Una Intelligenza del Novecento…?

Caro Alessandro,

   ho letto con molta curiosità e molta attenzione la serie di articoli intitolata “Mai Più” che hai scritto su The Post. Vista la forzata clausura, provo a scrivere una lettera aperta per rispondere con un mio pensiero.

Essendo una “risposta”, questo articolo sarà pieno di citazioni dei tuoi articoli, ed essendo una “Lettera Aperta”, mi avventuro dandoti del “Tu” anche se nella vita reale non mi sarei mai azzardato a farlo, troppo abituato a dare del lei, per rispetto, forse perché sono intrinsecamente un figlio di quella Intelligenza Novecentesca della quale hai parlato, pur essendo sotto i 50 e pur lavorando nel settore informatico che è visto come una sorta di laboratorio del futuro.

Prima di tutto ti ringrazio perché i tuoi 4 articoli sono un excursus affascinante e coinvolgente sulla situazione attuale e concordo che proprio lo star chiusi in casa ci fa “riflessivi” o forse, meglio, ci da l’opportunità di affrontare temi sui quali di solito sorvoliamo, presi dalla quotidianità, visto che ora la quotidianità è assolutamente stravolta. 

Mi piace l’idea di dare una lettura placida, anche introspettiva se vogliamo, a quello che ci accade attorno. 

In estrema sintesi hai scritto dell’ Intelligenza Novecentesca e individui in lei quattro blocchi (cito):

Primo. È un’intelligenza che ama lavorare con soluzioni stabili e di scarsissima flessibilità. Se organizza porzioni di realtà, sceglie sistemi che le assicurino una certa permanenza, e non le importa che abbiano una capacità di adattamento. Ipotizza sempre che il problema sia fisso, fermo, stabile: risolverlo significa inchiodarlo lì. Così l’efficienza di una soluzione si misura sulla sua capacità di azzerare l’instabilità del reale, o quanto meno di regolarla, o almeno di nasconderla. Non può sfuggire un certo tratto fiabesco della faccenda.

Secondo. È un’intelligenza che si fida di una particolare forma di sapere: quella specialistica. Anche qui è facile sentire il riverbero di un’illusione rischiosa: pensare che nella realtà si pongano problemi che si possono risolvere risalendo a un sapere particolare, circoscritto. Secondo questa intelligenza, per fare un esempio, un mal di schiena va curato da un medico, e preferibilmente da un medico specialista della schiena. La cosa può assicurare certi buoni risultati, ma l’idea stessa che esista qualcosa che si chiama schiena, isolabile dal resto del reale, e un sapere ad essa dedicato, però incapace di giudicare ad esempio una poesia, ha qualcosa di talmente riduttivo da apparire offensivo.

Terzo. È un’intelligenza che procede a partire da alcuni principi solidissimi, che adotta come precetti indiscutibili e che non riesce a cambiare se non con cicli lentissimi. Provo a spiegarmi. Non è un’intelligenza pragmatica, che cerca semplicemente la soluzione migliore, no. Lei ha bisogno di un principio (per dire, la democrazia) e poi è molto abile a dispiegare sistemi logici (sequenze di decisioni sensate) che sgorgano quasi in modo necessario da quel principio: per difenderlo, per tramandarlo, per migliorarlo. La cosa che non sa fare è cambiare quei principi: porli in discussione, immaginare di abbandonarli. Lo fa, ma con cicli, ripeto, lunghissimi. La cosa non sarebbe grave in un mondo che cambia lentamente, ma diventa un evidente handicap nel momento in cui il mondo si mette a correre.

Quarto. È un’intelligenza che si crede razionale, che fonda la sua forza sulla convinzione di agire secondo razionalità. Qui l’errore è doppio: credere, cartesianamente, che esista un’intelligenza razionale (che si possa capire e gestire la realtà con il solo meccanismo della ragione) e credere, in sovrappiù, di esserne una perfetta espressione, aliena da qualsiasi rigurgito irrazionale. Un cavallo convinto di essere un unicorno farebbe gli stessi due errori: credere di essere un’altra creatura e per giunta una creatura che non esiste.

Ovviamente chiedo anche a voi che state leggendo questa lettera (siamo “tra noi” e ci diamo tutti del tu) di leggere la serie di articoli di Alessandro che spiegano decisamente meglio il suo pensiero, qui ne riporto i punti salienti e proverò ad essere obiettivo, ma a scanso di equivoci, meglio andare a leggere con i propri occhi.

Ho letto e rileggo ancora quei quattro punti e i quattro articoli perché c’è qualcosa che mi sfugge, qualcosa che non “fila” e voglio condividere alcune delle mie osservazioni. Provo a strutturarle in modo sintetico e schematico come ha fatto Alessandro, con quattro punti ai quali fornisco un titolo:

Primo: Novecento e Nuovo Millennio.

Secondo: Analisi e Sintesi.

Terzo: Rapidità e Flemma.

Quarto: Evoluzione e Fuga.

Mentre scrivo ancora non so se il terzo punto sia al posto giusto o vada messo per quarto, ma intanto lo lascio lì. Intanto inizio con il primo punto che è sicuramente il primo.

Novecento e Nuovo Millennio.

Il Novecento è un secolo decisamente complesso e denso, riuscire a identificarlo con “un solo tipo di intelligenza” mi sembra già il primo problema nella tua analisi. 

Hobsbawm l’aveva definito il Secolo Breve perché può essere “storicamente” racchiuso tra lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, con i grandi imperi che si fronteggiavano in una serie di battaglie senza precedenti per poi dissolversi, e quel 1991 che vide il crollo dei “Blocchi Economici”, i nuovi imperi Capitalistico e Comunista nati dalla Seconda Guerra Mondiale. C’è sicuramente un prima e un dopo ma anche se “accadono” in quel secolo già fanno parte di altro.

Tra questi vari sconvolgimenti, avvicendati ad una velocità sconosciuta prima, sono nati tanti figli che non si possono separare facilmente. Continuando il tuo discorso, come sarebbe infatti possibile dividere Andy Warhol dai Social Network? Come si possono dividere Jimi Hendrix, e la sua chitarra che gemeva del frastuono delle bombe durante l’inno statunitense, e gli scienziati che hanno ideato la BombaH? Come si può non tenere assieme i drammi delle dittature con i loro orrori primitivi e i progressi tecnologici che ci hanno proiettati verso la luna e il futuro? Come si può non tenere assieme un taglio sulla tela fatto da Fontana con l’odore del napalm?

Tutti questi sono, per quanto possono stridere tra loro, figli del Novecento, di quel pensiero razionale che ha contraddistinto la cultura occidentale. Anche se, ovviamente, con moltissime sfaccettature. 

Ma ha senso domandarsi cosa ci faccia diversi dai nostri progenitori novecenteschi (o anche da noi stessi, mentre vivevamo nel secolo scorso). Quello che sento, che posso percepire anche sulla mia pelle di uomo vissuto a cavallo tra i due secoli, è il completamento di una Civiltà, ma non l’esaurimento della sua Intelligenza. Anche perché parli di Intelligenza, quindi qualcosa strutturato per essere “in movimento” non di Pensiero Novecentesco, ma di Intelligenza Novecentesca.

Questo per me è uno dei punti: l’Intelligenza Novecentesca non è esaurita, così come non lo è il metodo scientifico del quale è permeata, ma potrebbe essere esaurita e conclusa la civiltà occidentale nel quale quell’intelligenza che abbiamo conosciuta si è sviluppata.
Potrebbe sembrare una perniciosa distinzione, ma il pensiero greco è giunto fino a noi ed è parte integrante del nostro raziocinio nonostante la civiltà ellenistica sia scomparsa da diversi secoli. 

Se guardiamo al contributo novecentesco alla scienza e alla filosofia, troviamo il Principio di Indeterminazione di Heisenberg, la Relatività Einsteiniana, troviamo la psicanalisi freudiana: il contributo novecentesco è proprio la relatività, o una sorta di agnosticismo esteso ai vari aspetti del sapere, il concetto che non si possa conoscere completamente, che la distinzione tra bene e male non è netta, non è definitiva, non è certa.

Tratto distintivo, anzi, è proprio l’aver perso l’aggancio a quelle “verità incrollabili” che erano le eredità del secolo precedente. 

Quello che chiami “Ponte Morandi” è quello che c’era prima.

E sì, l’Intelligenza Novecentesca è una struttura rigida, ma non come il Ponte Morandi – che era un enorme cavalletto con dei tiranti che tenevano tutto in piedi in “trazione” – la struttura novecentesca è più come (qui ho fatto un grande ragionamento prima di scriverlo, cercando di trovare la sintesi più azzeccata, lasciamelo sottolineare un secondo…) l’Arco di Saint Louis: un ponte pedonale immenso, scenografico, high-tech, non in cemento ma in acciaio che unisce il primo dopoguerra (quando fu progettato – o così “si dice”) e la spinta propulsiva del secondo dopoguerra. Non “a trazione” ma “a compressione”. Due strutture realizzate praticamente nello stesso periodo, ma con idee di base completamente diverse.

Nel Novecento si è esaurita la spinta propulsiva dell’ottimismo, del Positivismo ottocentesco che vedeva nel raziocinio l’unica via da percorrere per l’uomo. L’Iprite della Prima Guerra Mondiale e le bombe atomiche della Seconda dissolsero non solo le certezze dinastiche ed imperiali prima e i deliri dittatoriali poi, ma anche la certezza che i problemi sociali ed economici si potessero risolvere con il solo raziocinio come faceva Sherlock Holmes (propriamente figlio del XIX secolo) per i suoi enigmi o come facevano alcuni generali con l’organizzazione maniacale dei Lager o dei Gulag.

Il Pensiero Novecentesco – se si può pensare che ce ne sia solamente uno – è che la conoscenza è relativa e neanche il tempo è fisso. Non ci sono masse che attraggono ma deformazioni dello spazio-tempo: il risultato ad osservarlo è lo stesso, ma le leggi sono completamente diverse.

Possiamo pensare che il Novecento sia “irregimentato” e rigido, ma dove li mettiamo i “figli dei fiori” degli anni ‘70?

Se quindi vogliamo usare un “bisturi” per cercare di tagliare “noi stessi” in due parti, dividendo i nostri pensieri del “novecento”, dai nostri stessi pensieri del “nuovo millennio”, dovremmo usare quello stesso bisturi per togliere i pensieri ottocenteschi anche se si sono svolti poi nel ‘900. 

Quindi tornando a prima: se posso dire, la Guerra di Corea è più ottocentesca mentre la Guerra del Vietnam è più novecentesca. La chitarra di Jimi Hendrix non è fuori dall’Intelligenza Novecentesca, anzi ne è parte integrante.

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