Intervista a Mattia Grigolo

Il tuo ultimissimo progetto è Noi, Berlino.

Noi, Berlino nasce da un’idea del mio amico giornalista Ercole Gentile con il quale abbiamo coinvolto Andrea D’Addio, fondatore e direttore di Berlino Magazine. Il format, infatti, sarà ospitato proprio su Berlino Magazine.

Alla base del progetto c’è l’intenzione di dedicarsi a una sorta di intervista che noi chiamiamo, forse un po’ pretenziosamente deep interview, ovvero interviste fiume, molto lunghe, nelle quali cerchiamo di annullare la formalità, a favore di una chiacchierata più personale, a tratti intima.

Gli intervistati sono personaggi che vivono o hanno vissuto a Berlino e che hanno avuto un rapporto particolare con la città.

L’eccezionalità di Noi, Berlino è che le interviste in forma scritta saranno corredate anche da alcuni passaggi dell’intervista in forma di video.

Cosa ti ha portato ancora il lockdown?

Ho ripreso a scrivere con una certa costanza. Mi si è riaperta la vena. Cosa che per anni avevo in qualche modo accantonato a favore di una vita che era troppo impegnata per concedermi alla scrittura personale e alla realizzazione di narrativa.

Sto scrivendo moltissimi racconti e alcuni saranno pubblicati da diverse riviste letterarie italiane, alcune delle quali sono veramente dei prodotti eccezionali.

Quali libri sono stati e sono importanti per la tua formazione?

Credo che, quantomeno inizialmente, la mia formazione come autore sia legata alla letteratura americana del Novecento: durante gli anni dell’adolescenza e post adolescenza ero fissato con la letteratura post-contemporanea, con gli scrittori americani pop, come Palahniuk, Ballard, Bret Easton Ellis, Welsh.

Sicuramente, ad influenzarmi più di tutti, in quegli anni, è stato David Foster Wallace.

Crescendo mi sono affacciato a letture più classiche, sempre nella sfera della lingua inglese: Roth, Virginia Woolf, Joyce, Flannery O’Connor, Cheever, Carver, Steinbeck, Moody, Hubert Selby Jr, ma anche più recenti, su tutti Cormac McCharty. La Strada, il suo capolavoro, è il mio faro. L’avrò letto qualcosa come venti, trenta volte. Ogni tanto lo prendo e lo rileggo solo per il gusto di ributtarmi dentro quel campo minato dove le parole che usa e che accosta, rischiano di esplodere ad ogni passaggio. È un libro incredibile.

Diciamo che la letteratura americana del Novecento è stata il mezzo con il quale mi sono introdotto alla scrittura.

Poi ho iniziato a leggere gli italiani, Buzzati, Ortese, Carnevali, Calvino, Flaiano e i classici.

Non mi sono mai realmente interessato, mio malgrado, alla letteratura russa, spagnola o latino-americana, a parte Jodorowski e Bolaño, che adoro.

Ora ho una passione per la narrativa dei margini, la chiamo così. Scrittori americani che raccontano la provincia o le vite, per l’appunto, ai margini. Gente come Donald Ray Pollock oppure Kent Haruf, per citarne due. Oppure, tra la narrativa italiana, quegli scrittori che utilizzano il dialetto. Mi viene in mente Omar di Monopoli, per esempio, oppure la collana Incursioni della Italo Svevo Edizioni, che è una casa editrice favolosa.

Di recente ho letto un libro che ho trovato incredibilmente bello. È il libro d’esordio di Graziano Gala, Sangue di Giuda [edito da Minimum Fax, ndr]. Ho trovato favoloso il modo in cui ha utilizza il dialetto (oltretutto un dialetto in parte inventato, mischiato).

Un altro libro che ho letto recentemente e che mi è piaciuto moltissimo è Brevemente risplendiamo sulla Terra, di Ocean Vuong [edito da La nave di Teseo, ndr]. Anche in questo caso è quel tipo di narrativa dei margini di cui ti dicevo prima.

Come hai imparato la tecnica della scrittura?

Ho seguito molti laboratori e corsi di scrittura creativa quando vivevo a Milano e questo mi ha dato modo di capire, attraverso il lavoro dei miei insegnanti, come avrei voluto che fosse un laboratorio condotto da me, se mai ci fosse stato (cosa che poi è successa realmente). Ho imparato scrivendo e soprattutto leggendo. Leggere ti dà la forma di cosa vuoi scrivere, di come vuoi scrivere e di cosa vuoi dire.

Uno dei laboratori di scrittura creativa più interessanti e formativi che ho seguito è stato con Paolo Cognetti. Credo fosse il 2010 e il 2011. È stato un bellissimo laboratorio per diversi motivi: sicuramente per il clima disteso che Paolo era riuscito a creare e per l’ambiente protetto dove potersi esprimere in grande libertà. Prima di iniziare veniva fatto passare tra i tavoli un fiasco di vino rosso offerto dalla casa.

Quel laboratorio è stato per me particolarmente importante perché, durante una lezione, Paolo ha cambiato in parte l’idea che avevo della narrativa fino a quel momento. Avevo portato un racconto a cui mi ero legato molto: era pregno di vicende e personaggi, un intreccio complicato, ma avvincente.

Dopo averlo letto, Paolo mi chiese per quale motivo ci fosse tutta quella roba dentro e mi disse “è davvero troppo. Troppi personaggi, troppe cose da seguire, troppe descrizioni, c’è tutto troppo.”

Allora capii cosa intendeva e fu una rivelazione. Fino a quel momento avevo immaginato la narrativa come un aggiungere strati, mentre in realtà è un togliere strati, lasciare lo spazio al lettore di immaginare il tuo mondo che diventa, durante la lettura, il suo mondo.

Devo dire che anche – forse soprattutto – grazie a quel laboratorio ho capito quale dovesse essere la struttura base dei laboratori che poi ho iniziato a condurre io a Berlino.

Non sono laboratori frontali, l’interazione fra me e i partecipanti è fondamentale. Lo scambio è tutto.

Alla fine, se ci pensi, la narrativa che cos’è? Lo scambio di un momento intimo. Mentre scrivi sei dentro te stesso, nell’intimità della tua creazione. Poi lo metti a disposizione, lo lasci nel mondo facendolo diventare un mondo. I miei laboratori sono questa cosa, questo passaggio compresso nel tempo che abbiamo a disposizione quando siamo insieme.

Come sei arrivato a Berlino?

A Berlino ci sono stato alcune volte prima di trasferirmi nel 2012. La città mi ha impressionato, perché non è, diciamocelo, una città bella nell’accezione classica del termine. Roma è bella, Parigi è bella, ma non Berlino.

Però fu un colpo di fulmine, capii che c’era qualcosa che mi attirava inesorabilmente a lei, nelle strade, nella gente, nel modo in cui Berlino concepiva la vita e le vite.

La musica è importantissima per me e a Milano ho collaborato come giornalista musicale con varie testate, una su tutte Soundwall, a cui sono ancora oggi molto legato.

E poi organizzavo live di musica elettronica in club e centri sociali milanesi. Insieme ad altri amici e a quella che poi sarebbe diventata la mia fidanzata, organizzavamo grossi party dubstep e breakcore. Ho portato a suonare a Milano, soprattutto al Leoncavallo, Venetians Snares, The Bug, Bong Ra, Virus Syndicate e molti altri. Oltretutto facevo live visual e mettevo dischi in apertura o in chiusura dei live.

Contestualmente lavoravo all’AFI, che è un’associazione che racchiude quasi tutte le case discografiche indipendenti italiane. Ci ho lavorato per otto anni.

Erano anni in cui la discografia mondiale era in crisi profonda.

Esatto. La pirateria regnava incontrastata e le piattaforme di streaming come Spotify non erano ancora consolidate. Ma non era solo la discografia in crisi. Era anche la Milano di dieci o quindici anni fa che non era la Milano di oggi. Quella Milano mi andava stretta.

Quando dissi alla mia ragazza che volevo andarmene lei fu subito d’accordo, i miei un po’ di meno, perché lasciavo un contratto a tempo indeterminato. A conti fatti, è stata una delle scelte più giuste della mia vita.

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