Giacomo Leopardi – Johann Gottlieb Fichte (due filosofi a confronto)

La filosofia di Leopardi è quella del pessimismo “cosmico”, ateo e materialista. La sua poesia è tutt’altro che consolatoria, bensì è concepita come un modo di evasione ai dolorosi momenti della vita, ai problemi esistenziali e, direi, storici. E’ una filosofia tutta inscritta nel racconto della modernità: in epoca rinascimentale l’uomo è capace di trasformare il mondo appropriandosi dei poteri del divino, fino alla crisi ed espropriazione di questo progetto, dalla speranza rivoluzionaria della Repubblica fiorentina, incarnata nella disupotia di Macchiavelli, alla repressione seicentesca con l’uccisione di Giordano Bruno e la condanna di Galilei, dalla innovazione illuministica e i suoi esiti rivoluzionari, alla espansione capitalistica.

Tutta la poetica leopardiana ruota attorno a questa coscienza del tempo e della sua crisi. Proprio nella poesia troviamo i momenti più alti della nuova insorgenza rivoluzionaria del secolo: Holderlin, Leopardi e Rimbaud ne sono i più fedeli interpreti. In essi è alta l’interpretazione del pensiero e della speranza. Del resto, è proprio da questo punto di partenza che incontreremo il pensiero di Marx, Nietzsche e Freud.

Con Leopardi, l’Italia si porta a grandissimi snodi storici, poetici e filosofici epocali.

Leopardi affronta il problema dell’infelicità dell’uomo nel mondo moderno. L’uso della moneta… delle arti, un tratto della modernità, un tratto che indica il sistema capitalistico dell’epoca: “Osservate poi, nella stessa moderna perfezione delle arti, le immense fatiche e miserie che son necessarie per procurar la moneta alla società. Cominciate dal lavoro delle miniere, ed estrazione dei metalli, e discendete fino all’ultima opera del conio. Osservate quanti uomini sono necessitati ad una regolare e stabile infelicità, a malattie, a morti, a schiavitù (o gratuita o violenta, o mercenaria) a disastri, a miserie, a pene, a travagli d’ogni sorta, per procurare agli altri uomini questo mezzo di civiltà, e preteso mezzo di felicità. Ditemi quindi 1. se è credibile che la natura abbia posta da principio la perfezione e felicità degli uomini a questo prezzo, cioè al prezzo dell’infelicità regolare di una metà degli uomini (e dico una metà, considerando non solo questo, ma anche gli altri rami della pretesa perfezione sociale, che costano il medesimo prezzo). Ditemi 2. se queste miserie de’ nostri simili sono consentanee a quella medesima civiltà, alla quale servono. È noto come la schiavitù sia difesa da molti e molti politici ec. E conservata poi nel fatto anche contro le teorie, come necessaria, al comodo, alla perfezione, al bene, alla civiltà della società. E quello che dico moneta, dico pure alle derrate che ci vengono da lontanissime parti, mediante le stesse o simili miserie, schiavitù ec. Come il zucchero, caffè ec.  ec. e si hanno per necessarie alla perfezione della società… E notate che l’uso della moneta quanto è necessario a quella che oggi si chiama perfezione dello stato sociale, tanto nuoce a quella perfezione ch’io vo predicando; giacchè il detto uso è l’uno de’ principalissimi ostacoli degli stati liberi, alla preponderanza del merito  vero e della virtù… e l’una delle principalissime cagioni che introducono e appoco appoco costringono la società all’oppressione, al dispotismo, alla servitù, alla gravitazione delle une classi sulle altre, insomma estinguono la vita morale e intima delle nazioni, che le nazioni medesime in quanto erano nazioni”.

Il pensiero leopardiano non ammette alcuna mediazione: “La vita è fatta naturalmente per la vita, e non per la morte. Vale a dire è fatta per l’attività, e per tutto quello che v’ha di più vitale nelle funzioni de’ viventi”.

Leopardi è riuscito con il suo pensiero ad abolire i confini tra poesia e filosofia, prediligendo la potenza e le illusioni, ragione e sentimento, finito e infinito, inganni e disinganni.

Il primo disinganno, capace di ispirarlo, è la decadenza civile dell’Italia:

O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l’erme

Torri  degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

I nostri padri antichi.

Questa è dunque l’Italia senza più gloria. Nessuno combatte per lei. Leopardi con voce impetuosa invocando le armi afferma:

…Nessun pugna per te? Non ti difende

Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo

Combatterò,  procomberò sol io.

Dammi, o ciel, che sia foco

Agl’Italici petti il sangue mio.

Il problema del Risorgimento nazionale è affrontato da Leopardi con una forte ansia di intervento e di condivisione dei temi culturali del suo tempo. In una lettera a Pietro Giordani del 6 agosto ’21 afferma: “In ogni modo proveremo di combattere la negligenza degli Italiani con armi di tre maniere, che sono le più gagliarde: ragione, affetto e riso”.

Johann Gottlieb Fichte nacque a Rammanan il 19 maggio 1762. Compì i suoi studi di teologia a Jena e a Lipsia lottando con la miseria (era di famiglia poverissima).

La filosofia di Kant fu il suo vero punto di riferimento e decise in modo pregnante sulla sua formazione filosofica.

In una lettera che Fichte indirizza a Kant dice: “Io vivo in un mondo nuovo dacchè ho letto la  Critica della ragion pratica. Principi che credevo inconfutabili mi sono stati smentiti; cose che io non credevo potessero mai essere dimostrate, per esempio, il concetto dell’assoluta libertà, del dovere, ecc., mi sono state dimostrate ed io mi sento per ciò assai più contento. È inconcepibile quale rispetto per l’umanità, quale forza, ci dà questo sistema”.

Le due frasi di Kant che colpiscono Fichte sono: “Il cielo stellato sopra di me” e “la legge morale in me”.

A differenza di Kant il quale aveva teorizzato una filosofia del finito, Fichte elabora una filosofia dell’infinito, che è nell’uomo e che l’uomo stesso ne è l’espressione.

Per Fichte l’io è intelligenza ed è considerato nella sua infinità; nulla c’è fuori dell’io e tutto è posto da esso. Fichte riconosce nell’esigenza morale il vero significato dell’infinità dell’io. L’azione è puramente ideale. L’io infinito è la sostanza dell’io finito.

L’ordine morale del mondo è Dio stesso: la religione vera, quella che vive nel sentimento morale si rivela nell’azione morale. “Il vivente e operante ordinamento morale è Dio stesso; noi non abbiamo bisogno di un altro Dio e non possiamo neppure parlarne”. Per Fichte non c’è bisogno di divinità (Dio) all’infuori dell’io. Dice Fichte: “Io trovo me stesso in quanto me stesso, solo come volente”.

Con Fichte si realizza un idealismo etico. Secondo Fichte la volontà morale costituisce il nucleo dello spirito, e la realtà esteriore funzione etica dello Stato deriva in modo coerente dai principi della sua filosofia. L’uomo infatti, secondo Fichte, non è altro che la scena atta allo svolgimento dell’azione morale, un ostacolo da superare offerto all’attività morale, all’attuazione del dovere, che è la cosa più alta che esista. Lo Stato etico tende a superare la frammentazione dell’Io divisibile per ricomporre l’unità originale, cioè per giungere all’unificazione di tutta l’umanità.

La missione dell’uomo nella società è ampiamente descritta nell’opera “La missione del dotto”.Sintetizzando possiamo affermare: come Pitagora paragonava la vita alle grandi feste di Olimpia dove alcuni convengono per affari, altri per partecipare alle gare, altri per divertirsi ed infine alcuni soltanto per vedere ciò che avviene (questi ultimi sono i filosofi), così oggi, nella vita politica, alcuni convengono a partecipare per affarismo, altri per partecipare alle gare di spartizione, altri per divertirsi alle spese delle persone oneste, ed altri come noi, distaccati e disinteressati in quanto animati dalla filosofia, assistiamo inermi a tale degrado. È l’ora della mobilitazione! Le persone di cultura, mai come in questo momento, debbono far sentire la propria voce. Riprendendo le tesi di Johann Gottlieb Fichte, il “dotto” deve avere una particolare funzione: “educatore del genere umano”. Ciò deve essere una missione, al fine di infondere e accendere negli animi delle persone la passione politica e filosofica.

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