Tempo, vita e ambiente. L’umano come vestigia

Indice

Introduzione

L’intento generale del presente lavoro risiede nel riconcepire l’essere umano aldilà delle tradizionali categorie di pensiero occidentale che lo costituiscono, vale a dire quelle di homo o anthropos.In altre parole, si tratta di deterritorializzare la nozione di Uomo, intesa in senso esteso come concetto-chiave del Moderno (insieme alla categoria di soggetto) in vista di un suo ridimensionamento – a nostro avviso tanto urgente quanto necessario – alla luce delle varie catastrofi che contrassegnano il presente, prima fra tutte quella ambientale. In particolare, l’operazione qui proposta non risiede semplicemente nel superare l’idea stessa l’umano, quanto piuttosto nel riconcepirlo nei suoi stessi fondamenti, o meglio di riconfigurarlo, andando a rileggere il suo rapporto con le altre specie viventi, tanto complesso quanto essenziale.                                             

 A tale proposito, si riporta il sentiero tracciato da due tra le filosofe postfemministe più significative e illuminanti del contemporaneo, Rosi Braidotti e Donna Haraway, entrambe interpreti di un confronto tra due concezioni rinnovatrici dell’essere umano: la prima postumanista, ossia con una visione orientata verso una prospettiva propriamente post-umana, diretta verso una revisione strutturale della presunta autonomia della nostra specie dalle altre, tesa dunque ad una trasformazione fisica e mentale dell’umano in una forma nuova, ibrida, insieme umana e non-umana.

La seconda dichiaratamente compostista, vale a dire incentrata sulla nozione di humusità, riconcependo l’umano dalla sua radice etimologica di humus, espressione del suo legame con la terra, o meglio con la dimensione materiale soggiacente alla vita umana, secondo un’ottica propriamente multispecifica, tesa ad affermarne il legame con gli altri esseri viventi.

A nostro avviso, dall’incontro produttivo tra le due pensatrici sopracitate deriva una rilettura radicale ed innovativa del nostro modo di stare al mondo, tematizzabile in un decentramento epocale della supremazia che la nostra specie si è attribuita nel corso dei secoli; riprendendo il lessico di Braidotti, si aspira ad un divenire-minoritario dell’essere umano, inteso come rinuncia alla sua posizione privilegiata all’interno del mondo-ambiente, in maggior conformità alla sua natura di animale tra gli altri. Nel complesso, possiamo rappresentare le proposte di Haraway e Braidotti nella forma di un doppio movimento alla base del contemporaneo, segnato sul piano delle possibilità concrete da una commistione tra il piano politico e quello ambientale, teso da un lato verso il futuro, e dall’altro verso il passato; rispetto a ciò, è utile il ricorso ad un’immagine esemplificatrice, rappresentata dalle rovine, intese in un doppio senso – sia retrospettivo che prospettivo – come punto di ripartenza ineludibile per una collettività qualsiasi.

Nello specifico, vedremo come entrambe le autrici traccino una mappa per il presente – che chiama in causa anche il futuro prossimo – imperniata su una lettura etica, concepibile nella forma di un’autentica “etica della sostenibilità”, intesa come punto massimo di convergenza tra le due filosofe; tale visione è assunta secondo due accezioni distinte; mentre in Braidotti la questione è posta in un senso più prettamente politico, in Haraway si ricorre ad un’interpretazione di natura più solidaristica con le altre specie viventi, collocabile sotto un’ottica interspecifica.

In particolare, si tratta di riconfigurare un’idea realmente sostenibile di sviluppo, centrata su due sfide poste al contemporaneo. In primo luogo, si chiama in causa una capacità autenticamente creativa di pensare il futuro, per quanto inscindibile da un’idea di crescita, o di previsione demografica, unitamente al “recupero” di una certa produttività propria dell’umano, intesa in senso ampio come capacità di ricostruzione di un mondo ospitale per la vita, non solo della sua specie, ma di tutte le specie viventi. Nel dettaglio, vedremo come tale processo si dispieghi in una concreta pratica solidale interspecie, intesa in qualità di interazione produttiva tra umano e non-umano, sintetizzabile nello slogan coniato dalla filosofa statunitense: “Fate parentele, non bambini” (Make kin, not babies). Questo è da intendersi nella preferenza data alla formazione di legami di parentela in senso lato, o affettivi  – basati cioè sull’affinità e sull’amicizia – rispetto ai rapporti tra consanguinei, finalizzati alla mera continuazione della specie umana, a nostro avviso dinamica ormai fine a sé stessa, per certi versi svuotata di significato, davanti all’esaurimento delle risorse energetiche terrestri, e ai problemi che tale emergenza pone già oggi per le generazioni a venire.                                                 

Evidentemente, qui non s’intende riproporre l’ennesima visione di un “futuro sostenibile” (a nostro avviso, ormai ridotta a slogan mediatico ed istituzionale) quanto piuttosto delineare alcune autentiche condizioni di possibilità del futuro – distinte da una semplice riproduzione dello status quo – poste in relazione a un’idea di una temporalità aperta, caratterizzata da uno sforzo massimo di creatività e invenzione, espressa nella forma di un autentico futuro anteriore, da intendere come tempo vissuto per mezzo di una tensione anticipatoria peculiare, connotata in senso più ampio rispetto all’umano, ossia più-che-umano.

A sua volta, tale visione ricade in una descrizione orientata del presente, che tiene conto in particolare di due fattori contenuti in esso, a nostro avviso ormai inaggirabili: da un lato, il predominio crescente dello strapotere tecnologico, inteso nella terminologia braidottiana come potere che interviene direttamente sul corpo, contrapposto al potere di bios/zoé (o biopotere), inteso come autentica espressione della vita, o di una forza vitale generatrice, totalmente amorale; dall’altro lato, la crescente esigenza di prendere in seria considerazione la totalità del mondo non-umano, in rapporto alle problematiche poste dai fenomeni collegati alla catastrofe ambientale in atto, primo fra tutti la deforestazione massiccia, vista come uno dei fattori dietro alla rapida diffusione globale della pandemia in atto.

In secondo luogo, si ristabilisce un legame fecondo col passato; tale elemento emerge in particolare dalla lettura di Haraway, riconducibile all’idea di una trasmissione dell’eredità culturale del passato, legata alla produzione di narrazioni centrate su una relazione positiva e proficua tra l’umano e il non-umano, corrisposta a livello biologico da un autentico assemblaggio corporeo su parte degli individui umani, inteso come il prodotto di una serie di sperimentazioni genetiche tese alla salvaguardia e al mantenimento delle specie più a rischio di estinzione, tra cui spiccano gli insetti – come vedremo nell’analisi della filosofa statunitense.

A questo punto, possiamo introdurre l’idea di umano come vestigia; tale nozione, mutuata dalla biologia, definisce un insieme di elementi persistenti in un organismo vivente (in questo caso quello umano), intesi nella perdita di funzionalità precedentemente posseduta allo stadio embrionale o da un antenato. In altre parole, si tratta di intendere l’umano come resto, o come residuo, anche in relazione alla human footprint[1], o impronta umana lasciata sul Pianeta, fenomeno massiccio correlato ai processi di industrializzazione selvaggia delle società capitalistiche, che riguardano in particolare le aree “in via di sviluppo” (prima fra tutte il continente africano), enumerabili tra i fattori alla base di un’autentica alienazione dell’umano  – per certi versi autistica, e certamente autodistruttiva – preso in rapporto alla totalità del vivente, oltre che all’ambiente.

In generale, si tratta di riconsiderare l’umano in prospettiva – non tanto in un mero senso nichilistico come “ponte” teso verso il superamento di sé stesso – quanto secondo una visione rigeneratrice delle sue stesse possibilità, tesa verso un riposizionamento della nostra specie all’interno del proprio ambito di appartenenza, accanto alla totalità delle forme di vita organica che popolano la Terra (compresi i batteri), e che in generale compongono il cosmo.

A nostro avviso, l’operazione concettuale qui proposta assume un valore cruciale oggi, in relazione all’attuale “panorama” discorsivo nel suo complesso, dominato a livello accademico dal dibattito sull’Antropocene, tematica rispetto alla quale si assiste ad una proliferazione anche a livello mediatico.


[1] Vedi: https://www.worldwildlife.org/threats/the-human-footprint.

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