Rapidità e Flemma

Caro Alessandro, 

     con molto piacere torno alla nostra discussione sull’intelligenza novecentesca e su come questa possa, o meno, essere adatta a interpretare e a governare i cambiamenti che ci troviamo ad affrontare nel nuovo millennio.

Siamo al terzo articolo e si sta avvicinando la fine del ragionamento. Nei due articoli precedenti ho parlato del ‘Novecento e nuovo Millennio’ e dell’”Analisi e Sintesi”, di come si può costruire un’intelligenza e come possono essere generati dinamicamente poi dei pensieri da quella. Ora vorrei parlare proprio della fine. 

Sì, perché ogni ragionamento, per quanto astratto e metafisico possa essere, ha delle implicazioni e delle azioni che debbono essere intraprese. 

Il ragionamento può anche essere una speculazione, un esercizio di stile retorico, ma io sto pensando ad un altro tipo di ragionamento, quella categoria di ragionamenti dai quali è possibile far nascere un’azione che cambia lo stato dal quale si partiva. Un ragionamento che cambia lo stato delle cose, dinamicamente. 

Se vogliamo un figlio fecondo di una intelligenza.

Un pò come delineare una genealogia delle azioni, degli oggetti inventati e creati, dei pensieri, delle sensibilità, delle opere d’arte e delle distruzioni.

Semplice, direi quasi banale, ma in realtà non molto. 

L’esperienza ci ha fatto vedere diversi esempi di ragionamenti ben condotti, ma fermi poi in una sosta prolungata, in una stasi che ha vanificato anche lo sforzo impiegato per generarlo quel ragionamento.

(immagine dal web)

Forse mi posso spiegare meglio con qualche esempio.

Il primo esempio che mi viene in mente è relativo allo straordinario momento storico che stiamo vivendo. E’ un momento decisamente incredibile ma posso cercare di raccontarlo scrivendo alcuni sillogismi: 

  • Per affrontare la pandemia è necessario tutto lo sforzo possibile per poter salvaguardare la vita dei cittadini;
  • E’ necessario rallentare il contagio in modo da avere sufficiente tempo per sviluppare farmaci e vaccini utili a debellare il virus
  • E’ necessario limitare i contatti interpersonali per ridurre il contagio
  • E’ necessario vaccinare la popolazione in modo da riuscire a scongiurare il più possibile la morte dei cittadini

Il secondo esempio che mi viene in mente è il tante volte da te citato Ponte Morandi. Anche in questo caso, scrivo alcuni sillogismi per rappresentare il ragionamento:

  • Ogni infrastruttura ha un tempo di vita utile, superato il quale è necessario intervenire in modo conservativo o drastico
  • Per verificare l’andamento del tempo di vita utile è necessario eseguire delle valutazioni sullo stato di conservazione, sulla stabilità e sulla capacità di mantenere i carichi
  • E’ necessario verificare lo stato di utilità dell’opera infrastrutturale oltre che il suo stato di conservazione

Ambedue queste situazioni, per quanto diverse, ci danno angoscia, ci preoccupano, ci toccano, perché da qualche parte qualche ingranaggio non ha funzionato o non sta funzionando correttamente.

Sappiamo tutti il numero dei morti a causa del Covid-19. 

Sappiamo tutti il disastro che è stato il crollo del Ponte Morandi

Possiamo dare all’intelligenza novecentesca queste colpe? Ecco a mio parere sì. Meglio, l’intelligenza novecentesca in questi due casi ha fallito presentando il proprio limite.

Certamente gli errori non si limitano a questi due casi solamente – questi sono solamente due esempi – e non è un caso che in questi ultimi anni questi disastrosi esempi sono aumentati.

Io penso che non sia un caso, perché in un mondo che va sempre più veloce e accelera sempre di più, non sono più compatibili le tempistiche che l’intelligenza novecentesca ha fin qui dettato.

Il Piano di intervento in caso di epidemia o di pandemia è preparato da una serie di esperti ed è sottoposto a verifica ogni 3 anni, se non ricordo male, in modo da essere aggiornato alle nuove conoscenze mediche o alle nuove procedure sanitarie e alle nuove tecnologie. Un’organizzazione che avrebbe dovuto prevenire il “panico” che si è presentato tra Dicembre 2019 e Gennaio 2020.
Si sarebbe dovuto agire in modo da tracciare i contatti, invece di evitarli tout-court (ho scritto già un articolo su questo punto sulla App Immuni).
Si sarebbe dovuto preparare un piano vaccinale rigoroso andando a individuare le fasce d’età più a rischio e quelle che avrebbero potuto permettere un rapido “ritorno alla normalità”, seguendo proprio il piano pandemico.

Si sarebbe dovuto. Si sarebbe potuto.

Conoscendo lo stato di degrado del Ponte Morandi – sottoposto regolarmente a controlli e verifiche del suo “stato di salute” – si sarebbe dovuto prevedere un piano di “alleggerimento del traffico pesante” prevedendo percorsi alternativi, si sarebbe dovuto decidere se abbattere completamente il ponte perché ormai superato sia per tecniche costruttive sia perché non economico per la manutenzione.

Si sarebbe dovuto. Si sarebbe potuto.

Sebbene i ragionamenti sopra siano veri – e li ho riportati, non sono “farina del mio sacco” – qualcosa tra il momento della loro generazione e quello della loro attuazione, si è bloccato. Si è interrotto.
Facendo diventare – apparentemente, lo sottolineo – caotica la gestione della pandemia e arrivando troppo tardi l’azione per il Ponte Morandi, perché nel frattempo quei tiranti che si stava valutando di rinforzare o sostituire o creare di nuovo, hanno deciso di spezzarsi, di schianto.

Riporto di seguito il tuo Terzo punto per il ragionamento che hai condotto tu:

Terzo. È un’intelligenza che procede a partire da alcuni principi solidissimi, che adotta come precetti indiscutibili e che non riesce a cambiare se non con cicli lentissimi. Provo a spiegarmi. Non è un’intelligenza pragmatica, che cerca semplicemente la soluzione migliore, no. Lei ha bisogno di un principio (per dire, la democrazia) e poi è molto abile a dispiegare sistemi logici (sequenze di decisioni sensate) che sgorgano quasi in modo necessario da quel principio: per difenderlo, per tramandarlo, per migliorarlo. La cosa che non sa fare è cambiare quei principi: porli in discussione, immaginare di abbandonarli. Lo fa, ma con cicli, ripeto, lunghissimi. La cosa non sarebbe grave in un mondo che cambia lentamente, ma diventa un evidente handicap nel momento in cui il mondo si mette a correre.

In pratica  – sintetizzo in modo decisamente brutale – per ridurre le tempistiche possiamo tagliare il processo, cercando di utilizzare una intelligenza meno rigida, meno rigorosa, più flessibile. Anche ripensando ad alcune colonne portanti, alcuni capisaldi.

Personalmente penso che l’intelligenza novecentesca si è imbevuta della rapidità d’azione, si sia resa conto che “il tempo” sia un fattore determinante per la genesi dei processi. Non ha senso spaccare “il capello in quattro” se poi si è arrivati talmente in ritardo per poterlo utilizzare.
Nel primo articolo di questa serie citavo “il Rasoio di Occam”, nel novecento è stato formalizzato, matematicamente, il principio della “Ricerca sub-ottima” dove il tempo è l’elemento cardine del processo. Arrivati “vicini all’ottimo” si può smettere di cercare e si può applicare, quello che si perde è sicuramente minore del miglioramento che si può ottenere. Questo, ma scientificamente provato.
Tagliare sui principi, non rende il processo più rapido, lo rende potenzialmente sbagliato.

So che non hai questo tipo di fascinazioni, ma permettimi di fare questa iperbole: l’idea che alcuni principi possano essere “sacrificati” all’altare della velocità è una fascinazione che abbiamo già vissuto 100 anni fa, usciti dal dramma della Grande Guerra e dalla Pandemia della Febbre Spagnola, e sinceramente è una cosa che non vorrei più vivere, dopo averla sentita nei racconti dei miei nonni.

So che sei lontanissimo da questo concetto, ma quel tuo riferimento al “pilastro” della Democrazia, mi ha fatto venire letteralmente i brividi.

Quello che dobbiamo fare è capire che tra la Rapidità e la Flemma c’è uno spazio da colmare. E a ben pensarci l’intelligenza del novecento nasce proprio in quello spazio lì.

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