Intervista a Diego Lama

Diego Lama, architetto e scrittore. 

Si laurea in architettura nel 1989 e da quel momento pubblicherà diversi libri in materia. 
Dopo aver fatto parte del quotidiano “Corriere della sera” come editorialista sui temi legati all’architettura e all’urbanistica, collabora con diverse riviste dedicate a questo campo. 
Nel 2007 inizia a pubblicare alcuni racconti, fino ad arrivare al 2014 quando avvia la sua collaborazione con “Il giallo Mondadori”. 
Vince nel 2015  il Premio Tedeschi con il romanzo “La collera di Napoli”. 
“Tutti si muore soli” edito da Mondadori, è il suo ultimo romanzo, lungo 20 ore per 20 capitoli, tutto in un giorno… e racconta gli omicidi di tre diverse categorie di persone, che vengono risolti non facilmente dal commissario Veneruso. 
L’autore ci porta nei meandri più tristi e nei quartieri più eleganti della città, attraverso le allegorie di Croce, gli squarci di Matilde Serao e di altre figure che fanno la propria apparizione tra le pieghe del romanzo, sullo sfondo del vero delitto che viene sottaciuto… l’uccisione della lingua napoletana nel contesto dell’Unita di Italia.
In poche settimane il romanzo ha scalato la classifica della narrativa entrando a far parte dei best seller italiani: un successo che ha stupito anche la stessa casa editrice…

(Immagine dal Web)

A quale tipo di lettore si rivolge con il Suo romanzo?

A tutti coloro che amano leggere una lingua a più livelli, molto semplice ma piena di piccoli meccanismi segreti. A tutti coloro che desiderano incontrare personaggi tragici, ma anche divertenti, come il commissario Veneruso. A tutti coloro interessati alla Belle Époque napoletana, tra miseria e nobiltà, bellezza e orrore, cultura e ignoranza. A chi vuole leggere un giallo classico, con tutti gli archetipi al posto giusto, ma anche un libro colmo di contemporaneità… E beh: non lo so, potrei continuare all’infinito ma rischio di essere fin troppo autocelebrativo. 

Lei è innamorato di Napoli, nei suoi vari aspetti. Ci porta nei quartieri più bui con i loro misteri e nei posti più belli, come ad esempio il Gambrinus, in una atmosfera Aristocratica e infine nella Napoli colta della Biblioteca Nazionale. Credo che ci siano ancora vari aspetti tuttora presenti nella Napoli odierna. Chiederle quale preferisce mi sembra banale… allora Le chiedo in quale si trova maggiormente a proprio agio…

Per me Napoli è una sorta di compagna della quale sono stato molto innamorato per tanti anni. Una signora di mezza età che adesso però quasi non amo più: una convivente che sopporto a tratti, e che a tratti voglio ancora tanto bene… Nella mia città mi trovo a mio agio ovunque: vi è una tale commistione tra i quartieri – poveri o ricchi, colti o depressi, panoramici o spaventosi – e parallelamente vi è una enorme promiscuità tar le persone – veramente di tutti i tipi – che è impossibile fare una vera distinzione per zone o per ceto. Ma trovarsi a proprio agio non è sempre un buon segnale…

Le protagoniste di questo Suo romanzo sembrano essere le parole e la lingua napoletana, lingua che io amo, da sempre. È possibile che sia questo il vero delitto del romanzo a favore di un italiano più forbito? Lei infatti rimanda a leggere “Alfabeto Napoletano di De Falco”… per i curiosi o per gli  amatori della napoletanità?  

Come ho già detto in altre occasioni, nel romanzo ho usato forse trecento vocaboli in “dialetto” e alla fine c’è anche un glossario di dieci pagine che ne spiega etimologia e significato. Credo che il napoletano sia una lingua con una propria struttura, una storia, una grammatica, una tradizione scritta e orale, una poetica e un ricco repertorio di poemi, canzoni, poesie, romanzi e opere teatrali, parlata ancora da milioni di persone. Ciononostante – al contrario di quel che fanno i catalani con la loro lingua che non considerano un dialetto del castigliano – sono stesso i napoletani a relegarla a dialetto “sporco” da utilizzare non in occasioni importanti. A Napoli esistono due parlate: quella pulita (che è l’italiano) che usa la gente “colta”, e quella sporca, il napoletano, che usano gli altri… Ricordo di aver sentito spesso l’espressione “parla pulito!” per dire “parla italiano!”. A me questa cosa mi ha sempre fatto impazzire: ma quando è accaduto che il napoletano, da lingua magica, piena di metafore, di sonorità, di ricchezza espressiva, si sia trasformata in un dialetto sporco che usano solo i “poveri”, gli “ignoranti” e i “cattivi” (ti prego, lascia le virgolette). Attenzione, in fondo anche l’italiano sta diventando la lingua sporca dell’inglese: se sono veramente cool mando i miei figli all’università con corsi in inglese, i miei post importanti li scrivo in inglese, così come gli hashtag….

“…tra tutte le lingue del mondo è quella che usa più metafore: ogni parola allude sempre ad altro significato e significa sempre più di una cosa è possiede mille sfumature, mille sensi, mille ironie mille tristezze. Parlare a Napoli è un’arte e chiunque parli napoletano in realtà parla come un poeta…”. Un’espressione secondo me bellissima, un inno d’amore rivolto non solo alla lingua napoletana, ma alla napoletanità, mi sbaglio?

Agli aspetti positivi della napoletanità, certamente, non quelli detestabili, che pure sono tanti…

(Immagine dell’Autore)

Ci sono altri romanzi che Lei ha scritto in cui narra le vicende di Veneruso. Quando e in che occasione nasce questo personaggio? Perché ha voluto rappresentarlo diverso dagli altri commissari a cui siamo abituati? “non era tanto niente” … queste le sue parole…

Come ho già scritto, Veneruso – commissario capo della polizia del Regno con ufficio in piazza Dante di Napoli, nel 1884 – si è presentato un pomeriggio sulla prima pagina di un racconto, esattamente così com’è oggi: grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste, maleducato, di cattivo umore, ma assai sensibile e quasi buono. Non sono riuscito a capire subito le ragioni di questa apparizione, non avendo io nulla in comune con lui (anche se qualcuno la pensa in maniera diversa). Forse Veneruso è sempre stato nascosto nella memoria assieme alle antiche storie che mi raccontavano in casa quando ero bambino. Storie che ogni tanto ritornano a galla, meravigliando prima di tutti me. Uno dei motivi per cui scrivo, probabilmente, è proprio il desiderio di liberare i vecchi racconti e fare luce sulle paure infantili che per anni avevo dimenticato.

“Tutti si muore soli…” Sono le parole, alla fine del romanzo, messe in bocca al papà del “Brutto”. È un messaggio che Lei vuole mandare ad altri interlocutori oppure esprime una speranza, che è insita nell’atto di Veneruso… fino a che si è circondati dai propri affetti non si muore da soli…

No. Semplicemente: tutti si muore soli. Cioè, nei momenti veramente importanti della vita bisogna fare i conti solo con se stessi, con ciò che abbiamo fatto, detto o pensato, o con ciò che non abbiamo fatto… In quei momenti bisogna dare conto solo al dio interiore che ci accompagna e ci tiene.

Una curiosità personale. Se dovesse immaginare il Suo romanzo rappresentato in un film chi potrebbe interpretare il commissario Veneruso?

Lo devo proprio dire? Ok, lo dico: Pierfrancesco Favino…

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