni, dove intere generazioni si sono ritrovate. Per averci dato magnifiche emozioni e una vita dove non c’è mai noia:

“…Voglio una vita che se ne frega

che se ne frega di tutto si

voglio una vita che non è mai tardi

di quelle che non dormono mai…”

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