Intervista ad Alberto Ticconi

La sua affascinante storia la scoprirete in questo incontro…

Ho assistito a qualche suo spettacolo, conoscerci è stato un piacere reciproco e oggi vorrei che lo conosceste anche voi, per cui gli rivolgerò qualche domanda. Alberto, se qualcuno ti chiede, così, a brucia pelo, “Scusi, lei chi è?” cosa ne verrebbe fuori?

Ma … si poteva partire anche con qualcosa un po’ più facile e di meno responsabilità, almeno rispetto alla possibile risposta, caro Gianni. Comunque … tutto sommato è una domanda che non mi sono mai fatto come necessità esistenziale, preoccupato e inondato, molte volte nella mia vita, dalla meraviglia e dai suoi effetti. Meraviglia per ciò che questo mondo e questa vita ci offre fuori e attraverso noi stessi. Posso dire che in varie e svariate situazioni, sono stato e sono testimone dell’impossibile. Quindi posso affermare a cuor leggero di essere un semplice “testimone”, in specie “artistico”. Nato nel 1953 in un paese chiamato S. Maria Infante in Minturno (LT), come testimone artistico ho cominciato ad esserlo a 10 anni. In quel tempo, per un compito a piacere chiesto dalla maestra e, portando con me una piccola enciclopedia dedicata ai velieri, mi sono ritrovato a disegnare le tre caravelle di Cristoforo Colombo. Dopo qualche ora emersero dal foglio esattamente come da immagine. Erano complete di tutto e con tutti i particolari. Fu il mio primo vero e inaspettato incontro con l’arte. Qualche mese dopo fui attore in una “recitina” scolastica. Alla fine le richieste di bis furono almeno 4, oltre a vedermi già regista in un’altra scenetta molto più complessa, che presentava enormi difficoltà anche per la mia insegnate. Incredibile; ci misi del tempo per riprendermi. E così in tante altre occasioni successive. Ci sarebbero voluti anni di studi e invece, solo dopo qualche ora, l’inatteso e l’impossibile. Di fatto nella prima maturità avrei voluto diventare un fisico nucleare, ma l’arte ha avuto la meglio. Oggi posso dire che come testimone della bellezza mi sono esercitato come disegnatore, pittore, commediografo, regista, maestro di recitazione, attore, scenografo, musicista (bassista), cantante e compositore.

Anche commediografo? E come è avvenuto? In genere tale forma artistica richiede particolari studi, esperienze e insegnanti di un certo livello; non certo facili da incontrare. Come te lo sei spiegato oltre a innate predisposizioni.     

Credo di essermi appassionato al teatro partendo dalla immensa passione per i film. In realtà devo tutto o quasi a mio padre. Egli, da quando avevo qualche anno e fino all’età di 14/15 anni ogni domenica aveva la bellissima abitudine di portarmi al cinema; i primi anni anche con mia madre, mia zia e mia nonna. Di fatto era un super evento familiare. Aveva vissuto e lavorato a Roma come capo operaio per diversi anni e lì si era appassionato dei grandi attori di quel tempo (Totò, Peppino e Edoardo De Filippo, Aldo Fabrizi, Nino Taranto, Sordi, Gassman, Nino Manfredi, Fernandel, Gino Cervi, ecc. ecc.). Di fatto aveva con quel mondo intessuto gran parte delle proprie passioni, abitudini e appetiti tanto da sembrare esserne diventato con esso un tutt’uno. E con il suo divertirsi senza remore mi mostrava tutto il valore profondo che per lui aveva di tale realtà, tanto da proiettarlo nel suo modo di interagire, di dialogare, di litigare e di pensare; con chiunque. Certamente fu il mio primo maestro. Infine quegli incontri settimanali seminarono un bel po’ di cose in me, e in specie in un luogo/spazio dove non c’era che natura e silenzio. Ma c’era anche una mi amatissima zia; creava dei presepi fantastici; raccontava le favole come nessun’altro dopo di lei e aveva un semplice, naturale e spontaneo gusto estetico immenso. E mia madre era stata maestra del coro e regista solo la quarta elementare. Tutto ciò, più tardi, e senza accorgermene, avrebbe maturato in me molte cose, e magari in modo esplosivo. Per gli insegnanti sul campo posso solo dire che ne ho incontrati tanti e di tutti i generi e ovunque, a cominciare dal mio professore di disegno alle medie superiori. Ma tutto sommato basta osservare e ascoltare bene meglio. Come docente, classicamente inteso sul tema recitazione, posso confessare di aver avuto forse il meglio in assoluto: la grande Dora Calindri, 1991/93. Furono tre anni indimenticabili, tanto che ancora oggi me la fanno vedere come uno meraviglioso spettacolo vivente. 

La sorella di Ernesto. Sei cresciuto quindi in un paesino immerso nella natura e quali riscontri invece hai avuti a livelli nazionali?

Diversi. E per me importanti, molto importanti. Ho conosciuto tramite amici, Nino Manfredi; tra l’altro sono stato diverse volte a casa sua a Scauri, oltre che a qualche cenetta in ristorantini del Minturnese. Egli ha assistito, con la moglie, la figlia, il genero e il nipotino, nel 2002, a SS Cosma e Damiano ad un mio spettacolo. Era una mia rielaborazione totale dal Bilora del Ruzante, dove vi recitavo in dialetto ben due parti. La sera stessa, alla fine dello spettacolo, invitato dal sindaco a salire sul palcoscenico e davanti quasi a tremila persone, disse: “Non pensavo che a “83” anni qualcuno potesse ancora insegnarmi qualcosa sul teatro!” E a casa sua, tra miei amici, confessò che: “Quell’attore … è praticamente perfetto!” Detto da lui, che ancora oggi considero uno dei più grandi attori a livello mondiale e che con il quale solo qualche tempo prima di quell’evento avevamo avuto un incontro/scontro non piacevole, fu veramente un grande riscontro. Ma quella sera facemmo pace e chiacchierammo con grande felicità di entrambi fino alla fine della cena. Mi accadde qualche anno prima (1994), di vincere nella rassegna teatrale in Piazza Zambarelli (un delle più importanti sul teatro nel Sud-Pontino), il primo premio come regista per l’opera Lisistrata (ripresa diverse volte poi dal regista Giorgio Mennoia per CUT in Cassino).

Il presidente era il professor Renato Filippelli, scrittore di testi scolastici. Malgrado fosse stato aizzato contro di me da “amici” invidiosi disse: “Benché lui pensi che sia impossibile mi è invece impossibile non premiare il suo lavoro. Non vedevo una regia sulle opere di Aristofane capace di renderle attuali eppure libere totalmente da orribili modernismi.” L’anno dopo (1995) ero a Padova (Giornate del Ruzante, IV Rassegna) con il Primo Parlamento, regia di Nino Fausti, direzione artistica della manifestazione Dott. Filippo Crispo (allievo e attore di Streller), organizzatore generale Giovanni Calendoli (Torino, 8 dicembre 1912 – Roma, 1995, critico teatrale, saggista e politico italiano, di origini siciliane. Fu il primo docente universitario italiano di Storia del Teatro e dello Spettacolo, oltre che uno storico del cinema e della danza). In quell’occasione la rielaborazione in dialetto (praticamente la seconda nella mia vita) mi richiese mesi di lavoro, esattamente come il calarmi nel personaggio; totalmente lontano da ogni altro fino a quel momento interpretato. Tra i relatori il prof. Ronald Ferguson, della Lancaster University. Ebbe a scrivere qualche tempo dopo a Calendoli: “Tra gli spettacoli teatrali allestiti vorrei, soprattutto, sottolineare il valore di “O Parlamento” dal Teatro Arte & Ricerca, in dialetti del Sud Pontino. Questa è stata una lettura non solo fedele filologicamente al testo del Parlamento de Ruzante, ma fedele altresì nello spirito. Uno spettacolo completo e entusiasmante e, senz’altro, una delle più importanti interpretazioni di Ruzante dei questi ultimi anni!”

E non ci risulta che dal 1995 ce ne siano state altre, purtroppo. Per tale risultato sono presente nell’enciclopedia Treccani nella voce sul Ruzante come ultimo rielaboratore del Ruzante a livello mondiale (Shakespeare considerava Angelo Beolco detto il Ruzante come suo maestro assoluto).  Nel 1997 “Aspettando la cena”, con diverse repliche, prima opera come commediografo, scritta in una settimana nel 1981, vincerà il 3° premio in un concorso indetto a livello nazionale da “PRIMAFILA”, presidente della giuria Federico D’Oglio (importantissimo saggista sul teatro italiano e non). Unico rammarico: per errore fu mandato il copione non corretto. In successive elaborazioni e repliche, lo stesso, diventerà: “Lo azzanni qualcosa dalla morale ambigua.” Sempre nel 1997, con il Liceo Scientifico G.B. Alberti siamo di nuovo a Padova con il “Pompo in Egitto” primo lavoro del quattordicenne Giacomo Leopardi. La rielaborazione consistette anche nell’”anagrammare” il testo, eliminare le eccessive ripetizioni e dotarlo di cori che nell’originale non c’erano. Il presidente del Centro Studi Leopardiani di allora era presente allo spettacolo e con lui il professo Giuseppe Petronio, (il coro completo era composto da 48 ragazzi e, per anni, per la perfezione assoluta della metrica e dell’intonazione, fu oggetto di comparazioni continue). Entrambi considerarono l’evento un approccio importantissimo all’opera del Leopardi.

Nel 1998 una mia opera totalmente in dialetto, rielaborazione anch’essa dal Miles Gloriosus di Plauto (mediata dagli approfondimenti nel Vantone di Pier Paolo Pasolini), per la regia di Giorgio Mennoia, con il CUT di Cassino, vinse quasi tutti i premi nelle varie rassegne tenute sia nel Golfo di Gaeta che nel cassinate. 

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