Intervista ad Alberto Ticconi

Zappa alla grande allora?

Sempre. Ma, per amor del vero, vi è un’isola di estrema singolarità: un Santana / John McLaughlin in “Love Devotion Surrender”. Vedi, se ci si cala in quel momento, non si può nemmeno immaginare cos’è stato questo disco (in ogni suo brano) per noi naviganti post Woodstock. Ma per il solo parlarne mi ci vorrebbe un libro. 

Potrebbe essere un’idea, magari, per la prossima intervista, se vuoi.

Felicissimo. Nel mio terzo gruppo (The QuaZar: “Z” sta per Zappa) 1975/1979 tornai al basso. E volli immettere tutto ciò che le varie esperienze mi aveva dato. Fui non fortunato; molto di più. Ebbi modo infatti di incontrare nel mio paese e in quelli limitrofi cinque elementi (mandati dalla provvidenza?) che ancora considero geni assoluti (loro lo negano tutt’oggi, spudoratamente). Antonio La Rocca, quando lo incontrai, conosceva sulla chitarra solo tre accordi, ma sulla mia GS, dopo solo due mesi, arrivò ad eseguire perfettamente brani come “Samba pa ti”, “Ohio como va” e “Europa” di Santana come se gli avesse suonati da anni. Nel 1979 un maestro di chitarra, emulo e appassionato di John McLaughlin mi confessò che non aveva niente da insegnargli. Il batterista, Gino Carpino, fratello del mio primo batterista; aveva solo visto e sentito suonare il fratello quando era piccolino, ma in poche settimane suonava con sicura forma e scioltezza il 5/4 e il 7/4 (oltre il 4/4, chiaramente).

L’altro chitarrista aveva iniziato con il mio basso … destando la meravigli di molti altri musicisti che credevano (quando gli dicevo la verità mi davano dello spudorato bugiardo) fosse un bassista di lunga esperienza; Antonio Orgera. Il suo problema, come bassista, era il fatto di essere un “appassionato dipendente” di Jimi Hendrix (innamorato è dire poco), quindi mi costrinse a tornare al basso. Nel 1979 egli concluse il nostro ultimo concerto con un proprio assolo (molto orientale, fra l’altro) intorno al quale avevo arrangiato tutto il brano. Fu, praticamente, un momento solistico perfetto, anche perché tutto il gruppo era nato nella mia mente grazie a lui. Al sax Salvatore Migliorelli. Solo dopo due giorni (ribadisco; due giorni) dall’aver comprato il suo sax contralto (Miletti, Via San Sebastiano, Napoli) avevamo un concerto. Io, spudoratamente, lo sfidai: “Te la senti di suonare dopodomani con noi … almeno un brano?” Nella sua sapienza/incoscienza/fiducia/follia(solo sua???) … disse di sì.

Ci mettemmo sotto (con le “istruzioni” dello strumento in mano, che nemmeno capivamo) ed esattamente 52 ore dopo avvenne la sua prima “impeccabile” esibizione. Era un valzer, niente di difficile … per chi sa suonare. Ma … ma per chi sa suonare il sax , specialmente il contralto, è chiara l’assoluta impossibilità di farlo in due giorni. Poi qualche tempo dopo, merito di un manager di Ausonia, Carletto, conoscemmo l’ultimo componente dei QuaZar: Erminio Piccolino. Un altro elemento assolutamente fuori dal comune. Si era costruito, partendo da un FARFISA e dalla lavatrice arrugginita della madre, un Hammond + Leslie. Se non si confrontava il tutto dal vivo la differenza con l’originale la si notava con difficoltà, e lui, con il suo orecchio assoluto e la sua memoria non naturale, completava il tutto mirabilmente. Nel 1977 ero tornato dalla leva in Sardegna, dove ebbi anche modo di assistere ad alcuni spettacoli del gruppo Equipe 84 (un tempo un mio mito, avevo diversi 45 giri, quindi: catarsi assoluta). Ricordo che il povero Mandelli si arrabbiava come una bestia con Victor, il bassista, dato che ad ogni bella ragazza che gli passava davanti sbagliava qualche nota. 

Ma dai, è una battuta.

Bisogna proprio dirlo; quando in Sardegna le ragazze sono bello lo sono troppo. Vedi la Sannia. Al suo posto avrei fatto lo stesso, se non peggio. Insomma fu una stagione piena quella con i “QuaZar”, tanto che alla fine dell’astate del 78 avemmo l’onore di essere chiamati a suonare in quasi tutte le feste dell’Unità della zona e a fare da “spalla” addirittura a Pierangelo Bertoli in “quel di Ausonia”. Fu quest’ultima, chiaramente, una sera indimenticabile. Soprattutto perché i tecnici dell’ignaro Pierangelo, dato il nostro eccessivo zappiano entusiasmo, cercarono di limitare i possibili danni d’immagine sabotando il nostro affiatamento (otto ore di prove al giorno per due mesi) attraverso l’azzeramento progressivo delle spie di palco.

Meno male che avevamo i nostri angeli custodi e, alla fine, lo spettacolo venne fuori comunque entusiasmante, guadagnandoci anche i complimenti di Pierangelo. Altra grande soddisfazione; il nostro spettacolo fu trasmesso da “Radio Ausonia 2000” per oltre un anno. Nei QuaZar avvenne anche, in molte prove libere, lo stesso (ma senza null’altro che la musica)che  accadde durante la registrazione di “A Love Supreme” (1965) di John Coltrane (a cui si ispirarono anche Santana e MecLaughlin); una trance di quasi tutto il gruppo per le particolari scale e fraseggi adottati e ripetuti. Una forma ritmico-sciamanica che attraverso la musica ebbe ad aprirci universi; esperienza non vissuta con nessun altro gruppo da allora. 

Hai tentato quelle stesse sperimentazioni con altri gruppi?

Purtroppo no. Innanzi tutto perché ci furono, da quel momento, tutta una serie di semi-pause (continuava lo studio, anche se meno intenso, ma non la militanza in gruppi fissi e da me organizzati). La prima grande stasi (mi sposai nel frattempo) durò dal 1980 al 1983, quando l’amico Erminio fondò un nuovo gruppo prettamente calibrato per le piazze (1983/1984). Altra pausa; 1985/1990. Grazie ad un mio amico ebbi nel 90 un provino con un’orchestra di Formia. Vi erano tutti elementi in gamba, mancava solo il bassista. Subito dopo vi introdussi anche Roberto Cardillo (allora mio allievo, oggi artista ricercato e apprezzatissimo in Russia), pianoforte, voce, tastiere e fisarmonica. La carta vincente di quell’orchestra (Bahama Dance), che nello stesso anno veniva chiamata anche diverse volte nello stesso palcoscenico, era il repertorio, il rigore e la dinamica di esecuzione (c’era anche grande entusiasmo, affiatamento e partecipazione): in realtà si passava dal liscio al pop e ai walzer viennesi, dalla canzone d’aurore al rock, da Santana alla musica leggera con disinvoltura e delicatezza. Furono tre anni ottimi in tutti i sensi. La media degli spettacoli era di circa cinquanta all’anno (e dato che si trattava di una piccola vera e propria orchestra, eravamo anche ben pagati), tanto da destare invidia e gelosia in molti colleghi, Fioccarono anche denunce che, per essere solo faziose e strategiche, finirono chiaramente nel nulla.  Capi storici del gruppo: Castrese Vastarella, alla batteria. Il prode, forse, aveva imparato prima a suonare e poi a scrivere; una vera enciclopedia di ritmi e generi. Michele Visco, chitarra. Nel 1959, era a Liverpool con il suo gruppo “italiano” (allora erano gli italiani ad attirare le masse), e furono “The Quarrymen” a fare da spalla al suo gruppo in una piccola tournée in Inghilterra; oggi li conosciamo come … Beatles). Luciano Riccardelli, sax tenore; praticamente il nostro Fausto Papetti, ma a volte in fase turbo. Antonio Lionello, fisarmonica. Era allievo di uno dei migliori maestri della fisarmonica in Italia; ottimissimo allievo. Augusta De Luca, voce solista; a volte sbagliavo qualche nota per riprendermi e ricordarmi che non c’era Mina lì, davanti a me. Antonello Mirra, tastiere.

La sua specialità? Creare tappeti armonici particolarmente accorti, sensibili, seppur delicati, sempre presenti e incisivi. Enza Luciani (solista e coro, oggi conosciuta come Cliò, molto brava) con sua sorella. Infine il nostro tecnico di allora Gianno De Meo, un amico amatissimo e super tecnologico (ho collaborato con lui per anni nella realizzazione di documentari e corti) che, purtroppo, ci ha lasciato già da diversi anni. E tutto ciò avvenne anche con l’aiuto di Pasquale Mammaro (nella foto al centro, durante una festa per un suo compleanno, a casa sua a Pulcherini) con il quale organizzammo concerti con la presenza dello storico Gimmy Fontana (oltre la bravura eccellente il suo senso di umanità e gentilezza). Un altro incontro formidabile. Jimmy ha iniziato come contrabbassista jazz e compositore di grande talento e fantasia e ha partecipato a concerti fino a qualche mese dalla morte (2013). Quando si dice vivere con anima e passione. Un ottimo ricordo.

Ancora un’immane semi-pausa dal 1993 fino al 2016, quando a Tremensuoli (Minturno, LT), con mia moglie Pina, assistemmo ad uno spettacolo di “Lui e gli Amici del Re”. Era il 16 agosto. Da quella sera ci siamo visti molte altre volte con Celentano “altro”, ed è stata sempre un soffiare sulla brace. Il grande Adolfo Sebastiani non solo cantava in modo stupendo tutte le canzoni del molleggiato, non solo gli somigliava nella voce e nel fisico in modo inquietante, non solo metteva in scena tutti i suoi tic e i suoi atteggiamenti ormai storici, e vestiva con ricercatezza maniacale come lui, ma lo interpretava dal profondo del proprio affetto, stima e della immane gratitudine. Insomma uno spettacolo nello spettacolo, specialmente per chi ha vissuto gli anni sessanta con Adriano al posto del grillo parlante. E chi, caro Gianni, meglio di te lo può testimoniare? ti ho costretto ad accompagnarmi in uno dei suoi concerti vicino Sparanise nel 2019. Approfitto quindi del momento … “Ave Adolfo. Mi raccomando a te … e a presto rivederci celentanamente”. E, detto tra noi, gliel’ho anche rinfacciato: “per colpa tua adesso sono di nuovo a combattere con amplificatori, pedalini, pedaliere, valvole, colleghi, non colleghi e … chitarre-basso (di vario genere). Tanto che grazie alla mia amica Francesca De Cales (attrice e cantante) mi sono trovato ad un certo punto (2017-2018) in Euphoria, gruppo super pop con il quale sono venuti fuori degli ottimi concerti rock (bella questa, ammettilo). E sempre con l’entusiasmo esplosivo e succoso dei vecchi appassionati della “fonte”. Nella foto, in studio, da sinistra: Augusto Mastantuono, batteria; Walter Capozzi, chitarra solista; Francesca de Cales, voce: io, basso e Fabio Cilio alle tastiere. Ripeto, concerti rock notevoli.

Ora siamo impegnati a preparare una piccola orchestra con l’amico Castrese, Umberto Mettiello, e altri. Ma speriamo di risentirci a breve per pubblicizzare nuovi ed entusiasmanti spettacoli, anche attraverso il sapiente aiuto di un certo signore, non so se lo conosci, Gianni Mottola.  Lo conosci?

Se mi ci fai pensare un po’ su …

Comunque, nel frattempo (tra tutte queste lunghe e anche dolorose pause) sporadiche ci sono state meravigliose e indimenticabili serate di jazz, con vari musicisti locali; parlo di Formia, Minturno, Itri e Gaeta.

Quindi hai avuto anche a che fare con questo “evento” meraviglioso che è il jazz?

Hai detto bene: evento meraviglioso nella storia umana, senza alcun dubbio. Una perla assoluta e ineffabile. Si, diversi incontri, anche se, purtroppo, quasi estemporanei (preparati in 2/5 prove al massimo) qua e là, in cinema, lidi e piazzette attrezzate. Alla Batteria Gianni Mallozzi, alla chitarra spesso Antonio la Rocca e al sax Tenore Carmine Saveriano. Ma la manifestazione più significativa è avvenuta nel 1994/95.

Con degli colleghi/amici, tra cui Orlando Rubino (chitarra), Luciano Riccardelli (sax tenore) e Verusca Menna (voce solista – più due coriste), preparammo uno spettacolo con brani frutto di mie rielaborazioni e arrangiamenti in occasione della Festa delle Regne in Minturno, in Pazza Portella (luogo dall’acustica assoluta).  Avevo preso bravi di Miles Davis, Dizzy Gillespie, John Coltrane e Charlie Parker. Più qualche mia composizione originale, frutto di studi ispirati al grande Joe Pass. Dato l’inaspettato successo della serata fummo invitati da alcune spettatori a partecipare ad un concorso nazionale. Giusto per non essere scortesi con chi ce lo proponeva, accettammo. Così, dopo diverse semifinali ci ritrovammo a Fiuggi (1994). Il concorso era denominato Star Sprint, nella giuria vi erano registi e maestri di conservatorio, presidente era Eliana De Curtis e, vedi tu il caso, il pianista Romano Mussoli.  Vincemmo il primo premio, ma la cosa più gradita furono i complimenti incredibili che sia Eliana che Romano profusero … per la composizione e la difficoltà degli intrecci (salti di un semitono) con cui le ragazze si son dovute cimentare.

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