Tempo, vita e ambiente. L’umano come vestigia

Vivere e morire bene insieme. Sulla solidarietà interspecie: Haraway 

A questo punto, consideriamo la seconda autrice, Donna Haraway; nel testo in esame, Chthulucene[1], si assiste ad una rilettura dell’umano secondo la categoria di humusità, cioè rileggendo l’umano a partire dalla sua etimologia di humus, espressione del suo legame con la terra, o meglio con una serie di potenze ctonie che regolano la vita della multispecie vivente.

Innanzitutto, vi è una critica alla nozione di Antropocene – messa in relazione alla catastrofe ambientale odierna – intesa in qualità di narrazione limitante, poiché ancora troppo legata al processo di antropizzazione; anche a nostro avviso, tale operazione discorsiva oggi pervadente rischia di porre l’accento esclusivamente sulla ricezione umana dei cambiamenti sistemici in atto  (non solo a livello ambientale); rispetto a ciò, la filosofa americana evidenzia come il rischio sia quello di dimenticare il ruolo originario svolto dai batteri nel processo di formazione terrestre, rispetto al quale il contributo umano assume una posizione secondaria, per quanto essenziale:

“È inutile negare che i processi antropogenici abbiano avuto delle conseguenze su tutto il pianeta, in interazione e in intra-azione con altri processi e altre creature, fin da quando l’agricoltura si è diffusa ovunque. I più grandi terraformatori (e riformatori) sono stati i batteri e i loro parenti, in altrettante interazioni e intra-azioni di ogni tipo, comprese quelle con gli esseri umani e le loro pratiche”[2].

In particolare, la filosofa statunitense evidenzia il problema odierno dell’esaurimento delle risorse naturali, precedentemente riscontrato in Braidotti:

“Continuare a estrarre risorse dal mondo contemporaneo nel tentativo di rimodellarlo continuamente sta diventando impossibile, dato che gran parte delle riserve della Terra sono state esaurite. Grossi investimenti e tecnologie creative e distruttive possono ritardare la nostra presa di coscienza (…) ma la natura a buon mercato è davvero finita”[3].

Dopodiché, Haraway espone la sua visione personale sull’Antropocene; in particolare, l’autrice ristabilisce una dimensione collettiva – identificata dal noi – come un’autentica base programmatica per l’azione, riconducibile a un livello micropolitico di responsabilità individuale; qui vi è un’evidente analogia con la precedente trattazione di Braidotti:

“Credo che il nostro compito sia rendere l’Antropocene il più insignificante possibile: dobbiamo unire le forze per coltivare le epoche a venire in modo da ristabilire dei luoghi di rifugio. Al momento la Terra è piena di rifugiati, umani e non umani, senza più rifugio (…) Forse è solo attraverso l’impegno intenso e le forme di collaborazione e di gioco con tutti i terrestri che saranno possibili nuovi ricchi assemblaggi multispecie in grado di ospitare anche gli umani. Io chiamo tutto questo Chtulucene – passato, presente e futuro”[4].

In breve, si assiste a un rovesciamento del tradizionale rapporto gerarchico tra umano e non-umano, per mezzo della nozione di Chthulucene – posta a titolo dell’opera – intesa come serie di assemblaggi multispecifici tra varie specie eterogenee che popolano la Terra:

“Queste tempospettive reali e possibili hanno a che fare con (…) diverse forze accumulate sotto nomi come Gaia, Terra. Il “mio” Chthulucene imbriglia una miriade di temporalità e spazialità diverse e una miriade di entità-in-assemblaggi, compresi gli assemblaggi più-che-umani, altro-dagli-umani, inumani e umani-come-humus. Gaia e tutte le loro parentele sono solo alcune delle migliaia di forze che scorrono in un filone FS, ovvero le reti della fabula speculativa, del femminismo speculativo, della fantascienza e del fatto scientifico”[5].

In merito a ciò, Haraway non esita a definire la sua posizione come compostista, ponendosi in netta contrapposizione al postumanesimo, in cui invece si colloca Braidotti:

 “Sono una compostista, non una postumanista; siamo tutti compost, non postumani. Il confine segnato dall’Antropocene significa (…) che l’immensa distruzione irreversibile è attualmente in corso, non solo per gli undici miliardi di persone che si ritroveranno sulla Terra verso la fine del XXI secolo, ma per un’infinità di altre creature”[6].

Dopodiché, la filosofa statunitense esplicita lo slogan dello Chthulucene, coniato da lei stessa: “Generate parentele, non bambini!”[7]. Evidentemente, si ha a che fare con la tematica cruciale della parentela, che ci permette di stabilire una convergenza tra le due filosofe trattate. A uno sguardo più ampio, si evidenzia il contributo cruciale delle teoriche femministe, le quali, secondo Haraway:

“Sono state le prime a sciogliere i presunti legami naturali tra sessualità e genere. Se vogliamo l’eco-giustizia multispecie, un tipo di giustizia che possa accogliere una popolazione umana diversificata, è tempo che le femministe prendano le redini per sciogliere ogni vincolo tra genealogia e parentela, e tra parentela e specie. Dobbiamo generare parentele”[8].

Inoltre, possiamo stabilire un’ulteriore affinità tra le due filosofe riguardo alla nozione di giustizia; in particolare, confrontando la nozione di giustizia intergenerazionale in Braidotti con quanto espresso da Haraway nei termini di una giustizia interspecifica, collocabile nell’ottica multidisciplinare propria della filosofa statunitense. A tale proposito, all’interno della riflessione della filosofa statunitense entra in gioco la questione cruciale del kin, intesa come tematica tradizionale della parentela, riformulata in un senso maggiormente inclusivo: 

“Il mio intento è far sì che il “kin”, la parentela, significhi qualcosa di più che entità legate dalla stirpe e dalla genealogia. Generare parentele ed esercitare la premura verso l’altro (intesi come cura, parentele senza legami di sangue) sono processi che ampliano l’immaginazione e possono cambiare la storia. Allargare e ridefinire la parentela è un processo legittimato dal fatto che tutte le creature della Terra sono imparentate nel senso più profondo del termine, e già da tempo avremmo dovuto iniziare a prenderci più cura delle creature affini come assemblaggi”[9].

In altre parole, abbiamo a che fare con un processo più ampio, che si concretizza in una pratica della solidarietà, secondo un’accezione interspecifica. A tale proposito, Haraway riporta le “storie di Camille” – dal nome della protagonista – incentrate sulle figure dei “Bambini del Compost”, appartenenti alle Comunità omonime, situate in territori popolati da numerose specie a rischio di estinzione; in particolare, possiamo considerare tali racconti come l’espressione di una riconfigurazione politica a livello planetario, capace di ripensare il futuro in modo originale:

“E poi nelle nostre vite arrivò Camille, a presentarci le generazioni incrociate di creature non-ancora-nate appartenenti alle specie vulnerabili che coevolvono. Nel tentativo di proiettarmi dentro futuri ancora incerti (…) Camille è uno dei Bambini del Compost che maturano nella Terra per dire no al postumano di ogni tempo. I Bambini del Compost ci insegnano che dobbiamo scrivere storie e vivere vite orientate alla prosperità e all’abbondanza, soprattutto nella tragedia dell’impoverimento e della distruzione selvaggia. Le storie di Camille sono un invito a partecipare a un tipo di narrativa di genere che vuole rafforzare nuovi modi di proporre futuri prossimi”[10].

In seguito, si nota come l’intento soggiacente a tali storie sia quello di “creare persone più-che-umane”[11]. In breve, possiamo intendere le narrazioni qui riportate nell’ottica di racconti tesi ad una riformulazione creativa dell’idea di futuro, nella forma di un dispiegamento massimo di possibilità inedite autenticamente sovversive della presunta autonomia della specie umana, o meglio della separazione operata dal resto del vivente. A nostro avviso, tale idea chiama in causa il tema delle rovine, intese come ricostruzione, o meglio come presa in carico curativa dei luoghi danneggiati, in antidoto al fenomeno odierno del divenire-inospitale del Pianeta, estendibile a gran parte delle specie viventi:

“Nell’attimo stesso in cui abbiamo proposto il nome di Camille, ci siamo resi conti che (…) Era una creatura fatta per la simpoiesi: per il con-divenire e il con-fare insieme a una variopinta covata di altri esseri della terra. Camille è venuta al mondo nel momento di un’inaspettata ma potente esplosione globale di numerose comunità che hanno sentito l’esigenza di migrare verso luoghi distrutti e collaborare con partner umani e non-umani per guarire quei luoghi, per un mondo nuovamente abitabile”[12].         

A tale proposito, possiamo stabilire un collegamento con l’analisi di Braidotti riguardo alla nozione di limite, nell’enunciato “Non ce la faccio più”, in veste di un’autentica modalità per la cura e la ricostruzione, orientata verso un vivere e un morire insieme interspecie:

“Persone provenienti da ogni luogo della terra hanno capito di non farcela più: erano stanche di aspettare l’arrivo di una soluzione esterna per risolvere problemi sistemici e locali. Comunità grandi e piccole e singoli individui hanno deciso di far fronte comune e (…) hanno reinventato e rafforzato delle coalizioni per ricreare condizioni di buona vita e di buona morte sulla terra, per rendere possibile la prosperità nel presente e nei tempi a venire”[13].

Dopodiché, viene stabilito un nesso tra la pratica di solidarietà interspecifica e la problematica della generazione di parentele, della quale si evidenzia la posta in gioco a livello concreto:

“Queste pratiche che hanno legato le comunità emergenti sono nate dalla consapevolezza che l’esistere e il progredire e la cura nei luoghi distrutti richiedono la capacità di generare parentele in modi innovativi. Generare parentele per ridurre il numero di esseri umani sulla terra e le loro esigenze, lasciando allo stesso tempo prosperare gli umani e le altre creature, è (…) un processo che deve avvenire attraverso connessioni rischiose con luoghi, corridoi ecologici, posizioni storiche e lotte postcoloniali continue, non in astratto”[14].

Nello specifico, Haraway esplicita il legame essenziale con le Comunità del Compost; ciò permette una ripresa della nozione di kin, o di parentela in senso ampio:

“Smantellare definitivamente il principio distruttivo e ancora diffusissimo della necessità “naturale” di un vincolo tra la parentela e una riproduttività biogenetica basata sul modello dell’albero genealogico è diventata una delle battaglie principali dei Bambini del Compost”[15].     

In altre parole, emergono le condizioni per l’instaurarsi di un autentico rapporto simbiotico tra animali umani e non-umani:

“I simbionti animali e umani fanno sì che la trasmissione della vita mortale vada avanti, ereditando e inventando pratiche di recupero, sopravvivenza e prosperità (…) Le scienze e le arti vengono praticate insieme con passione e sviluppate come mezzi per abituare queste comunità in rapida evoluzione a vivere e morire bene nel corso di secoli devastanti, segnati dall’irreversibile cambiamento climatico, da alti tassi di estinzione e da altri problemi”[16].

In conclusione, possiamo vedere come in Haraway sia postulata una pratica di solidarietà interspecifica, per mezzo di una narrazione che – al pari di altri stili di vita emergenti nel contemporaneo, uno fra tutti quello vegano[17] – costituisce un modello realizzabile a livello pratico.         A nostro avviso, il suo valore risiede nell’elaborare un paradigma inedito, fondato su una convivenza autenticamente riproduttrice dei rapporti con gli altri esseri viventi – o con l’inumano – e insieme rigeneratrice delle condizioni di vita sulla Terra.                         


[1] D. Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, Nero edizioni, Roma 2019.   

[2] Ivi, p. 143.

[3] Ivi, p. 144.

[4] Ivi, p. 145.

[5] Ivi, pp. 145 – 146.

[6] Ivi, pp. 146 -147.

[7] Ivi, p. 147.

[8] Ibid

[9] Ivi, p. 148.

[10] Ivi, pp. 151 – 152.

[11] Ivi, pp. 152 – 153.

[12] Ivi, p. 154.

[13] Ivi, pp. 154 – 155.

[14] Ivi, pp. 156 – 157.

[15] Ivi, p. 157.

[16] Ivi, p. 158.

[17] Vegetarismo, Veganismo e Teoria dell’Identità Sociale (istitutobeck.com).  

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