Analisi e Sintesi

Caro Alessandro,

     la volta scorsa non ti avevo nemmeno salutato alla fine della lettera, perché sapevo che avrei continuato nei numeri successivi di Condivisione Democratica. Mi hanno fatto notare che non si capiva questo mio intento e me ne scuso con te e con i lettori. 

I tuoi articoli sull’intelligenza del Novecento sono – a parte belli – molto ben argomentati e non volevo essere da meno, quindi l’idea era, già dall’inizio, quella di prendermi tutto il tempo necessario per spiegare il mio pensiero su questo tema complesso.

La volta scorsa parlavo del “Novecento e del Nuovo Millennio” – così avevo intitolato quell’articolo – e di quello che io percepivo come intelligenza novecentesca, mentre questa volta ho intenzione di dare un mio contributo su quello che scrivevi nel tuo secondo punto. Lo metto qui sotto:

Secondo. È un’intelligenza che si fida di una particolare forma di sapere: quella specialistica. Anche qui è facile sentire il riverbero di un’illusione rischiosa: pensare che nella realtà si pongano problemi che si possono risolvere risalendo a un sapere particolare, circoscritto. Secondo questa intelligenza, per fare un esempio, un mal di schiena va curato da un medico, e preferibilmente da un medico specialista della schiena. La cosa può assicurare certi buoni risultati, ma l’idea stessa che esista qualcosa che si chiama schiena, isolabile dal resto del reale, e un sapere ad essa dedicato, però incapace di giudicare ad esempio una poesia, ha qualcosa di talmente riduttivo da apparire offensivo.

Forse questo è il punto che ho meno apprezzato, quello che mi è sembrato più “stiracchiato” tra i quattro.

Aggiungendo che per degli eruditi del passato “un medico incapace di conoscere il nome delle piante e riconoscere una bella poesia era poco più che un tecnico scarsamente autorevole” mentre per noi “adesso questa posizione ci sembra infantile e perdente, ma solo perché veniamo da almeno due secoli di mitizzazione della scienza”, così hai scritto per sottolineare che ci sia una inequivocabile indicazione a puntare sulla conoscenza e non sulla sapienza.


(immagine dal web)

È vero che nell’immaginario collettivo un monaco medievale, un filosofo greco o un erudito rinascimentale (i tre esempi che citavi) non possono essere definiti degli ignoranti, ma non sono propriamente dei sapienti, e questo non per la nostra mitizzazione della scienza – almeno credo io – ma perché avevano concezioni della natura che erano corrotte dalle loro intuizioni, da quello che pensavano e non dalla realtà.

Potrei dire che mi sento più sicuro ad affidarmi ad un medico che non sa delle poesie che ad uno che pensa che recitale possa equilibrare i miei umori interni per guarirmi. Potrei, per amore della battuta, ma sò che banalizzerei il tuo discorso.

I tre personaggi, così rispettabili nella nostra memoria collettiva, erano la vera elite culturale del loro tempo. Erano riconosciuti come tali dai loro concittadini e questo non era comunque sufficiente per evitare di far prendere loro delle cantonate clamorose. Del resto anche Isaac Newton, oltre ad essere uno dei padri della scienza, era un alchimista ed oggi di lui magnifichiamo la sua legge della gravità, ma non gli altri scritti che suonerebbero come qualcosa di simile ad un delirio irrazionale, certamente fatto da un uomo di immensa cultura, un vero sapiente, pur rimanendo comunque dei deliri. Li potremmo relegare in un appendice come dei lavori “minori” e ininfluenti, ma non sarebbe corretto. In quell’epoca quei sapienti non avevano il concetto della comunità scientifica e delle verifiche tra colleghi: le diverse vedute erano delle vere dispute e non collaborazioni (tranne casi eccezionali). Ci si confrontava a livello dialettico, senza oggettività, spesso sostenendo una tesi citando altri “testi sacri” (siano essi sacre scritture propriamente dette o libri di autori intoccabili come Aristotele o altri).

Questo poteva accadere all’interno della “comunità scientifica” mentre per tutti gli altri, erano discussioni lontane, lunari rispetto alle loro quotidianità. Erano discussioni tra dèi, nel loro Olimpo.

Proprio vedendo quelle discussioni erudite ma a volte decisamente pompose, Occam, nel XIV secolo, scrisse il principio del suo “Rasoio“:

«frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora[»«è futile fare con più mezzi ciò che si può fare con meno»

Questa premessa è fondamentale perché il lavoro degli scienziati, al giorno d’oggi, è sotto gli occhi di tutti, siano essi appartenenti alla comunità o non. Quelle discussioni tra dèi sembrano chiacchiericcio inconcludente, mentre sono parte di un percorso di elaborazione e di sviluppo.

È come l’intelligenza novecentesca ha declinato il metodo scientifico.

Senza questa elaborazione, lunga e fatta di collaborazioni incrociate, la Teoria della Relatività sarebbe solamente una grandiosa e potente intuizione di un genio, Einstein, e non avrebbe potuto cambiare la fisica come la intendiamo oggi.

Senza questa collaborazione, passando ai nostri giorni, non sarebbe stato possibile elaborare una sfida fantascientifica come il progetto ITER (acronimo di International Thermonuclear Experimental Reactor) che si propone di realizzare un reattore a fusione nucleare ( vorrei dedicare un articolo a parte a questo argomento ).

Può sembrare una discussione speciosa, ma è come dire, se posso sintetizzare, che un uomo può coltivare il proprio cibo, costruirsi le scarpe o la casa senza una specializzazione in un campo.

Si può fare – un monaco medievale l’avrebbe sicuramente fatto – ma non è possibile -o non è accettabile- in un mondo complesso come in quello attuale.

Nella tua riflessione poi,  Alessandro, ci ho letto un qualcosa che mi ha toccato ancora più nel profondo. Ci ho letto una confusione, proprio nel senso di commistione, tra Analisi e Sintesi. 

Prima di tutto “copio e incollo” le loro definizioni:

Analisi: Metodo conoscitivo che procede dall’individuazione e dallo studio dei particolari; scomposizione di un tutto organico nelle sue parti.

Sintesi: Ogni forma conoscitiva in cui, partendo da una molteplicità di elementi, si giunga a una conclusione unitaria (contrapposto a analisi).

Niente di nuovo nel dire che un problema complesso può essere spezzato in sotto-problemi di dimensione minore, che presentino un livello di difficoltà inferiore: già gli antichi romani usavano dire “divide et impera” per ispirare le loro politiche di gestione delle popolazioni conquistate e sottomesse – e si tratta di problemi complessi sicuramente.

Tornando all’esempio che facevi con il medico specialista della schiena: in una percentuale abbastanza alta, riuscirà a trovare la soluzione al problema della schiena per i suoi pazienti, mentre per tutti gli altri casi avrà necessità di avvalersi di una equipe di medici che possano supportarlo, in modo da confrontarsi sull’anamnesi, sui sintomi, sui risultati delle indagini strumentali, sulle possibili diagnosi, in modo da mettere assieme tutti questi saperi in un unico referto, a volte anche molto complesso, fatto di equilibri instabili.

L’Intelligenza Novecentesca ci ha detto che la conoscenza non può prescindere dall’uso dell’analisi e della sintesi, da queste due forme di conoscenza che quasi si fronteggiano, per affrontare temi complessi, elaborando soluzioni efficaci e complesse. Proprio come fanno i medici di una equipe.

È un aspetto fondamentale e fondante. 

L’aver parlato solamente di una fase di analisi senza quella di sintesi non descrivere il processo, perché ne vede solo una parte. L’intelligenza del novecento, se vogliamo, è una forma di intelligenza collettiva, collaborativa, più che dovuta all’estro e alle intuizioni di un singolo.

In questo hai perfettamente ragione: le migliori menti e i migliori saperi dovrebbero essere coinvolte nelle scelte epocali che abbiamo e che avremmo.

Proprio com’è stato fatto nel secolo che ci ha preceduto. 

La Seconda Guerra Mondiale – se vogliamo fare un esempio chiaro – è stata vinta con l’apporto di matematici, non tanto dei generali.

Quindi sì, non abbiamo bisogno solo dei virologi per la gestione della pandemia, ma di epidemiologi, di ingegneri dei trasporti e della logistica, giuslavoristi, avvocati, psicologi, informatici e data scientist in particolare. Così come non solo questi ultimi possono essere coinvolti per la gestione dell’impatto che ha -e che avrà ancor di più nei prossimi anni- l’intelligenza artificiale nella prossima rivoluzione industriale. Ci vorranno anche psicologi, giuslavoristi, filosofi.

Perché non ci si può attivare sempre quando è troppo tardi.

Ma di questo ne parliamo nel prossimo articolo che ha un titolo evocativo: “Rapidità e Flemma”.

Un caro saluto.

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