Intervista a Nicodemo Gentile

Nicodemo Gentile è un notissimo avvocato cassazionista che ha presenziato ad alcuni dei processi di “nera” più delicati e controversi degli ultimi anni: crimini, delitti, omicidi che hanno scosso l’opinione pubblica e che hanno segnato momenti di dolore collettivo. Gentile è sceso in queste situazioni con l’occhio “clinico” dell’avvocato per cercare di raggiungere la verità, ma anche con tanta umanità, qualità che ha inserito in ognuno dei suoi libri. Perché oltre ad essere un brillante avvocato, Nicodemo Gentile è anche un sapiente narratore.
Ho la piacevole occasione di intervistarlo – a distanza – proprio dopo l’uscita del suo ultimo libro
.

Il suo ultimo libro si intitola “Nulla è come appare”. Racconta i terribili delitti che ci sono stati negli ultimi anni e racconta anche un po’ di sé stesso, della nostra Italia.

E’ un viaggio dell’uomo e del professionista nei tanti tribunali d’Italia, racconti di storie di delitti efferati, di accertamenti tecnici, il tutto con una trama narrativa nuova, originale, basata su un linguaggio semplice, fluido.

L’obiettivo, spero non troppo ambizioso, di queste pagine, è quello di offrire uno spaccato della contaminazione tra scienza e diritto, filtrato attraverso le esperienze personali e professionali che in questi anni ho vissuto. Affronterò il tema dei diversi saperi scientifici con cui ho avuto a che fare nel corso di alcune indagini e processi come l’Omicidio di Meredith, di Melania Rea, di Sara Scazzi, di Trifone e Teresa, della contessa dell’Olgiata, di Roberta Ragusa, di Guerrina Piscaglia, di Sara Di Pietrantonio.

Nel suo libro le tecniche e le tecnologie per ricostruire la realtà, per dare evidenza scientifica al dibattimento processuale. Una vera “rivoluzione copernicana” dei processi.

Il ricorso alle scienze forensi ormai è irrinunciabile nell’ambito dell’accertamento penale.

Chi, senza la scienza, potrebbe dire se c’è il DNA su un reperto e se appartiene a taluno, chi se la sentirebbe di affermare che un imputato era o non era capace di intendere e di volere al momento del fatto, chi avrebbe le abilità per rintracciare files cancellati su un apparecchio telefonico, chi potrebbe individuare le cause della morte, chi potrebbe dire se l’incendio in cui hanno perso la vita quel padre e quel figlio sia partito dalla stufa, dal camino, se vi sia stato un cortocircuito dell’impianto elettrico o se, ancora, l’innesco sia stato doloso.

Scrive, proprio su questo libro, “Maledetto è il mio vizio di entrare nelle storie che vivo, nelle vite che difendo“: la curiosità non la fa essere “distaccato” – che è anche la sensazione che abbiamo noi da telespettatori quando la vediamo in TV – è un pò la fa discendere negli inferi di queste terribili storie.

Tante volte ho dovuto separare la testa dal cuore.

Le storie processuali sono soprattutto storie umane, vicende di vita ruvida e difficile.

Non sempre è facile scindere la sensibilità dell’uomo, dall’indifferenza emotiva del professionista.

Però bisogna compiere questo sforzo, il tecnico deve essere lucido, non può mai cedere ai sentimenti, si rischia di perdere di vista l’obiettivo professionale che è quello di dare verità e giustizia, nel pieno rispetto delle parti coinvolte.

I casi dei quali stiamo parlando riguardano delle vittime che sono donne. Una studentessa, una casalinga, una contessa o una prostituta non conta l’estrazione sociale, il contesto nel quale vivono, spesso il movente alla base del delitto è l’idea di dominio, di prepotenza dell’assassino – l’uomo – sulla vittima – la donna. Una visione fosca. “Il Padrone“, il suo penultimo libro, parla di questo e di come un “Amore Tossico” può trasformarsi in femminicidio.

Questa di Sara e Vincenzo, condannato definitivamente all’ergastolo proprio in data 23 Aprile, è una delle tante storie contraddistinte da una normalità di superficie, ed è questo particolare, che rende veramente devastante il fenomeno, consentendo ad esso di crescere ed alimentarsi. La manipolazione affettiva è una forma di violenza invisibile, che sfibra e destruttura da un punto di vista psichico, portando ad una serie di gravissime conseguenze di natura depressiva, disturbi del sonno, ansia generalizzata e perdita del senso di realtà.

Poi quando arriva il momento del distacco definitivo, perchè la donna ormai esausta, decide di voltare definitivamente pagina, può capitare, come nel caso di Sara, che il manipolatore reagisca in modo violento e crudele, distruggendo fisicamente la propria compagna.

La giustizia, forse più di altri settori dello Stato, ha registrato diversi tentativi di riforme ed è spesso sulle prime pagine per polemiche politiche (ad esempio con l’ultimo video di Beppe Grillo) con al centro le garanzie processuali e i tempi della giustizia. Secondo lei che tipo di riforma potrebbe assicurare un “giusto processo”?

La questione è estremamente complessa e intricata.

Sicuramente nessuno ha in mano bacchette magiche, ma la necessità di interventi correttivi seri ed efficaci sulla macchina della Giustizia ormai non sono più procrastinabili.

I tempi delle indagini e dei processi devono essere seriamente ridotti, perché già il processo in se è una pena.

Meno carcere prima della condanna definitiva, condizione umane e rieducazione concreta per i detenuti.

Meno politica in magistratura, che nonostante momenti certamente non facili, continua ad essere, in ragione della sua autonomia, una garanzia per tutti.

Spesso si sente dire che l’opinione pubblica dovrebbe avere meno informazioni sui procedimenti in atto e, soprattutto per i delitti, si possa sconfinare e farli diventare degli spettacoli macabri. Lei è un cassazionista, e spesso si perde questa differenza rispetto al processo “tradizionale”: quanto è importante il coinvolgimento della popolazione in questi casi?

Il processo penale negli ultimi anni si è fortemente mediatizzato, ed a mio avviso, questo aspetto non è un male, perché consente comunque ai cittadini di essere più vicini al mondo, spesso per i non tecnici incomprensibile, della Giustizia e quindi di conoscerne e controllarne i meccanismi.

Il processo mediatico deve avere un grande limite, il cui rispetto dipende molto anche dalla sensibilità e professionalità dei singoli operatori, il rispetto per la vita e l’immagine dei soggetti che a vario titolo vengono coinvolti nel procedimento e nel processo.

Essere additati come colpevoli e poi essere assolti, vedere la propria vita messa in piazza, può avere effetti destabilizzanti per una persona e per la propria famiglia.

Ci vuole pertanto tanto equilibrio, tanta lucidità e professionalità.

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