Fulco Pratesi: Ambasciatore del Pianeta Terra.

Credo sia molto importante ricordare che il periodo storico non era certo a favore della tutela ambientale.
Per meglio connotare il contesto riporto un piccolo stralcio da una relazione WWF:

‘Nel Parco nazionale d’Abruzzo, privo di direttore, si stavano costruendo centinaia di villette e residence e, dalla costa tirrenica, si andava consumando la tragedia del Parco nazionale del Circeo, investito da un’alluvione di cemento e calcina. Si erano estinti nel 1965 i grifoni in Sicilia, il daino, l’aquila di mare e il falco pescatore in Sardegna, nella grotta del Bue Marino, uno degli ultimi rifugi della foca monaca in Sardegna, era stato installato un dancing, sulla Costa Smeralda ruspe e betoniere impazzavano. Nel 1966 vi fu l’alluvione di Firenze e Venezia e, nello stesso tempo, si andavano prosciugando 18.000 ettari delle Valli di Comacchio e altri migliaia in tutto il Delta Padano. Chi uccideva un lupo lucrava 20.000 lire.’

Quale fu il passo successivo?

Mi chiamò un amico di infanzia per mettermi in contatto con un proprietario di una palude nel Comune di Capalbio nella Maremma toscana. La riserva di caccia era di circa 700 ettari di terreno e ogni anno venivano sterminati circa 15000 uccelli acquatici.
La proposta era quella di affidarla al WWF. Questo signore aveva una moglie inglese che era stata educata alla conservazione della Natura e che mi accompagnò personalmente a visitare il luogo in questione.
Rientrato a Roma, convocai una riunione dove posi l’attenzione sul ruolo della nostra Associazione e sulle azioni da compiere: limitarsi a urlare slogan, fare propaganda, denunce, manifestazioni e ciclostili, oppure realizzare qualcosa di  concreto?



Cavaliere d’Italia, acquarello di Fulco Pratesi
© Fulco Pratesi

Ne parlammo e ragionammo sul costo di tale operazione. L’affitto della palude equivaleva ad un esborso di 4 milioni all’anno, con l’aggiunta dello stipendio dei guardacaccia. Ai tempi avevamo 1000 soci e circa un milione di lire in banca, per cui la cifra d cui si parlava era davvero enorme.
Ci lanciammo in questa avventura e iniziammo a fare propaganda e a raccogliere fondi.
L’Oasi di Burano fu il nostro primo obiettivo raggiunto.

© Fulco Pratesi

E’ il 1968 e Burano  rappresenta anche una importante serie di primati: il primo territorio protetto in Italia da privati cittadini con un atto volontario, il primo territorio sottratto deliberatamente alla caccia, il primo dei rifugi in Italia per gli uccelli acquatici, il primo anello di una catena di aree protette che si è distesa lungo il Tirreno prima e l’Adriatico poi, la prima area umida attrezzata in Italia per la visita del pubblico.

E’ esatto. Seguirono altri progetti e negli anni siamo riusciti a portare il territorio protetto dal 6% al 20%. Un bellissimo traguardo.
I parchi Nazionali erano quattro, Parco d’Abruzzo, Gran Paradiso, Circeo e Stelvio, ma erano abbandonati e cominciammo a lavorare su questi.

Fui incaricato da Italia Nostra a stilare un progetto per il Parco d’Abruzzo.

Da allora sono stati molti i risultati. Sicuramente avete svolto tre grandi compiti…salvare il lupo, le paludi e il cervo sardo.

All’inizio avevo due chiodi fissi nella testa: salvare il lupo e le paludi. Tra il 1968 e il 1969 sono state fatte campagne per la tutela delle zone umide, per farne comprendere il valore ecologico e paesaggistico. Bisognava combattere l’opinione negativa legata a questi luoghi. Anni prima, lo stesso Gabriele D’annunzio nella poesia ‘La Belletta’, che fa parte dei ‘Madrigali dell’estate’, scriveva:

‘Nella belletta i giunchi hanno l’odore
delle persiche mézze e delle rose
passe, del miele guasto e della morte.

 Or tutta la palude è come un fiore
lutulento che il sol d’agosto cuoce,
con non so che dolcigna afa di morte.

Ammutisce la rana, se m’appresso.
Le bolle d’aria salgono in silenzio’.

Il termine “belletta” viene preso da Dante che lo utilizza nel VII canto dell’inferno per indicare il fango della palude stigia in cui sono immersi gli iracondi (‘or ci attristiam ne la belletta negra’) e il paesaggio descritto evoca un’immobile assenza di vita.
Trasmette un senso di disfacimento, putrefazione e morte, non certo di bellezza…
Il 2 febbraio scorso è stato il 50° compleanno della Giornata Mondiale delle zone umide.

Il 2 febbraio 1971 fu  firmata nell’omonima città dell’Iran la Convenzione di Ramsar, il primo accordo globale tra 168 Paesi finalizzato alla tutela delle zone umide, attraverso azioni di conservazione e protezione.
Le zone umide sono aree dalle sorprendenti risorse naturalistiche e hanno una funzione fondamentale perché ci riforniscono di acqua potabile, catturano sostanze tossiche, ci difendono da alluvioni e inondazioni e contrastano il cambiamento climatico, catturando ingenti quantità di carbonio. Comprendono un ricco mosaico di habitat. Sono preziosi ecosistemi, tra quelli più a rischio del nostro Pianeta.

Proprio per questo motivo devono essere previsti piani di conservazione e salvaguardia della biodiversità.
Parliamo ora del secondo chiodo fisso, il lupo.
Pensando al fatto che siamo cresciuti con la favola di Cappuccetto Rosso, non deve essere stato semplice…

Nel 1973 in Italia il lupo italico era quasi estinto, si contavano poco più di 100 esemplari confinati in alcune aree dell’Appennino centro-meridionale, tra l’Abruzzo e la Calabria.

Secoli di persecuzioni, leggende, favole calunniose da “Cappuccetto Rosso” ai “Tre Porcellini”,  e truculente copertine della “Domenica del Corriere” erano riusciti, a colpi di tagliole, fucili, veleni, a portare la popolazione di questi splendidi predatori alle soglie dell’estinzione.
E non solo in maniera metaforica, dato che ancora in quegli anni sulla testa dei lupi pendeva una taglia di 20.000 lire e che, ancora nel 1963, il maggiore naturalista italiano, il professor Alessandro Ghigi, così scriveva: “I lupi dovrebbero essere, se non scomparsi, estremamente ridotti di numero perché la loro presenza è indizio di uno stato arretrato di economia agraria e di civiltà”.

Nelle storie della religione cattolica, i lupi compaiono spesso. Molti episodi riguardanti i Santi hanno come protagonista il lupo. Tra questi, San Biagio che ordina al lupo di riportare a una vedova il maialetto trafugato, Santa Chiara che costringe il lupo a riconsegnare ai genitori un bimbo rapito dalla culla.


Lupo disegnato con acquerelli da Fulco Pratesi
© Fulco Pratesi

Ma la storia più bella e commovente è contenuta nel Fioretto intitolato “Come San Francesco liberò la città di Agobbio da un fiero lupo”.  In essa il Santo, andando come al solito controcorrente, trasforma in “Fratello Lupo” e instaura un rapporto pacifico tra la popolazione di Gubbio con un “lupo grandissimo e terribile e feroce” che “non solamente divorava gli animali ma eziandio gli uomini”.
Un episodio che dimostra quanto il Santo Protettore dell’Italia avesse una sensibilità ecologica veramente eccezionale per quei tempi.

Iniziammo quindi questa battaglia chiamandola operazione ‘San Francesco e il lupo’, in onore di questo Santo rivoluzionario e del suo incontro con il lupo di Gubbio.

L’operazione ebbe un grande successo. Grazie alle campagne di ricerca e sensibilizzazione attuate a tutti i livelli per riabilitare questo predatore nell’opinione pubblica fino allora totalmente nemica,  se ne migliorò l’immagine.
Poi ci fu la reintroduzione negli areali da esso frequentati  di specie come cervi e caprioli, sue prede naturali, affinché lo distogliessero dall’attaccare il bestiame.

Grazie a tutte queste iniziative del WWF e del Gruppo Lupo Italia nato nel Parco d’Abruzzo, si  ottennero, a partire dal 1971, diversi provvedimenti legislativi che ne vietarono la caccia e la cattura, la diffusione delle esche avvelenate e, a livello regionale, leggi per il risarcimento dei danni da essi provocati, vigenti anche oggi, soprattutto dopo che la protezione del lupo è stata imposta anche a livello europeo con apposite normative comunitarie.

Oggi il lupo ha riconquistato il suo antico areale (eccettuata la Sicilia) dagli Appennini alle Alpi, con diffusione anche in Francia e altre nazioni confinanti.

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