Discorso di Haile Selassie

Quello che presentiamo è il Discorso che Sua Maestà Imperiale Haile Selassie I tenne all’Assemblea delle Nazioni Unite il 6 Ottobre 1963.
Lo riportiamo per intero e vale la pena ricordare che parte di questo discorso vennero usate da Bob Marley nella sua “WAR” a dare uno dei suoi messaggi più potenti sulla libertà e sulla necessità di giustizia, come pre-condizione alla pace e alla libertà stessa dei popoli e dei singoli cittadini. Perché oltre ad essere un re, un imperatore, Selassie era oggetto di culto per i Rastafariani che vedevano in lui (“Ras Tafari” Maconnèn è il nome proprio di Hail Selassie) un Gesù Cristo, duecentoventicinquesimo discendente della dinastia salomonide, attraverso la linea di David, appartenente alla Tribù di Giuda.

L’obiettivo dell’uguaglianza dell’uomo che noi ricerchiamo è l’antitesi dello sfruttamento di un popolo da parte di un altro, a proposito del quale le pagine della storia, ed in particolare quelle scritte riguardo ai continenti Africano ed Asiatico parlano lungamente.
Oggi, mi trovo di fronte all’Organizzazione mondiale che è successa al compito abbandonato dal suo screditato predecessore.
In questo organismo è gelosamente custodito il principio della Sicurezza Collettiva al quali mi appellai senza successo a Ginevra.
Ivi, in questa Assemblea, giace la migliore speranza – forse l’ultima – per la pacifi ca sopravvivenza dell’umanità.
Nel 1936, dichiarai che non era l’Alleanza della Società ad essere in gioco, ma la moralità internazionale. Gli impegni, dissi allora, hanno scarso valore se la volontà di adempierli viene meno.
La Carta delle Nazioni Unite esprime le più nobili aspirazioni dell’Uomo: l’abiura della forza nella risoluzione delle dispute tra Stati; la garanzia dei diritti umani e delle libertà fondamentali a tutti senza distinzione concernente la razza, il genere, la lingua o la religione; la salvaguardia della pace e della sicurezza internazionali.
Ma anche queste, come lo erano le frasi dell’Alleanza, sono solo parole; il loro valore dipende interamente dalla nostra volontà di osservarle ed onorarle e conferire loro contenuto e signifi cato. La difesa della pace e la garanzia delle libertà e dei diritti fondamentali dell’uomo richiedono coraggio e vigilanza incessante:
coraggio di parlare ed agire – e se necessario di soffrire e morire – in favore della verità e della giustizia; vigilanza incessante, affinché la minima trasgressione della moralità internazionale non passi inosservata e non resti priva di risoluzione. Queste lezioni devono essere apprese di volta in volta da ogni generazione successiva, e fortunata è in affetti quella generazione che apprende, piuttosto che dalla propria amara esperienza, da quella altrui. Questa Organizzazione ed ognuno dei suoi membri detengono una schiacciante e maestosa responsabilità: assorbire la saggezza della storia ed applicarla ai problemi del presente, di modo che le future generazioni possano nascere, vivere e morire, in pace.
Le Nazioni Unite base per la speranza Il primato delle Nazioni Unite, durante i pochi anni della loro esistenza, offre all’umanità solide basi di incoraggiamento e di speranza per il futuro. Le Nazioni Unite hanno osato agire,quando la Lega non lo ha fatto – in Palestina, in Corea, in Suez, in Congo. Non c’è nessuno tra di noi oggi che non faccia congetture riguardo la reazione di questo corpo quando sono esaminate motivazioni ed azioni. L’opinione di questa Organizzazione oggi
agisce con potente infl uenza sulle decisioni dei propri membri. I riflettori dell’opinione mondiale, puntati dalle Nazioni Unite sulle trasgressioni dei traditori della società umana, si sono finora rivelati come una effettiva protezione contro aggressioni incontrollate e violazioni sconfi nate dei diritti umani.
Le Nazioni Unite continuano a servire come il luogo in cui le nazioni i cui interessi sono contrastanti possono esporre i propri casi davanti all’opinione mondiale. Esse fanno anche da valvola di sfogo fondamentale senza la quale la lenta creazione delle pressioni sarebbe potuta esprimersi con esplosioni catastrofi che.
Le loro (Ndt: delle Nazioni Unite) azioni e decisioni hanno velocizzato il raggiungimento della liberà per molti popoli nei continenti dell’Africa e dell’Asia. I loro sforzi hanno contribuito all’avanzamento dello standard di vita di popoli in tutti gli angoli del mondo.
Per questo, tutti gli uomini devono essere riconoscenti. Mentre mi trovo qui oggi, quanto tenui, quanto lontane, sono le memorie del 1936. Quanto sono differenti le attitudini degli uomini nel 1963. Allora vivevamo in un’atmosfera di soffocante pessimismo. Oggi, un cauto ma positivo ottimismo è lo spirito prevalente.
Ma ognuno di noi qui sa che quello che è stato raggiunto non è sufficiente. I giudizi delle Nazioni Unite sono stati e continuano ad essere soggetto di frustrazione, in quanto Stati membri individuali hanno ignorato e disprezzato le loro raccomandazioni. Il vigore dell’Organizzazione è stato indebolito, nel momento in cui Stati membri si sono sottratti ai loro obblighi nei suoi confronti.
L’autorità dell’Organizzazione è stata derisa, quando Stati membri individuali hanno continuato, in violazione ai suoi princìpi, a perseguire i propri scopi e fi ni. I problemi che continuano ad affliggerci virtualmente si manifestano tutti contro membri stati dell’Organizzazione, ma l’Organizzazione rimane impotente nel far rispettare soluzioni accettabili. In quanto fautrice e tutrice della legislazione internazionale, ciò che [l’Organizzazione delle] Nazioni Unite ha raggiunto non è decisamente ancora sufficiente per una comunità internazionale di nazioni.
Questo non significa che le Nazioni Unite abbiano fallito.
Ho vissuto troppo a lungo per nutrire troppe illusioni riguardo all’essenziale elevata inclinazione mentale degli uomini, quando indotti in aspro confronto con la questione del controllo riguardo la loro sicurezza ed i loro interessi di proprietà. Nondimeno ora in un momento in cui così tanto è a rischio, non sarebbero molte le Nazioni che affi derebbero di buon grado i propri destini nelle mani altrui.
È questo, ad ogni modo, l’ultimatum presentatoci: assicurare le condizioni tramite le quali gli uomini potranno affi dare la propria sicurezza ad una più ampia entità, oppure rischiare l’annientamento; persuadere gli uomini che la loro salvezza giace nella loro subordinazione degli interessi nazionali e locali agli interessi dell’umanità, o compromettere il futuro dell’uomo. Tali sono gli obiettivi, inottenibili ieri, essenziali oggi, per conseguire i quali dobbiamo batterci.
Finché ciò non sia avvenuto, il futuro dell’umanità rimane a rischio e la pace permanente materia di speculazione. Non c’è una singola formula magica, nessun passo semplice, né parola, che sia scritta nella Carta delle Nazioni Unite o in un trattato tra stati, che possa garantire automaticamente ciò che ricerchiamo. La pace è un problema giornaliero, il prodotto di una moltitudine di eventi e di valutazioni. La pace non è un “è”, ma è un “divenire”. Non possiamo sfuggire dalla spaventosa possibilità di catastrofe in caso di errore nel giudizio. Ma possiamo raggiungere la decisione giusta sulla miriade dei problemi subordinati che ogni nuovo giorno ci presenta, e possiamo quindi dare il nostro contributo – e probabilmente il più ragionevole che si possa aspettare da noi nel 1963 – per la preservazione della pace.
E’ qui che le Nazioni Unite ci sono servite – anche se non perfettamente, ma bene. E nell’accrescere le possibilità in cui l’Organizzazione possa servirci meglio, noi prestiamo servizio e ci avviciniamo ai nostri obiettivi più desiderati.
Vorrei, quest’oggi, menzionare brevemente due particolari questioni che sono di profondo interesse per tutti gli uomini: il disarmo e la reale eguaglianza tra gli uomini.
Il disarmo è divenuto l’urgente imperativo del nostro tempo; non dico questo perché Io identifi co l’assenza di armamenti con la pace, o perché ritenga che il porre un termine alla corsa alle armi nucleari garantisca automaticamente la pace, o perché l’eliminazione delle testate nucleari dagli arsenali del mondo porterà come conseguenza quel cambiamento di attitudine indispensabile alla pacifi ca risoluzione delle dispute tra nazioni. Il disarmo è oggi vitale, piuttosto semplicemente, a motivo dell’immensa capacità distruttiva di cui l’uomo dispone.
L’Etiopia supporta il trattato che vieta gli esperimenti nucleari atmosferici come un passo verso tale obiettivo, sebbene sia soltanto un passo parziale. Le Nazioni possono ancora perfezionare le armi di distruzioni di massa tramite test sotterranei. Non c’è garanzia contro la ripresa improvvisa e non annunciata dei test atmosferici.
La reale importanza del trattato è che esso ammette una tacita situazione di stallo tra le nazioni che ne hanno condotto le trattative, una situazione di stallo che riconosce lo schietto, ineluttabile fatto che nulla emergerebbe dalla distruzione totale che sarebbe la sorte di tutti in una guerra nucleare, una situazione di stallo che fornisce a noi ed alle Nazioni Unite uno spazio di respiro nel quale agire.
L’obiettivo dell’uguaglianza dell’uomo che noi ricerchiamo è l’antitesi dello sfruttamento di un popolo da parte di un altro, a proposito delle quali le pagine della storia, ed in particolare quelle scritte riguardo ai continenti Africano ed Asiatico parlano lungamente.
Qui è la nostra opportunità e la nostra sfi da. Se le potenze nucleari sono pronte a dichiarare tregua, facciamo in modo di cogliere il momento per rafforzare le istituzioni e le procedure che serviranno da mezzi di pacifi co accordo nelle dispute tra gli uomini.
I conflitti tra le nazioni continueranno a sorgere. Il problema reale è se questi debbano essere risolti con la forza, o ricorrendo a metodi e procedure pacifi ci, amministrati da istituzioni imparziali. Questa stessa Organizzazione è la più grande di tali istituzioni, ed è in una rafforzata [Organizzazione delle] Nazioni Unite che ricerchiamo, ed è qui che troveremo, l’assicurazione per un futuro pacifico.
Dove un reale ed effettivo disarmo sia raggiunto e gli stanziamenti ora spesi nella corsa agli armamenti siano dedicati al miglioramento della situazione dell’uomo; dove ci concentriamo solamente sugli usi pacifi ci della conoscenza del nucleare, quanto largamente ed in quanto poco tempo potremmo cambiare le condizioni dell’umanità. Questo dovrebbe essere il nostro scopo.
Quando parliamo delle qualità dell’uomo, troviamo, anche, una opportunità e una sfida; la sfi da di dare nuova vita agli ideali incastonati nell’Atto Costitutivo; l’opportunità di portare gli uomini più vicini alla libertà e, quindi, più vicini all’amore per la pace.
L’obiettivo dell’uguaglianza dell’uomo che noi ricerchiamo è l’antitesi dello sfruttamento di un popolo da parte di un altro, a proposito del quale le pagine della storia, ed in particolare quelle scritte riguardo ai continenti Africano ed Asiatico parlano lungamente.
Lo sfruttamento, comunque lo si guardi, ha molti volti.
Ma qualsiasi aspetto esso assuma, questo male va rigettato dove non è presente e schiacciato dove lo è. E’ un sacro dovere dell’Organizzazione quello di assicurare che il sogno di eguaglianza tra gli uomini venga fi nalmente realizzato per tutti i coloro ai quali esso è ancora negato, di garantire che lo sfruttamento non si reincarni in forme differenti nei luoghi da cui esso è già stato bandito.
Nel momento in cui l’Africa libera è emersa nella scorsa decade di anni, un nuovo attacco è stato lanciato contro lo sfruttamento ovunque esso è ancora presente. Ed in quella interazione così comune nella storia, ciò, uno alla volta, ha stimolato ed incoraggiato i rimanenti popoli dipendenti a rinnovati sforzi per liberarsi del giogo che li opprimeva e per reclamare come proprio diritto di nascita gli ideali gemelli di libertà ed eguaglianza.
Questa precisa battaglia è una battaglia per stabilire la pace, e fi nché la vittoria non sia assicurata, quella fratellanza e comprensione che nutrono e danno vita alla pace possono essere solo parziali ed incomplete.
Negli Stati Uniti d’America, l’amministrazione del Presidente Kennedy sta guidando un vigoroso attacco per eradicare i rimanenti vestigi di discriminazione razziale in quel Paese. Noi sappiamo che questo conflitto sarà vinto e che la giustizia trionferà. In questo tempo di prova, tali sforzi dovrebbero essere incoraggiati ed assistiti, ed oggi dovremmo offrire la nostra simpatia e supporto al governo americano.
Lo scorso maggio, ad Addis Abeba, ho convocato un incontro tra Capi di Stato e governi Africani. In tre giorni, le trentadue nazioni rappresentate in quella Conferenza hanno dimostrato al mondo che quando la volontà e la determinazione esistono, nazioni e popoli di differenti retroterra possono lavorare assieme e lo faranno, in unità, per il conseguimento di obiettivi comuni e la garanzia di quell’uguaglianza e fratellanza che desideriamo.
Riguardo alla questione della discriminazione razziale, la Conferenza di Addis Abeba ha insegnato, a coloro che la apprenderanno, quest’ultima lezione: che fino a quando la filosofia che ritiene una razza superiore ed un’altra inferiore non sia defi nitivamente e permanentemente discreditata ed abbandonata; fino a che non cesseranno di esistere in ogni nazione cittadini di prima e seconda classe; fino a che il colore della pelle di un uomo non diventi di signifi cato non maggiore di quello dei suoi occhi; fino a che i diritti umani basilari non siano egualmente garantiti a tutti indifferentemente dalla razza; fino a quel giorno, il sogno di una pace duratura e di una cittadinanza mondiale ed il dominio della moralità internazionale rimarranno non più di una fuggevole illusione, da essere perseguita, ma mai raggiunta.
E fino a che gli ignobili ed infelici regimi che mantengono i nostri fratelli in angola, in Mozambico ed in Sud Africa in una schiavitù sub-umana non siano stati rovesciati e distrutti; fino a che il bigottismo e il pregiudizio ed un egoismo maligno ed inumano non siano stati rimpiazzati dalla comprensione e dalla buona volontà; fino a che tutti gli africani siano liberi e parlino da persone libere, uguali agli occhi di tutti gli uomini, come lo sono agli occhi del Cielo; fino a quel giorno, il continente africano non conoscerà la pace.
Noi Africani combatteremo, se necessario, e sappiamo che vinceremo, poiché confi diamo nella vittoria del bene sul male.
Le Nazioni Unite hanno fatto molto, sia direttamente che indirettamente per velocizzare la scomparsa della discriminazione e dell’oppressione dalla faccia della Terra. Senza l’occasione di concentrare l’opinione mondiale sull’Africa e sull’Asia che questa Organizzazione fornisce, lo scopo, per molti, sarebbe ancora lontano, e la battaglia avrebbe richiesto più tempo. Per questo, siamo molto riconoscenti.
Ma si può fare di più. Le basi della discriminazione razziale e del colonialismo sono state economiche, ed è con armi di natura economica che questi mali sono stati e posso essere superati.
Conformemente alle risoluzioni adottate alla Conferenza al vertice di Addis Abeba, gli Stati africani hanno intrapreso determinate misure in campo economico che, se venissero adottate da tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, ridurrebbero presto l’intransigenza nel ragionare. Chiedo, quest’oggi, l’adesione a tali misure da parte di ogni Nazione qui rappresentata che sia realmente devota ai principi enunciati dallo Statuto.
Non credo che il Portogallo ed il Sud Africa siano preparati a commettere un suicidio economico e fi sico qualora esistano alternative onorevoli e ragionevoli. Ritengo che tali alternative possano essere trovate. Ma so anche che fi nché non siano ricercate soluzioni pacifi che, i consigli di moderazione e temperanza non saranno per nulla utili; ed un altro colpo sarebbe esploso contro questa Organizzazione che intralcerebbe ed indebolirebbe maggiormente la sua utilità nella battaglia per assicurare la vittoria della pace e della libertà
sulle forze di confl itto ed oppressione.
Qui, quindi, è l’opportunità che ci si presenta. Dobbiamo agire finché ci è possibile, fi nché esiste l’occasione di esercitare quelle legittime pressioni delle quali siamo in grado, prima che il tempo scada e non sia necessario il ricorso a mezzi meno lieti.
Questa Organizzazione possiede oggi l’autorità e la volontà di agire? E se non la possiede, siamo preparati a rivestirla del potere di creare e rafforzare la legislazione? O il suo Statuto è una mera collezione di parole, senza contenuto e sostanza, dal momento che lo spirito essenziale manca?
Il tempo in cui ponderare tali questioni è decisamente troppo breve. Le pagine della storia sono colme di istanze in cui fatti indesiderati e non voluti sono ugualmente accaduti perché gli uomini hanno atteso troppo a lungo per agire. Noi non possiamo fregiarci di tale ritardo.
Le Nazioni Unite vanno rafforzate Se noi dobbiamo sopravvivere, questa Organizzazione deve sopravvivere. Per sopravvivere, essa deve essere rafforzata. Il suo esecutivo dovrebbe essere rivestito di grande autorità. I mezzi per fortifi care le sue decisioni devono essere rafforzati e, se non esistono, devono essere concepiti. Devono essere istituite procedure per proteggere le nazioni piccole e deboli quando siano minacciate da quelle forti e potenti. Tutte le nazioni che soddisfano le condizioni di appartenenza dovrebbero essere ammesse e si dovrebbe consentire loro di sedere in questa assemblea. L’eguaglianza di rappresentanza dovrebbe essere assicurata in ognuno dei propri organi. Le possibilità che esistono nelle Nazioni Unite di provvedere al mezzo attraverso il quale gli affamati siano sfamati, i nudi vestiti, gli ignoranti istruiti, dovrebbero essere ricercati oltre e sfruttati poiché il fi ore della pace non si nutre di povertà e brama.
Per raggiungere ciò, è necessario coraggio e fi ducia. Il coraggio, io credo, lo possediamo. La fiducia va costruita, e per creare fi ducia dobbiamo agire coraggiosamente.
Le grandi nazioni del mondo farebbero meglio a ricordare che in quest’epoca moderna anche i loro stessi destini non sono interamente nelle loro mani. La pace richiede gli sforzi combinati di noi tutti. Chi può prevedere quale scintilla possa accendere la miccia? Non sono solamente i piccoli e deboli a dover osservare scrupolosamente i propri obblighi con le Nazioni Unite e tra di loro. A meno che alle piccole nazioni non sia concessa voce nella risoluzione dei problemi mondiali, ed a meno che l’eguaglianza che l’Africa e l’Asia hanno lottato per raggiungere sia riflessa in una adesione espansa nelle istituzioni che costituiscono le Nazioni Unite, la fi ducia sarà più dura da ottenere. Fino a che i diritti degli ultimi uomini non saranno protetti assiduamente come quelli dei più grandi, i semi della fiducia cadranno su suolo sterile.
La posta in gioco è identica per ognuno di noi – vita o morte. Noi auspichiamo di vivere a tutti. Tutti aneliamo a un mondo in cui gli uomini siano liberati dai fardelli dell’ignoranza, della povertà, della fame e della malattia. E saremo tutti ben risoluti nello sfuggire alla pioggia mortale del disastro nucleare, i cui catastrofi ci effetti ci
travolgerebbero.
Quando parlai a Ginevra nel 1936, non vi era mai stato un precedente appello di un Capo di Stato alla Lega delle Nazioni. Io non sono il primo, né sarò l’ultimo Capo di Stato a rivolgermi alle Nazioni Unite, ma io solamente mi sono rivolto sia alla Lega che a questa Organizzazione con questa potenza.
I problemi con i quali ci confrontiamo oggi sono, egualmente, senza precedenti. Non hanno equivalenti nell’esperienza umana.
Gli uomini sfogliano le pagine della storia in cerca di soluzioni, di precedenti, ma non ve n’è alcuna.
Questa, allora, è l’ultima sfi da. Dove dobbiamo cercare la nostra sopravvivenza, le risposte alle domande che non sono mai state poste prima d’ora?
Dobbiamo guardare, innanzitutto, a Dio Onnipotente, il quale ha innalzato l’uomo al di sopra degli animali e lo ha dotato di intelligenza e ragione. Dobbiamo riporre la nostra fede in Lui, che non ci abbandonerà né ci permetterà di distruggere l’umanità che ha creato a Sua immagine.
Dobbiamo guardare dentro noi stessi, nel profondo delle nostre anime. Dobbiamo divenire qualcosa che non siamo mai stati ed alla quale la nostra educazione ed esperienza ed ambiente non ci hanno adeguatamente preparato. Dobbiamo diventare più grandi di quanto non siamo stati, più coraggiosi, più elevati in spirito, di più ampie vedute. Dobbiamo diventare membri di una nuova razza, superando l’insignifi cante pregiudizio, offrendo il nostro supremo appoggio non alle Nazioni, ma ai nostri fratelli all’interno della Comunità Umana.

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