L’aquilone

Nei giorni scorsi ho ricevuto una splendida lettera. Mi piace chiamarla ancora così.

Un nostro lettore, un personaggio, un grande personaggio. Per ora mi ha chiesto di restare anonimo, ma ci ha promesso un suo intervento, un giorno.

Si complimenta con il nostro giornale, ma non sono le solite congratulazioni. Tocca una corda sensibile, sfiora un tasto per noi prezioso.

Mi scrive di apprezzare molto la nostra “missione”, la nostra ricerca, lo scavare dentro le coscienze, e, soprattutto, il dare voce a gente comune, professionisti, lavoratori impegnati tutti i giorni, ma che non hanno riflettori, sui quali, nei loro racconti, non sussiste il rischio dell’ipocrisia.

Sui quali non sussiste il rischio dell’ipocrisia. Questo mi ha fatto pensare tantissimo. E mi pesa non averci mai riflettuto prima, o comunque davvero poco.

Non voglio parlare di ipocrisia. Ma l’intervista che ti rilascia il personaggio più o meno noto è sempre costeggiata da una sottile ombra di verità parziale, misurata dalla sua esposizione pubblica, calibrata in virtù di logiche che solo lui può conoscere, o che noi possiamo solo intuire. Intendiamoci, non c’è nulla di male in questo. È nelle cose. È giusto così.

Il contributo che proviene, invece, da un professionista meno popolare è scevro da condizionamenti, è un libero pensare ed esprimersi, seppur a tratti irrequieto e scattoso, come può essere il volo di un aquilone, che non si fa piegare dal vento, ma sfida le sue incursioni.

Penso alla meravigliosa, ultima scena dell’episodio La nobile arte del film I mostri (1963).

Dino Risi conclude il suo capolavoro disegnando con struggente poesia Gasmann e Tognazzi. Storditi, suonati, o meglio, quasi annientati dai colpi della vita, ritrovano il sorriso, seppur vago e disperso, nel volo di un aquilone.

Ecco, la libertà di un aquilone. È quella che vorrei raggiungere. Proseguire i miei giorni come il suo volo incerto, distrattamente cosciente che all’improvviso ogni mia convinzione possa vacillare. Non nascondere più a me stesso che il grigio, in realtà, potrebbe essere bianco. E che il bianco potrebbe avere macchie ben nascoste.

Raggiungere la sana consapevolezza del tutto e del niente.

Perché in fondo, l’unica nostra certezza è proprio l’incertezza.

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