Intervista ad Alberto Ticconi

Belle soddisfazioni, allora!

Incredibilmente belle, sia di pubblico che di critica autorevole. Ma, personalmente ho avuto il piacere immenso di conoscere anche Fiorenzo Fiorentini, e di aver ricevuto i suoi complimenti a Roma, IV Circoscrizione, nel 1999. Le sue “rielaborazioni petroliniane” sono state di grande ispirazione. Un attore ri-scrittore immenso anch’egli. E’ opportuni dire che dal 1993 ad oggi ho depositate in SIAE circa sessanta commedie e una tragedia, l’Antigone (ma in alcuni punti comica anch’essa – ognuno ha i suoi indomabili vizi – ), ma molte hanno doppia o tripla veste: dalla lingua al parziale o totale dialetto; dalla versione integrale a quella sintetica o semisintetica. E anche questo fa parte della meraviglia. Com’è possibile? Siamo noi che diamo vita all’arte o assolutamente il contrario? O tutte e due insieme, esattamente come la gamba destra e quella sinistra ci permettono, insieme e ben distinte, il camminare? 

Cosa è per te infine scrivere una commedia? Cosa ti aspetti da essa, dal teatro in se e dal pubblico? Voglio dire; è come una missione, nella quale magari ti impegni per dovere e obbedienza o cosa?

Dio ci liberi dalle missioni per dovere e per obbedienza. Ma dio ci liberi anche da cose mosse per ragioni diverse da quelle della gioia e del piacere per il sublime. Il grande Agostino di Ippona disse in un momento di lucidità intellettiva, filosofica e passionale oltre che abbondantemente spirituale: “La bellezza salverà il mondo.” E un altro grande mio maestro, non solo musicalmente, Frank Zappa (conosciuto nel 1970 e mai abbandonato, con studi di approfondimento ancora oggi) ebbe molte volte occasione di dire: “Non salgo mai su un palcoscenico per compiacere il pubblico o per far divertire qualcuno. O solo perché ho fatto un contratto. L’unica vera ragione di tanto sforzo è perché la’ sopra mi diverto io, mi diverto molto e mi diverto bene. Io compongo, dirigo e suono per mio solo divertimento. Questa però è anche l’unica garanzia che tutti voi avete per il vostro di divertimento! Di contro nessuno ve ne potrà mai dare una migliore.” 

Alcune delle mie opere drammaturgiche sono emerse quasi da se; per nulla modificate, appena corrette, magari, sono ancora come si presentarono. Altre sono frutto di elaborazione e rielaborazioni incredibili, durate anche anni. Alcune seguono una via naturale e respirano di esperienze già vissute e digerite, altre sono costruzioni ideali, quasi calcoli iper matematici, intrisi di fisica e di socio-psicologica, con forti componenti filosofiche di arcana radice. Riporto per concludere un brano critico del regista con cui collaborato dal 1994 nelle messe in scena del Ruzante fino al 2014, Nino Fausti, in occasione della stesura finale in dialetto del CLAUCIDE (2021, – prima edizione in lingua; 1983, – seconda messa in scena in Minturno, 1998, Premio Cristoforo Sparagna al cospetto di professori dell’Accademia dei Lincei – dove fui accuso addirittura da uno dei docenti di aver rubato l’opera: “E’ impossibile che tale capolavoro possa essere concepito e scritto da un semplice commediante e attore. Il copione lei di certo lo ha copiato. Mi dica immediatamente da chi l’ha copiato!” – ) e una citazione dallo stesso.  

“… La ferocissima critica di Ticconi è rivolta al sistema capitalistico e consumistico, al vuoto ideale ed ideologico che inghiotte il nostro tempo. Più di qualunque trattato, saggio, compendio filosofico, questo delizioso testo teatrale fa a pezzi la nostra contemporaneità. Facendo propria la tradizione del teatro dell’assurdo, Ionesco, Cecov, Alberto si spinge oltre. Egli fa un “frullato” del tutto e lo divora, “compiacendosene, ed evidentemente godendone”.

La scelta del dialetto era inevitabile. Apparentemente questa opzione delimita la fruizione testuale ad una terra limitata, anzi, limitatissima: il sud pontino, e più precisamente il minturnese. Eppure, proprio il vernacolo rilancia la dimensione universalistica dell’appartenenza. Ci riconosciamo cosmopoliti nel momento in cui i leghiamo alla nostra radice. Solo radicandoci e tipizzando la nostra radicalizzazione riusciamo a trovare i valori eterni della tradizione; e soltanto nella tradizione e dalla tradizione possiamo rinnovare ed innovare veramente e profondamente. Del resto, l’operazione di Ticconi viene a configurarsi come lo studio di una lingua autoctona, dalle immense possibilità idiomatiche e fortemente caratterizzante. Potenzialità che l’autore, già presente nella Treccani come traduttore dell’opera ruzantiana, riesce a sfruttare pienamente. L’auspicio è che questo lavoro possa essere tradotto in tutti gli idiomi della penisola, e magari anche al di fuori dei confini nazionali, per rinnovare, in ogni parlata, la propria energia semiotica. …”

Dal CLAUCIDIU, in dialetto Santamariano/minturnese (in massima parte ricco di influssi e contaminazioni di napoletano, ciociaro, abruzzese/molisano –Rio Nero, da cui molte nostre famiglie derivano in epoca storica, 1700 –, e latino): 

MATONIDE (Entra in scena il padre del poeta CLAUCIDIU, ora perso nei suoi pensieri creativi) – “Sùlu quànno n’òme se guarda alle spàlli sòie po’ capìsce tutta la stràti c’ha fattu. Sùlu guardànno ‘nnanzi accapìsce tutta la stràti che t’è ancora da’ fà. (CLAUCIDIU si accorge del padre) E guardànno agli figli sòie (indica il figlio) chélla … chella che mai, mai, avesse doùtu fa’. A vedèregliu accussì, signuri; bbègliu e prufumàtu, se potésse pensa’ a chisà quali meraviglie. Ma è frecatùra, delusiòne e confusiòne de còccia. E arruìna!  Gliu disgraziàtu, e non se accapìsce da che ràmu de parentela gli è arrivatu tantu tòsseco, non soppòrta la campagna e, a pàrte gli trascùrsi jornalièri co’ gli pollasti, e notturni co’ le cioccioèttole*, n’asp’ra ad àutu che a fa’ ‘ngrifà a me, gliu pàtre, e a fa’ crére alla mamma de ave’ chisà che valènza de figliu, che saccio: nu’ poeta, nu’ geniu. Na’ crapa! Ma si tuttu chèsto fòsse vèru sarìa i’ gliu prìmu a da’ fèsti e addefreschamènti pe’ tutta la contrada. Ma è cosa appena chiaitàbbile** che gli’aglimàle pòzza aggiògne na’ parola de sènsu dopo ghièce de pazzarìa screfonnànte***.     

*.Civette. **. Sperabile.*** Sprofondante, inabbissamento totalmente distruttivo.

Ma al di sopra di ogni altra esperienza recitativa non posso non menzionare “La Passione di Cristo di Pulcherini”. Una manifestazione nata nella parrocchia che piano piano, per apporti di letterati, poeti e religiosi ha assunto nel tempo contorni di GRANDE PROFONDITA’ INTERPETATIVA, PASSIONALE E TEOLOGICA. Vi partecipato come regista dal 79, come attore dall’83, in vari ruoli; come drammaturgo (forte anche degli studi teologici ed esegetici svolti ad Assisi e Napoli) dal 1998 come interprete di e come interprete di Gesù dal 1999 (per ben 15 edizioni).  Non era la prima volta che mi cimentavo in tale ruolo ma a Pulcherini la bellezza dei luoghi, le atmosfere, la partecipazione della popolazione locale e di tanti altri da ogni parte della regione, e delle regioni confinati, hanno dato il LA per una vibrazione spirituale, artistica e personale senza possibili paragoni. Cosa che auguro a tutti in questo mondo e negli altri. 

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