Intervista ad Alberto Ticconi

Ora vorrei saperne di più sul versante strettamente musicale, se sei d’accordo. 

Ma certamente. E’ un invito piacevolmente sperato e, soprattutto, un’ottima scusa per incontrarci, tra l’altro. Comunque, grazie per avermi di nuovo ospitato nei tuoi spazi culturali ed artistici, carissimo Gianni. Voglio però sottolineare ancora una volta che, per me importantissima, tutta la mia storia, specialmente in musica, è stata ed è storia di “incontri”. E li considero uno più essenziale, bello, vero e sublime dell’altro, anche quelli non proprio positivi, così che ogni altra cosa ne è corollario. Pur tuttavia, e di fatto, mai come nella musica nei miei anni ruggenti (ora sto toccando i 68), ero ben deciso ad essere uno specializzato in qualcosa; infatti in quegli anni pensavo di diventare un bassista, e per la precisione “er mejo”. Mai per primeggiare, ma per godere di certi suoni, certe possibilità, che solo stando a certi livelli si può avere.

Ma cominciamo dall’inizio, musicalmente parlando. La mia passione nasce in verità con il canto; eroi preferiti? i tanti gruppi italiani, soprattutto Nomadi, Dik Dik, Ricchi e Poveri , Equipe 84 e cantanti vari: in primis i miei tre amori: Adriano Celentano incontrato sulla via di Damasco con i suoi “Ventiquattromila baci” (una vera rivelazione, oltre l’irraggiungibile Elvis, il quale, oggi più di ieri, cresce sempre di più nei mio Olimpo), Adriano rappresentò per me ciò che Virgilio fu per Dante e che, ancora oggi, rivivo fantasticamente tramite il mio incredibile amico Adolfo Sebastiani (un vero miracolo artistico vivente). Subito dopo la super Rita (Pavone). 

So che hai avuto sempre un debole per la Pavone. Come mai?

Quando mio padre comprò il nostro primo televisore il primo sceneggiato che vedemmo furono le strane avventure nella propria famiglia, di un certo Giannino ne “Il Giornalino di Gian Burrasca”. Lui che non era un lui, ma NON era neanche una lei, con i tutti pro e i contro di tutte e due. Per me, abitatore di selve e mondi di pura fantasia, per me, che ero invece timido e troppo rispettoso (i miei contro), fu una doccia fredda a luglio a mezzogiorno. E poi, diciamocelo sinceramente, ancora oggi, nessuno come lei riesce a fare 5 (cinque) cose in una.

Ebbi modo di conoscere un suo amico del primo periodo (quando ancora non aveva incontrato il prode Ferruccio); “Persona intelligente, carina e serissima, ma dopo 26 giorno esatti dovetti calare gli ormeggi: sembrava di avere a che fare con 6/7 persone contemporaneamente, cantava e prendeva appunti, telefonava e imparava a memoria un testo di una canzone, riprovava una mossa di ballo e scriveva ai suoi, e altro, altro ancora.” Bèh, Gianni, io non sono a quel livello, ma compresi d’incanto dal suo lamento, anche i rodimenti di mia moglie. Di certo con la sua voce e la sua energia di quell’epoca ne ha costituito il pedale (in teoria musicale, un pedale è una nota di lunga durata, quasi sempre nel registro basso); un bel LA abbondante e pieno, così profondo che se oggi qualcuno fa un film ambientato i quegli anni non può non metterci una delle sue canzoni come tema. Nel 1997 ebbi il piacere immenso di conoscerla e di parlare con lei per un bel po’. In quell’occasione le dedicai la scenografia realizzata per una serie di trasmissioni televisive di cui era ospite inaugurale. Ero già stato, comunque, a casa sua ad Ariccia con amici per promuovere bravi di Roberto Esposito. Quella volta però incontrammo solo Teddy Reno e il loro direttore artistico. Ma vogliamo parlare di un’altra grande in quel tempo? Marisa Sannia. Nella sua singolarità artistica e umana (oltre che di una incredibile bellezza e sensibilità che sempre più, oggi, attira estimatori e musicologi), Marisa è stata capace di toccar nel profondo le persone che “ascoltano e sentono”, rivelandosi sempre sincera nella sua delicatezza, nel garbo, nell’eleganza e nella sia proverbiale riservatezza. Tutti coloro che hanno avuto modo di conoscerla né conservano gelosamente il ricordo nel proprio cuore. Dopo aver vinto il 2° posto a Cagliari, iscritta di nascosto da sorella, in mezzo a 3000 concorrenti ebbe la svolta decisiva in un concorso indetto dalla Fonit Cetra. Era in palio un contratto di quattro anni con la casa discografica. Avvenne però che Sergio Endrigo e Luis Enriquez Bacalov decisero di diventare i suoi produttori (scusate se era poco): il primo 45 giri fu “Tutto o niente”.

Ma i primi successi arrivano con “Una cartolina”, “Sono innamorata (ma non tanto)” e “Sarai fiero di me”: quest’ultimo conquistò il terzo posto nella ‘sezione giovani’ al Festivalbar del ’67. E fu quest’ultima (che sentii per radio diverse volte al giorno) a farmi innamorare di quella voce da sirena sarda. Lo stesso Sergio Endrigo per lei scrisse molti dei suoi capolavori. Aggiungo, consigliandoli vivamente, di procurarsi i suoi ultimi quattro capolavori: “Sa oghe de su entu e de su mare”, “Melagranàda”, “Nanas e janas”, “Rosa de papel”, in essi ha dimostrato anche grandissime doti di poeta, compositore, intellettuale, di sommo e sottile filologo, e un LP molto particolare del 1976: “La pasta scotta”. Lo scandalo è che ormai ben pochi la conoscono: una mostruosità tutta italiana. Chiaramente non mi potevano mancare l’eccelsa Mina, Lucio Battisti e Massimo Ranieri. Erano gli anni fine 60, inizio 70. Poi ancora Beatles, Orme, P.F.M e Banco, Grateful Dead, Otis Redding, Deep Purple, i Cream, il sublime Franco Battiato (qualche giorno fa la dolorosissima notizia della sua morte, attraverso la quale l’intera nazione ha “scoperto” di quale altro tesoro era ricca) e soprattutto Aretha Franklin. Forse, nel tempo e affettivamente, prima di tutti. Come è avvenuto? Nei primi anni 60 mia sorella mi portava a mare, poverina. Sì, dato che io dopo un po’, a volte forse minuti, cominciavo ad annoiarmi pesantemente. A quel punto salivo sulla terrazza del lido. Giunto lì mi consolavo, da quella desolazione di caldo, sabbia bollente e caciara immane, con il “fratello” juke box (incontro memorabile; cosa che per i moderni è incomprensibile) e, per suo tramite, con l’immane Aretha. Lei, con il suo soul in realtà, è stata la salvatrice dei miei interminabili ultimi luglio degli anni 60 con la sua stupenda “I Never Loved a Man” (ancora l’ascolto affamato). Forte, quindi, di questo primo e appassionante incontro, all’arrivo di un nuovo e più progressista parroco nel mio paesino (S. Maria Infante), proprio nel 70, con degli amici reduci dal seminario, e nell’ambito delle provvidenziali (in tutti i sensi) iniziative nella parrocchia, organizzammo uno spettacolo di musica leggera. Alla batteria un certo Attilio Carpino (frequentatore già dei Notturni, di cui parleremo dopo), organo/chitarra Antonio Mallozzi (a cui devo l’incipit, e che ringrazio sentitamente ancora oggi), voce; Alberto Ticconi.

Mio Dio che esperienza. Ricordo ogni minuto. Ma quello che mi si impresse di più negli archivi furono i due giorni di devastante eruzione emozionale (in alcuni momenti anche molto invalidante) prima dello spettacolo; al limite dell’infarto. Quel pomeriggio la sala era gremitissima. Quasi la metà degli intervenuti era rimasta fuori (a quell’epoca bastava attaccare un foglietto di carta, con scritto l’ora, il luogo e vagamente descrivere lo spettacolino di musica leggera, con dello scotch da qualche parte e centinaia di persone ti si “valangavano” addosso), e dentro, nella sala l’atmosfera era di fuoco (anche perché nel pubblico c’era – peggio di un musicarello doc – la mia super carinissima spasimata del tempo). Ragazzi, Iniziai quasi a freddo – se qualcuno mi avesse detto che occorreva riscaldare la voce … – con “Che sarà” dei Ricchi e Poveri, semi tremante su “… che stai sulla collina,” e finì con “Vent’anni” di Ranieri quasi sforando in toni e volume. L’obiettivo iniziale? Salvare almeno la pelle. Invece … fu un successo strepitoso (nel paese e per me assolutamente inaspettato), anche perché il mio unico e profondo sforzo era solo quello di conquistare la mia spasimata. 

Quindi non fu uno spettacolo fine a se stesso o per il desiderio di “successo”.

Ma io credo, a prescindere, che nessun spettacolo è mai fine a se stesso. Il successo non mi è mai dispiaciuto, ma non faceva parte dei moventi possibili. In realtà, ancora oggi, se non mi innamoro di quel brano, di quell’autore, di quel personaggio, di quella storia, di quello strumento … di quell’esercizio, di quel suono, o di quell’effetto … di quel pubblico, di quella mia composizione; non posso far nulla di artistico. Certo eravamo tutti immersi in quell’atmosfera di SuperEmulazione. Ma questo è un altro discorso. Anche quando mi fidanzai con la mia futura e attuale moglie, alcuni anni dopo, sapendo che sarebbe venuta ad assistere. preparai i miei ragazzi e il coro su canzoni dei Beatles e di Venditti fino allo spasimo per donarle quello che per me valeva di più; perché lo consideravo la miglior cosa che potessi donarle. Fu, storicamente e culturalmente, anche un atto di forza e d’incoscienza: cantare “Urla Marta nella sera, nessun dio ti ascolterà!” in un paesino, nell’ambito parrocchiale, e da un catechista poi.

Insomma, ti garantisco, fu bastevolmente devastante per i fedeli più che per il prete.  Con “Dio è morto!” invece non andai oltre l’ipotesi dichiarata: a quel punto il parroco, bellissimo frate francescano e quasi sempre benedicente e, benché mio padre spirituale (a modo suo, sia chiaro: ci mostrava come sapeva sciare – benissimo -, come sapeva gioca a pallone – da vero campione -, quali macchine scegliere e come essere eleganti e in tono con essa, anche con il saio; tutte cose che a me purtroppo …), fu molto chiaro: “Una volta va bene, ma con questa chi ti salverà? Io non ci sarò!

Un’avventura, insomma, Ma da tutto questo come sei arrivato al basso?

All’inizio, per accompagnarmi nel canto, comprai una chitarra acustica. L’ho conservata anche quando non era più suonabile (veramente non lo è mai stata – la trovai in un negozio di caccia e pesca). Fatto sta che nel mio 1° gruppo nascente, il 2°, nella zona dopo i “Notturni” di qualche anno prima, vi era già qualche chitarrista; per cui fui “costretto” a comprare un bellissimo basso semiacustico ed un amplificatore valvolare da 60 W (Framus e FBT; quando cominci con un valvolare poi sei condannato a vita a suonare su un valvolare e, a quel tempo, lo fummo tutti) dall’ex bassista dei Notturni. 

I Notturni; nomi tipici in quei tempi. Era un gruppo classico si amici o cosa? E cosa ci sarebbe stato per te senza di loro

Penso nulla di nulla. Non ci pensavo neanche ad andare a comprare un basso e un amplificatore per basso se l’amico Armando Comizio non mi avesse accompagnato a “vedere” tali oggetti a casa di un suo parente. E fu amore a prima vista. Era un oggetto, quel basso, al di là delle mie possibili aspettative. Storia d’incontri, appunto. Qualche anno fa i cardini del gruppo si sono riuniti in un ristorantino. Quando l’ho saputo mi sono commosso io per loro. L’amico Angelo Rossillo (in fondo a destra, di Pulcherini, paese per me “magico” in assoluto tutti i mie gruppi hanno un legame con esso) è giunto per parteciparvi dagli Stati Uniti. Poi abbiamo Ezio Vezza, Luigi Vallone, Franco Cardillo e Alberto Russo (il primo a destra). Il gruppo si era formato intorno al 1965 e, con qualche sostituzione e aggiunta, ha animato feste di piazza, comunioni, matrimoni; fino a sciogliersi all’inizio del 69.  

Inutile dire che li consideravo (e li considero ancora tali) degli eroi. Credo che, come noi, avessero iniziato quasi per gioco spinti da un qualcosa che in quel tempo aveva un valore enorme e rivoluzionario. Questo senso si è perso quando specialmente in questo mondo, bellissimo ma abitato, più di ieri, da vampiri massificanti (sia come singoli che come “strutture”), che dovrebbe averlo e coltivare ancor di più. 

Alberto Russo è il signore che ti ha venduto il tuo primo basso? 

Sì, gli strumenti comprati erano del mio primo maestro di basso, Alberto, costretto a smettere malgrado fosse molto bravo. Nel mio primo gruppo c’erano anche Benedetto Mallozzi alla chitarra (senza il quale sarei rimasto nelle mie selve native) e Enzo Pimpinella alla batteria. Con loro provai un leggero martirio; subito dopo i primi spettacolini, fummo bersagliati da frange paese specifiche: stavamo togliendo visibilità a qualche politicozzo locale, forse politicamente carentissimo? Intanto, dopo qualche anno, sostituì il già ottimo Framus con un meraviglioso Fender Jazz Bass (o si cambia alla grande o è meglio di no).

Ma nel secondo gruppo (un trio tipo Cream, di breve durata ma molto potentemente rock) invece c’era già un bassista (Piero Pisano) e ne approfittai per procurarmi una GS (Gibson Diavoletto Special) e tornare all’amata chitarra (e che chitarra!). Sì, perché nel frattempo grazie ad amici salernitani avevo conosciuto colui che ancora oggi considero il mio supremo maestro: Frank Zappa. Credo di aver passato due terzi della mia gioventù avanzata (un terzo era per Santana) ad ascoltare i suoi dischi e a parlare di lui. Nel 1973 ebbi l’immenso onore (come l’anno dopo) al Palasport di Roma di assistere ad un concerto del “grande”, e fu lì, quella sera, che mi innamorai della Diavoletto Special (che considero ancora oggi una vera e propria opera d’arte … suonante) e, chiaramente, anche di tutta la musica zappiana. Oggi di zappiano, invece, mi godo soprattutto le varie orchestre (in specie Ed Palermo, oltre il bravissimo Dweezil Zappa) che in tutto il mondo lo portano e lo fanno rivivere, e sempre con grandissimo amore (Zappa o lo ami immensamente o difficilmente ti riesce a suonarlo e  “cantarlo” che a sentirlo). E’ consolantissimo che oggi lo si studi in diversi conservatori. 

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