Non riesco a respirare

È difficile parlare di qualcosa che ti passa accanto, ti sfiora e non si ferma, soprattutto se coperto da una mascherina. “Non riesco a respirare”: aldilà di facili retoriche, è una frase che si sente spesso nei luoghi al chiuso – come le biblioteche – seppur sempre di meno, in quanto il corpo si abitua ad andare sottotraccia, nei suoi automatismi silenziosi. In altre parole, deve esserci qualcosa che lo regola, nel suo risparmio energetico: un centro di risonanza al suo interno, il punto più profondo e insieme quello più esposto al fuori.

Si tratta di prendere aria, allenare il diaframma, aumentare la propria ricettività al mondo esterno, con tutto ciò che comporta: a volte, è il modo migliore per continuare ad agitarsi. Lasciare che piccoli spilli trapassino lo stomaco, ed espirino eventualmente, dopo aver tracciato i propri solchi. Nei casi migliori, sentire che qualcosa si distende da sé; finalmente, ricominciare a respirare verso l’interno.

Tenere la mente vuota, impedendole di saturarsi; farla scorrere, risalire verso l’alto, come un vapore. Prima ancora di rendersene conto, si è di nuovo leggeri.

Vivere della propria aria – senza darsi delle arie – e condividerla con altri, in un’atmosfera comune.

Respirare insieme, uno nel soffio dell’altro.

A tale scopo, è necessario abbassare i toni e risparmiare le energie, rinunciando momentaneamente al linguaggio. Si tratta di riacquisire l’intera potenza del silenzio; privarsi della parola – spesso detta senza un reale motivo – per conservare la vita, e la sua energia.

Divenire-animale, uno in particolare, per quanto sempre riconducibile alla specie umana; con un’espressione del filosofo algerino Jacques Derrida, si tratta dell’animale che dunque sono[1], da noi inteso come l’animale silente, l’unico animale che non muore mai. Parla solo con sé stesso, porta avanti un monologo interiore che a tratti prende la forma di un dialogo, quasi concitato.

Tace nel suo parlare e parla nel suo tacere, tocca nel suo guardare e guarda nel suo toccare.

Vive, in ogni momento, seppur dall’esterno sembra quasi che dorma. Agisce sottotraccia, muovendo i fili delle radici dell’albero sopra cui vive.

La violenza ottusa del mondo tende spesso ad investirlo. Tuttavia, sa muoversi, e le sue parole sanno spezzare le folate di vento più intense, mentre accompagnano quelle più tenui.

È pienamente dentro sé stesso, e insieme già fuori, aldilà di sé. Ha un’identità ben definita, e insieme, incarna tutto. Di conseguenza, è il più grande nemico del fascismo contemporaneo. Nel complesso, si tratta di forme di micro-fascismo, sintomo di una violenza pervasiva, diffusa a tutti i livelli della società, per quanto osteggiata da gran parte della popolazione.

Rispetto a ciò, è importante considerare le recenti polemiche in merito alla discussione del DDL Zan, incentrate sulla presunta minaccia alla libertà d’espressione sostenuta da alcuni tra i più accorti difensori del liberalismo nostrano, politicamente schierati su posizioni perlopiù di centrodestra. È evidente come, insieme ad un palese fraintendimento dell’intera questione – in quanto i provvedimenti proposti vanno a contrastare solo i casi in cui all’espressione verbale segua una reale minaccia fisica per i soggetti interessati dalla violenza omofoba – vi sia anche, a nostro avviso, l’espressione di una malcelata indifferenza nei confronti delle eventuali vittime di violenza, sintetizzabile sotto raccomandazioni del tipo:

“Muoia senza fare rumore, la prego. Qui c’è gente che vive”, intendendo con ciò il resto dei presenti alla scena, che si vorrebbero timorosi, e perciò ciechi, anche se è nostra speranza che d’ora in poi non sia piùcosì.

Con gentilezza – e con forza, ove necessario – opporsi ad ogni forma di ingiustizia, recedendo da ogni forma di limitazione o barriera. In altre parole, essere fedelmente infedeli a tutto ciò che ci è stato insegnato, a ciò che ci viene suggerito di fare o che ci si aspetta che facciamo, all’interno di una determinata situazione, disobbedendo al proprio ruolo sociale più o meno definito. 

A nostro avviso, l’insieme dei fenomeni contemporanei etichettabili sotto il nome di fascismo possono essere compresi più facilmente nella veste di una peculiare posizione teorica inedita – in barba allo slogan postmoderno sulla “fine delle ideologie”, in seguito al fallimento del comunismo reale nel 1989 – concepibile come una sorta di conservatorismo di ritorno, caratteristica ricorrente degli anni ’20 degli ultimi due secoli, prendendo come punto di riferimento il 1821, il bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte – ricorrente quest’anno – il tramonto del cui Impero (com’è noto) diede avvio alla Restaurazione, cioè ad una sistematizzazione dei moti reazionari nell’intera Europa, in contrasto alle spinte democratiche e innovatrici interne alle singole nazioni, tra cui la nostra.

Nel complesso, dietro a tutti i repubblicani, o meglio ai primi soggetti delle rivolte che poi culmineranno nella Comune parigina del 1848, vi era un intento fondamentale, ancora oggi cruciale, data la cogenza di un tema come quello della rivolta, per via del profondo malessere sociale contemporaneo: l’idea di farsi da sé le proprie regole, anche per mostrare agli altri che la libertà in cui credono di vivere non è altro che un’autentica illusione.

Citando il titolo di uno dei lavori più noti del celebre filosofo francese Michel Foucault, Bisogna difendere la società[2]: in primis da sé stessa e dalle spinte reattive provenienti dal suo interno, prodotte dai movimenti inconsulti di chi, non riuscendo ad accettare la rinnovata, per quanto timida emancipazione sessuale in atto nel nostro Paese – riguardo alla questione del gender[3] – sbraita solo per attirare l’attenzione, ammettendo candidamente di non saperne nulla a riguardo.

Rispetto a ciò, affidiamo un commento alle parole di Ludwig Wittgenstein, uno dei padri della filosofia del linguaggio (giusto per ribadire che “le parole sono importanti”, come diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa):

“Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”[4].


  1. J. Derrida, L’animale che dunque sono, trad. it. a cura di Gianfranco Dalmasso, Jaca Book, Milano 2014.
  2. M. Foucault, Bisogna difendere la società. Corso al Collège de France (1975-1976), trad. it., Feltrinelli. Milano 2020.
  3. J. Butler, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, trad. it. a cura di Sergia Adamo, Laterza, Roma-Bari 2013.
  4. L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, a cura di Amedeo G. Conte, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2009.

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