Intervista ad Alessandra Minotti

L’espressività artistica di Alessandra Minotti è emozionante. 

I suoi scatti, le sue creazioni, dipingono un affascinante quadro… combinazioni e contaminazioni che catturano la fotografia, caratterizzandola, grazie a preziosi interventi grafici, pittorici – manuali o di arte digitale. Miscele e sfumature che sono la rappresentazione di un vissuto umano importante, di una ricerca personale ed artistica che avvolge di sentimento ogni suo lavoro.

Il racconto delle sue opere narra storie di violenza sulle donne, consapevolezze della propria identitá, percorsi sociopsicoanalitici, necessità interiori e molte altre avventure della nostra vicenda umana.

Un viaggio tra il reale ed il surreale che ha emozionato la nostra redazione. 

Un’artista pura. Felice di averla incontrata.

www.alessandraminottiartgraphic.com

Quando è entrata la fotografia nella tua vita? E da quel momento, cosa significa per te fotografare?

La fotografia nella mia vita posso dire che è entrata sin da piccola, mi divertiva molto  maneggiare la reflex di mio padre. Verso i quattordici anni ero amica dei figli di Tommaso Le Pera, un fotografo molto importante a Roma e per me era un privilegio scendere nella camera oscura del loro studio fotografico. Dopo il liceo artistico, (in realtà dovevo diventare un architetto) iniziai ad appassionarmi totalmente e nel 1994 aiutata da mio marito rilevai un laboratorio fotografico di sviluppo, stampa e servizi fotografici. Quindi, visto che il mio percorso di lavoro fotografico è iniziato a 360°,  per me fotografare ha un significato enorme, non è limitato allo scatto, ha sia una parte tecnica molto importante data dall’esperienza della stampa analogica che mi fa ragionare in un certo modo, sia una creativa.

Quali sono i tuoi soggetti/oggetti preferiti da scrutare e rappresentare?

Diciamo che riesco a scindere il mio lavoro in due, la parte della committenza e la parte progettuale e artistica, cercando di rispettare la parte autoriale per entrambi. In ogni caso per me quasi tutto è un ritratto, a prescindere che sia una persona o un oggetto.  Anche  un singolo artwork nasce da storie e  tematiche ben precise,  dettagli  autobiografici,

violenza sulle donne, alimentazione sana, temi psicoanalitici, o luoghi che mi coinvolgono particolarmente, come la Spagna, dove ho vissuto e lavorato per otto anni.

Nella tua tecnica osserviamo numerosi approcci sperimentali, intuizioni e combinazioni di varie discipline artistiche. Come nasce questo tuo desiderio di ricerca? E’ stato un percorso spontaneo e naturale o in qualche modo spinto da necessità personali, voglia di distinguersi, di provocare? 

Le sperimentazioni nascono da una serie di cose, forse il mio percorso di ricerca è più spontaneo e naturale, la voglia di distinguersi o provocare, se c’è viene da se a seconda delle tematiche.

La creatività più azzardata è nata nel mio laboratorio, la fotografia analogica, con la chimica, ha delle enormi  potenzialità per creare molto in fase di sviluppo e stampa,  anche Ansel Adams faceva un grande uso di questa pratica. La differenza oggi è che inizi a post produrre direttamente in camera e poi con software di fotoritocco che sono un’evoluzione digitale  di ciò che si faceva in camera oscura manualmente o con le stampatrici, che avevano molti accessori, obiettivi e maschere;  la possibilità di manipolare era enorme, c’era una specie di computer dove si impostavano i dati,  serviva per intervenire sui canali di stampa, bilanciare i colori e smanettare all’infinito.

 La differenza con il digitale è che era più affascinante.  Avrò sviluppato e stampato milioni di foto, devi essere sempre concentrata perché sbagliare è un attimo, ed è vietato!

 Il resto delle sperimentazioni sono  o esposizioni multiple senza molti ritocchi o foto dove intervengo anche con la pittura digitale e manuale, collage e manipolazioni.

Poi per il lavoro di committenza, dipende molto dal committente, ma di solito mi danno carta bianca. 

“La città nel mare”. Esposizione multipla

La macchina fotografica può dare voce a tutto realmente ed indipendentemente, oppure è sempre il frutto di un’interpretazione di chi gestisce i suoi scatti?

La fotografia è un linguaggio, la macchina fotografica è il mezzo, il fotografo  ha sempre una sua interpretazione quando fotografa, la stessa foto fatta fare da fotografi diversi, non sarà mai uguale,  anche un uovo che è il soggetto principale da cui imparare a fare i ritratti, non sarà mai lo stesso uovo. Si può fotografare anche l’invisibile anzi,  si dovrebbe imparare ad osservare meglio, perché quello che vedo io in qualche dettaglio che fotografo, probabilmente non è la stessa cosa che vede un’altra persona.

Cosa provi quando punti l’obiettivo della tua macchina sulla rabbia, la disperazione, il dolore, quella parte di vita repressa ed inespressa dell’essere umano?

Se capita, perché non è molto il mio genere, a meno che non sia per committenza,  provo la stessa rabbia.

Ho molto rispetto del dolore altrui, forse è per questo che non mi viene istintivo fotografare sempre in queste situazioni, anche se sarebbe una gran foto! 

Credo che ci sia  sempre un archivio di foto segrete interessantissime mai scattate, nell’anima di un fotografo professionista.

Molti fotografi si servono della macchina fotografica per scontrarsi con schemi e tabu, mettendo a nudo ciò che non si deve vedere né raccontare… Cosa ne pensi?

Sono assolutamente d’accordo, ognuno ha il diritto di “scrivere con la penna che vuole”. Mi da fastidio solo la pornografia in presenza di bambini. A Nan Goldin venne censurata una mostra in Brasile per questo motivo. Nonostante questo non posso dire che il suo lavoro,   che ha documentato come nessun altro il mondo LGBT nella loro intimità, nel periodo che dilagava l’HIV, non fosse interessante. Anzi!

“L’immateriale leggerezza del bianco”. Diapositiva analogica sviluppata in C41 + digital Art

Pensi che attraverso la fotografia la tua vita e la tua arte possano diventare fruibili a tutti?

La mia arte, una parola grande! Godibile forse, utilizzabile un po’ meno. La mia vita, quello che voglio far trapelare, per il resto sono parecchio riservata, non amo raccontare tanto della mia sfera privata.

Ho letto un tuo pensiero alcuni mesi fa: “Io che raramente scatto e pubblico con il cellulare, quando trovo bellezza non resisto”. Cos’è la bellezza per te? E cosa c’è di bello in Alessandra Minotti? …e se guardi Alessandra senza il filtro dell’obiettivo… cosa vedi?

Questa è una gran bella domanda… 

La bellezza e il bene sono correlati, lo affermava anche Platone quando diceva che “la potenza del bene si è rifugiata nella natura del bello.”

Ogni artista ha una relazione particolare con la bellezza, se si sente la scintilla della vocazione artistica, è compito degli artisti  non sprecarla, perché è come un dono. Secondo me è riduttivo trovare un’etichetta per la bellezza, perché non ne esiste una sola, non si può racchiudere in due righe. Per me l’armonia è fondamentale, nella natura,  persone, cose, nell’arte,  deve esserci e si può dire che è bellezza.  

In ogni caso se una cosa mi emoziona, mi da gioia, mi fa star bene è bellezza.

Anche senza filtri,  in me di bello c’è la voglia di vivere e l’amore per la mia famiglia.

“Hands”. Composizione fotografica B&W in large edition

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