Stati di coscienza ambientale post-Covid-19

La pandemia di Covid-19 che ha colto di sorpresa il mondo poco più di anno fa, sembrava aver inciso profondamente non solo negli animi delle persone ma anche nelle intenzioni dei governanti dei vari Stati che cadevano come birilli sotto l’onda d’urto del virus che via via si propagava, facendo maturare l’idea che forse eravamo alla fine di un ciclo e che le cose sarebbero sicuramente cambiate per il futuro post-pandemico. Un anno fa, subito dopo la Cina, era l’Italia che veniva assalita di “sorpresa” dal virus, che si diffondeva poi rapidamente negli altri Stati Europei, negli Stati Uniti, in Sudamerica, fino alla disastrosa situazione odierna dell’India. 

Ogni Paese colpito è entrato in una fase che è stata per tutti solo una questione di tempo nel verificarsi e di intensità nella sue manifestazioni di gravità, senza che nessuno potesse dirsi escluso, evidenziando una crisi sistemica mondiale che colpiva molti settori economici, dal turismo, ai trasporti, al commercio ma, soprattutto, le possibilità di movimento delle persone e la dimensione socio-relazionale, mai così profondamente toccate dalla fine della seconda guerra mondiale.

Un mondo tramontava ma un altro si apriva, quello del digitale, dell’immaterialità, della rete che per la verità si era già avviato da un paio di decenni, ma adesso ne ha avuto piena affermazione, titolarità e diffusione a tutti i livelli, se non altro per necessità (si pensi solo all’e-commerce, allo smart-working alla didattica a distanza, agli eventi on-line,…). Anche la scienza e la ricerca hanno avuto un impulso formidabile, arrivando a  produrre un vaccino, cosa mai vista nella storia, dopo solo un anno dall’ inizio della pandemia. 

Una nuova sensibilità “green” sembrava pervadere l’umanità, consapevole ormai dell’imminente apocalisse.

L’Europa, sotto attacco, reagiva con un poderoso piano di stampo neokeynesiano, il Next Generation EU, con l’idea di una nuova Europa dell’avvenire, che è adesso in dirittura di arrivo con l’erogazione di consistenti fondi economici per i Paesi membri.

Sembrava che la crisi avesse reso tutti consapevoli che ormai il cambiamento fosse inevitabile e che avrebbe dovuto toccare alle fondamenta il sistema, a partire dall’Ambiente. Si perché quest’ultimo è ormai altamente compromesso nel suo rapporto con l’Uomo e questo virus è una manifestazione, che non sarà l’ultima, anche di questa “compromissione”.

Forse è troppo tardi per correre ai ripari, il livello di aggressione che è stato perpetrato nei confronti del Pianeta è probabilmente una strada senza ritorno. Stava però maturando la consapevolezza che forse proprio la “normalità” era il problema di prima e che tutto sarebbe finalmente cambiato.

Oggi c’è una grande voglia di ritorno a quella “normalità” e di superare questa pandemia come se nulla fosse stato, senza considerare anche gli enormi cambiamenti intervenuti, negli stili di vita, nelle abitudini, negli orari e nei tempi di lavoro, nell’organizzazione sociale, economica e del lavoro, perché resesi necessari dalla lotta alla pandemia, con la necessità di ridisegnare nuovi percorsi e modelli di sviluppo, nel segno di una maggiore sostenibilità sociale ed ambientale. 

Temi peraltro ben presenti già prima del Covid-19 ma ignorati sia per ragioni economiche sia per insensibilità. La rottura del rapporto dell’Uomo con la Natura si era ormai già consumata sulla base di una supposta superiorità, invincibilità e anche una certa arroganza dell’Uomo, posto su una prospettiva scientifico-razionalistica di progresso e crescita infinite, anche a dispetto delle condizioni del Pianeta di cui non ne è unico abitante immortale né possessore indiscriminato.

Le crisi, che costituiscono dei momenti di riflessione, crescita e cambiamento, dovrebbero insegnarci in virtù dell’esperienza a far tesoro degli eventi ed a individuare, come in questo caso, tutti i limiti e le contraddizioni del sistema. La pandemia ha infatti messo in luce, al di là degli effetti sanitari diretti, tutte le contraddizioni che erano già presenti nella struttura socio-economica ed organizzativa, connotandola come sindemia, ossia una condizione di forte interazione tra problema sanitario e problemi sociali, economici ed ambientali, a scapito soprattutto delle fasce di popolazione più svantaggiate, per non parlare delle disparità tra Paesi più ricchi e più poveri, tra Nord e Sud del mondo, come si sta rivelando anche per il problema della disponibilità dei vaccini.

A riguardo, sono già state prodotti fiumi di analisi e studi sociologici. Volendo parlare dell’Ambiente, non si è tuttora compresa la gravità dello stato di salute del Pianeta con le forti ripercussioni su tutte le specie e sull’Uomo stesso. La volontà di potenza e dominio smisurato sulla Natura non sembrano fermarsi. Dopo il primo sgomento provocato dal virus, che ha solo causato un iniziale sbandamento ponendoci di fronte ai nostri limiti, sembra che adesso stia tutto per essere rimosso, anche nelle nostre coscienze, di fronte alla supposta invincibilità prometeica dell’Uomo.

Il Next Generation EU sembra costituire solo un volano di ripartenza economica che non mette in discussione le premesse del disastro sanitario ed ambientale, senza considerare che è nato proprio per le future generazioni, dimenticando che il pianeta lo abbiamo in prestito per renderlo, così come lo abbiamo avuto, se non migliore, proprio alla “next generation”. Questo non potrà avvenire comunque senza il coinvolgimento di grandi realtà continentali come gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e il Brasile. Speriamo che le mosse di queste ore dell’amministrazione americana con John Kerry, inviato speciale del Presidente Biden per il Clima, siano solo l’inizio di un percorso veramente duraturo e senza ripensamenti che coinvolga tutti, in quanto nessuno si salva da solo.

Venendo più da vicino ai fatti di casa nostra, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, non sembra toccare i punti nevralgici quali le riduzioni di inquinamento di vario tipo, il consumo di territorio, le infrastrutture pubbliche di trasporto locale, l’adeguamento e la messa in sicurezza di scuole e luoghi pubblici, la tutela del paesaggio e la sostenibilità ambientale a tutti i livelli, soprattutto in un paese a grave rischio idro-geologico e sismico come il nostro, che necessiterebbe invece di una massiccia opera di cura, riqualificazione e manutenzione.

Sono stati creati ministeri dai nomi roboanti come Transizione Ecologica per l’ex Ambiente o Cultura per l’ex Mibact, con l’obiettivo di sburocratizzare ma senza un rafforzamento dei controlli ambientali e anticorruzione e “semplificando” istituti ad esempio come la valutazione di impatto ambientale o dimenticando di inasprire regole e sanzioni per la tutela del paesaggio. E’ rispuntato il Ponte sullo Stretto di Messina come ciliegina sulla torta, senza pensare a tutti i ritardi strutturali del Sud e ad un vero piano di recupero e rilancio di quest’ultimo, che ponga fine una volta per tutte alla questione Meridionale.

Scendendo dall’empireo di questi altisonanti programmi, è nella nostra esperienza quotidiana di tutti i giorni che vediamo lo stato di degrado ed abbandono del verde nelle nostre città, il cemento che divora le campagne senza soluzione di continuità tra città e paesi, il problema dei rifiuti irrisolto, l’inquinamento a tutti i livelli, le coste anch’esse divorate dal cemento con piani regionali che vorrebbero mano libera per edificare ed ampliare senza regole sul mare. 

Per non parlare della cura del paesaggio, abusato in tutti i modi senza alcun rispetto per l’ambiente, la cultura e le comunità. Finché questi grandi Piani non toccheranno nel concreto la vita dei tutti noi e la qualità dei servizi che utilizziamo tutti i giorni, saranno solo grandi etichette virtuali distanti dalla vita perché è necessario ripartire, subito e presto. Ma per andare dove ?

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