Evoluzione & Fuga

Caro Alessandro,

con quest’ultima lettera aperta, si chiude il ciclo delle mie riflessioni sul tuo “Mai Più” pubblicato su The Post. Immagino che tu stia pensando “Finalmente!” e lo comprendo: sinceramente sono stati articoli noiosi e a volte cavillosi, ma mi sono sembrati necessari. E il perché di questa necessità cerco di spiegarlo in quest’ultima lettera che ho deciso di intitolare “Evoluzione & Fuga” (qui la lettera precedente).

Per diversi giorni questo quarto appuntamento ha avuto il titolo di “Relativismo Etico”, poi ho optato per mantenere il confronto duale, così come per le altre lettere, tra elementi che tendono ad andare in direzioni diverse, a volte completamente divergenti. Tutti noi sappiamo che le cose non vanno esattamente come le abbiamo programmate e a volte ci obbligano a confrontarci con quei principi che pensavamo alla loro base e con la realtà.

In “Rapidità e Flemma” ho provato a mettere in evidenza come l’organizzazione del “fare” sia un modo giusto per realizzare le cose, ma il suo irrigidimento abbia di fatto ingessato quell’ultimo tratto del percorso dall’ideazione alla realizzazione. Come se dopo i progetti degli architetti, i calcoli strutturali degli ingegneri, dopo i piani realizzativi, dopo la preparazione dei materiali, ci si mettesse a litigare per i colori delle maioliche e si lasciasse un intero grattacielo solo con i pilastri, senza nient’altro, per mesi, per anni. Fino a che chiunque di noi arrivasse a pensare che quella struttura è – di fatto – inutile. In questo, ammettiamolo, in Italia siamo maestri.

Perché dall’esterno, vista così, non è la discussione sulle maioliche ad essere inutile, ma la struttura, quel groviglio di pilastri e travi di cemento. Un groviglio incomprensibile perché non si riesce a capire che quello che si vede è semplicemente “esposto” mentre dovrebbe essere “coperto” da una sovrastruttura. 

Si ha quasi una incredulità, come quella che si può provare guardando il bello spettacolo della (mezza) vela di Calatrava, che fa domandare “a che serve?”. Una cattedrale nel deserto, per altro incompiuta.

Su questa base comprendo la tua frase “partendo dal basso la rivoluzione digitale ha lasciato in piedi tutte le grandi istituzioni novecentesche del vivere comunitario: per dire, la scuola, la politica, le leggi, le Chiese.”. Una frase quasi incredula. Com’è possibile che nel corso della rivoluzione digitale “Franava il New York Times, ma non la professoressa di greco.”?

Com’è possibile che la parte più radicata dell’intelligenza del novecento sopravvivesse a questa rivoluzione? Poi proprio quella che affonda nel remotissimo pensiero antico!

C’è sicuramente una “resistenza al cambiamento”, una inerzia nel procedere “come si è sempre fatto”, questo è innegabile: ogni rivoluzione si scontra contro questo aspetto umano, perché il piano di lotta è culturale.

Ma la rivoluzione digitale rispetto ad altre è decisamente più persuasiva, più penetrante: l’abbiamo costantemente sulle nostre scrivanie, nelle nostre tasche, sia delle giacche che dei jeans. Eppure la professoressa di greco, con lo sguardo arcigno e gli occhiali con il cordino resiste. Resiste, secondo me, perché è parte della struttura. Fa parte di quell’intelligenza novecentesca che ha pensato che prima di realizzare un pensiero fosse necessario comprendere come gli altri – gli antichi, gli altri popoli, le altre nazioni – abbiano organizzato il loro pensiero. Questo non per seguire i loro passi, ma per comprenderli e seguirli, se si vuole, o per evitarli per farne di nuovi, di passi.

E resiste anche perché, per pensare bene, per realizzare bene, è necessario essere istruiti a farlo. Del resto – permettimi Alessandro – se non fosse così che senso avrebbe fondare una scuola, per quanto diversa dalle altre? Che senso avrebbe spendere un quarto di secolo o poco più in un’opera simile? Che senso avrebbe ispirare una scuola a Holden Caulfield, come hai fatto tu?

Sarà un fare. Sarà una prassi. Sarà una collezione di mosse. L’intelligenza sarà un fare.

Non saprei spiegare bene, ma credo che sarà un fare animale, e quindi per lei pensare sarà un movimento del corpo. Ne sarà consapevole, e in lei finirà questa illusione igienista di pensare pulito. Pensare sporco, ma bene, è ciò che farà.

Ha senso perché senza una istruzione, quel “pensare sporco” non sarebbe un “pensare bene”. 

Sicuramente non ha nemmeno senso continuare a considerare, “aristocraticamente”, il pensiero immutabile nel tempo e considerare “barbari” tutti coloro abbiano un pensiero diverso. 

Siamo sicuramente al completamento del pensiero novecentesco – anzi è già terminato da un pò a seguire il ragionamento di Eric Hobsbawn – e siamo sicuramente al completamento della società novecentesca – anzi è già terminata da un pò a seguire il ragionamento di Zygmunt Bauman. Abbiamo un pensiero del nuovo millennio ed una società del nuovo millennio, non più rigidamente strutturata, ma fluida.

Ma abbiamo ancora un’intelligenza novecentesca perché la produzione del pensiero è ancorata ad alcuni principi.

Sarà animale, e quindi collegata al desiderio, non a un principio morale, a un dover essere. Il pensiero c’entrerà con la fame e sarà probabilmente semplice.scrivi, ed è questo che mi spaventa. Questo pensiero legato agli istinti e alla rapidità – si badi bene non la sua esecuzione, la sua ideazione – mi preoccupa alquanto.
Lo vedo portare indietro l’uomo.

Quest’ultima lettera si intitola “Evoluzione e Fuga” proprio per questo: l’evoluzione è un processo sperimentale, fatto di tentativi e di prove, procede in avanti solo ciò che funziona, non quello che noi pensiamo possa funzionare, mentre la fuga è qualcosa di rapido, di irrazionalmente rapido, si fugge da dove si è per cercare riparo. 

Si può fuggire in avanti, è vero, ma il più delle volte si fugge all’indietro, per cercare di rientrare in una propria comfort-zone.

L’intelligenza novecentesca ci ha fatto vedere che se anche è complessa, controintuitiva, anche se non sembra logica, anche se non sembra possibile, la realtà è la realtà ed è necessario saperla leggere razionalmente per avere un pensiero coerente con essa.

Il rischio che vedo nella tua frase è quello di esaltare una forma di pensiero egoistico (nel senso più ampio del termine) o “neotribale”, dove i pensieri sono validi solo all’interno della propria comunità, basandosi su concetti che non prevedono nemmeno la ricerca di princìpi che siano in qualche modo universali, validi per tutti.  Questo è in netto contrasto con quello che stiamo sperimentando in un mondo sempre più connesso e ampio.

Il “come” dell’intelligenza novecentesca è sicuramente al suo “collo di bottiglia”, ma pensare di archiviarla tutta e andare a minarne i principi è una fuga – che istintivamente definirei una fuga verso il passato – che non mi vede d’accordo.

Chiudo con una frase non mia:

«Il valore dell’intelligenza è che ci permette di estinguere una cattiva idea, prima che sia l’idea ad estinguere noi»
(Karl Popper)

Ciao Alessandro, con affetto e stima, Giorgio.

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