Intervista ad Alberto Ticconi

Romano Mussolini? Lo sai che, oltre a Sergio Endrigo e Zucchero, Romano è stato anche un mio carissimo amico e che ho curato per lui molti suoi spettacoli? 

SÌ, me ne hai già parlato. Ma sarebbe da approfondire. 

Se non sbaglio sei un autodidatta. Hai seguito metodi o cosa?

Ho avuto la fortuna di conoscere amici (già bassisti o chitarristi) sempre pronti a darmi qualche delucidazione. Essenzialmente mi affido a ciò che mi piace; e cerco di scovarlo ovunque. Amo altri strumenti: se non avessi avuto problemi relativi la tromba sarebbe stato forse un’opzione grande. Oltre alla chitarra mi sono esercitato nel passato alle tastiere. E’ stato molto nutriente per lo stesso basso. Ho avuto però anche un ottimo maestro di basso per qualche anno (88/89). Lavorava in Rai ed era bravissimo anche al contrabasso.  

Insomma che cosa consigli allora a chi voglia innamorarsi del basso elettrico?

Di farsi il segno della croce e cercare immediatamente alternative. Scherzo … ma non troppo. Oggi il basso non ha niente a che fare con quello che era 40/50 anni fa. Accompagnamento, canto, contrappunto, coro, armonici slap, ghost notes, e altro ancora. Insomma è un oceano. Io ho seguito qualche buon consiglio. Ad esempio mi sono affidato a quel meraviglioso “Laboratorio ritmico di BASSO” di Massimo Moriconi (il bassista di Mina e non solo, vivente in senso completo). Ma reputo importante studiare i principi di armonia e composizione (ho trovato ottimo “Elementi di composizione musicale” di Arnold Schonberg) e Nino rosa in tutte le sue pubblicazioni, tra cui Metodo di canto moderno; cantare nel suonare il basso mai come oggi è fondamentale (si veda il grande Nathan East e Esperanza Spalding). Tutto ciò che ha pubblicato il grande maestro (di chitarra, ma va benissimo ugualmente) Joe Pass. Farsi continuamente l’orecchio (ogni giorno) con chi ha tanto dato e investito in questo strumento. In primis Patitucci, il mio preferito. Ma c’è anche Chris Squire, per non parlare di Anthony Jackson, il sublime Pepe Bao, Marcus Miller, Pastorius, Chuck Rainey, Mohini Dey, Victor Wooten, l’immensa capostipite (il solo pensarla mi commuove fino alle lacrime) CAROL KAYE, Stanley Clarke e l’irraggiungibile Gary Willis. Ma abbiamo anche noi bassisti che hanno quasi niente da invidiare a nessuno; cito, oltre l’eccellente Moriconi (anche al contrabbasso), un certo Nicola Fasani, ad esempio e un italo inglese Palladino. E poi rubare a piene mani dai contrabbassisti imperituri: gli insuperabili Mingus e Ron Carter e il meraviglioso Lars Danielsson.

Ma adesso appaghiamo un po’ la sete di chi è curioso anche per il versante “hardware”. Cosa hai avuto sottomano?

Intendi la strumentazione. Certo. Come ho anticipato, ho iniziato con un amplificatore valvolare FBT da 60 W (67), ma quasi subito sono passato al Super Bassman (1969) della Fender (un dinosauro dal suono indimenticabile e formidabile). Abbandonato solo perché il trasporto richiedeva qualcosa di diverso dalla mia mini minor. 

Poi presi altra via: i Marshall … rimanendo sempre nel Super (68). 

Un leggero e scialbo intermezzo con il Cube Roland (82), comodo da trasportare, carinissimo … ma affatto entusiasmante per i miei orecchi, malati di valvole.

Ebbi nel 90 per un giorno solo un PEAVEY TNT150, apprezzabilissimo se non c’era una tastiera in giro (ne avevamo addirittura due). Dopodiché non si distinguevano più i “suoi” (“miei”) bassi dagli altri. Quindi …

Tornato a casa, telefonai disperato all’amico del negozio e … finalmente, ancora valvole: Marshall … JCM 800 BASS SERIES (88), Una delizia assoluta e campione ancor oggi in assoluto, e nella sua “specie”, in silenziosità. Una macchina piena di dettaglio, calore e profondità; a parte non esagerare con la processione velocissima delle note. Assistito da una pedaliera Korg A5 (alimentato da batterie in serie parallelo di buon amperaggio e mai da trasformatore in dotazione) il suono era il meglio che avessi potuto mai desiderare fino a quel momento. Oggi, sia chiaro, in giro c’è l’ira di Dio. Unico problema … grosso problema: occorreva avere alla spina almeno un 220/230 volt pieni, altrimenti, se si scendeva già a 215 volt, si perdeva molto in dinamica e dettaglio.

Il mio settimo amplificatore è il “TRACE ELLIOT 715 SMC” (coni Celestion), decente o ottimo a secondo del genere, del basso utilizzato e dell’ambiente dove si suonava. Mentre il mio settimo (attuale) è il GALLIEN KRUEGER MB500, (per la pace delle mie braccia e anche delle mie orecchie); leggerissimo, potente (550WRMS 4Ohm), analitico, dinamico, leggibile … ma non valvolare. Non lo fa rimpiangere troppo, questo sì, ma la malattia è malattia. Per quanto riguarda la cassa acustica (sperimentale per ora) sto adottando delle auto-costruite isobariche a bass reflex Venturi, (mio progetto e brevetto) con Woofer-Medi Celestion 8” e Woofer iper-dinamico 10”. E’ chiaro per il basso gli ho dedicato il GALLIEN KRUEGER, mentre per l’intera gamma, rastremata leggermente in basso, io preferisco sempre il suono valvolare. 

Ma consiglio, volendo rendere complessa e fedelissima la macchina, di adottare l’ORANGE Bass Butler. Adesso mi accontento di amp stereo FBT AX82, 400+400 RMS 8 Ohm (1977, dal peso micidiale però, e ne ho ben tre). Tale macchina è insuperabile in questa particolare configurazione tanto da non far rimpiangere troppo il valvolare. Da provare per credere. ”. Il prossimo modello di diffusore (che forse entrerà in produzione l’anno prossimo, anche a livello industriale) vedrà due coni frontali da 10” più un TW e un woofer di supporto interno da 15”. Potenza di pilotaggio richiesta dalla cassa: 1000/2500 WRMS, per un peso (tutto in alnico) quasi identico a quelle pari volume in commercio, ma affatto non pari in potenza. Sostituirà la doppia o tripla amplificazione che sono costretti a portarsi appresso i grandi bassisti per ottenere ciò che gli occorre in qualità e potenza, senza rinunciare o all’uno o all’altro (Victor Wooten docet).

Infine, per le chitarre, posso dire che per me averne quattro, e estremamente naturale, finalmente molto consolante e implicante: come fai a non allenarti giornalmente con quattro “aguzzini” del genere? 

La prima è un Fender Jazz Bass del 1977, impeccabile e insostituibile (a cui è stato però sostituito il ponte originale con uno in massello di zinco). Il mio Primo Fender Jazz Bass era del 1968, purtroppo lo vendetti per cambio strumento e difetti al ponte. Ancora me ne pento, vergognosamente. 

Basso PEAVEY Grind Bass 4 NTB. In se molto economico e inascoltabile, ma leggero (non è un pregio nei bassi se non per musicisti vecchietti) ed eccellente nella liuteria. Era un regalo per i 18 anni di mio figlio. Modificato quindi in quasi tutto: Chiavette (si scordava mentre lo suonavo), pickup Delano al ponte (impareggiabile e omni-regale) e BARTOLINI (del 2000) al manico. Risultato? Indescrivibile nel suono e nell’utilizzo.

Fretless ricavato da un basso tailandese regalatomi da un amico per non utilizzo: certamente dall’ottima liuteria di partenza, l’ignaro si è visto piazzare sellette in carbonio, ottime chiavette giapponesi, potenziometri nuovi di zecca, e pickup (fantastici) Delano al manico Precision, ultima generazione; al ponte un potente BARTOLINI da Jazz Bass. Difficile da gestire nelle …………. ma … con la mia attuale configurazione, perfetto in timbrica e sostanza armonica. 

Infine l’ultimo arrivo, ancora da domare; l’Ibanez SR506E-BM. Anch’esso totalmente modificato (quasi in-suonabile appena comprato) e reso oggi, grazie a professionisti assoluti nel settore, paragonabile a macchine di classe notevolmente maggiore.  C’è ancora da lavorarci … ma per ora, va anche troppo bene così. Chiaramente colgo l’occasione per salutare e ringraziare il mio carissimo amico Pietro …. e tutto il Centro Musica di Cassino per il supporto, consulenza, disponibilità, fiducia e fraterno “aiuto” in questo lungo e tortuoso cammino, vuoi artistico che tecnico. E mio padre: senza la sua innata passione per il canto non avrei di certo dedicato tanta attenzione a tale sublime versante in questo universo. 

E grazie a te Gianni, per queste “terribili” domande… E grazie a tutti voi. Alla prossima.

Ma grazie a te Alberto, per questa storia … di incontri come, d’altra parte, ogni vera storia infine dovrebbe essere. Amici lettori, dandovi a tutti già da ora appuntamento alla prossima intervista e, magari, al prossimo concerto, vi auguro di vivere sempre più in armonia con la musica e con i personaggi concreti che ci hanno permesso di incontrarla e viverla. A presto.

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