Il lavoro nel “Nuovomondo”

Partiamo dall’ultimo rapporto ISTAT presentato lo scorso 9 luglio, per dovere di oggettività, che certifica in realtà quanto era già palpabile e nell’aria da tempo la crisi che ha investito anche il mercato del lavoro. E’ di queste ore l’annuncio dei licenziamenti via email di oltre 420 lavoratori della società Gkn di Firenze e dell’annunciata chiusura dello stabilimento Whirlpool di Napoli, che rappresentano un po’ l’emblema di quello che si temeva e sta accadendo. 

In realtà non sono situazione nuove, in quanto già avvenute in tempi passati recenti e non, ma potenzialmente esplosive se rapportate alla crisi economica, sociale e sanitaria, dovute alla pandemia, i cui scenari futuri sono del tutto incerti e legati alla realizzazione del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza).

Leggiamo nel rapporto ISTAT che “l’occupazione ha riguardato all’inizio principalmente i dipendenti a termine e gli indipendenti, poi anche i lavoratori a tempo indeterminato. Ad aprile 2021, rispetto a prima dell’emergenza, gli occupati risultano in diminuzione di oltre 800 mila unità. La contrazione dei posti di lavoro si è accompagnata a un calo della disoccupazione e all’aumento dell’inattività, ma nella fase recente di moderato recupero occupazionale emerge un ritorno alla ricerca di occupazione”.

In realtà i dati delle Agenzie di lavoro segnalano una controtendenza in aumento rispetto allo scorso anno ma si tratta di contratti di somministrazione dunque determinati, indirizzati ad attività a tempo o stagionali.

In ogni caso siamo a circa due punti percentuali sotto il tasso di occupazione pre-pandemia che comunque era già basso (si era sfiorato nel 2019 il picco del 59% contro una media europea di oltre il 70%).

Tutto ciò andrebbe però inquadrato in una visione più organica che richiederebbe dei cambiamenti sistemici che si sperava sarebbero stati attuati a seguito della pandemia, come ad esempio la grande promessa dello smart-working, che sembrava stesse diventando finalmente una realtà mentre invece sembra adesso rifluire in una situazione di piena normalità. O, ad esempio, la discussa infinita riforma delle pensioni che vuole 

porre ipocritamente dei paletti sempre più alti all’età pensionabile come se quarant’anni di onesto lavoro non fossero sufficienti non solo per  un sacrosanto diritto dei lavoratori ma anche per favorire un ricambio generazionale.

E’ utile richiamare in questa sede le numerosi analisi del sociologo De Masi che da anni teorizza come il progresso tecnologico, lo sviluppo organizzativo, gli effetti della globalizzazione e dei mass media, abbiamo prodotti  cambiamenti sociali tali da non poter pensare ancora un mondo del lavoro con gli schemi “fordistici” del Novecento.

Senza arrivare ai concetti limite di ozio e gioia creativa o alla proposta provocatoria per i disoccupati di organizzarsi in modo da lavorare gratis, sicuramente molto andrebbe rivisto nella struttura economico-organizzativa del mondo del lavoro.

Interessanti in questo senso, i dati che giungono dall’Islanda sulla diminuzione delle ore settimanali operata nel 2019, da 40 a 36 ore a parità di salario, che evidenziano un aumento di produttività e benessere.

Questo è un annoso dibattito, tentativi furono fatti alla fine del secolo scorso con l’idea di “lavorare meno per lavorare tutti”. 

Ovviamente entriamo in un contesto molto vasto e complesso che andrebbe affrontato complessivamente tenendo conto di molti altri ambiti e fattori concomitanti come la de-industrializzazione, i processi di de-localizzazione, la formazione, la ricerca, i sistemi di welfare e pensionistici, lo sfruttamento, le differenze di genere e molto altro.

Senza entrare nel merito dell’analisi delle varie ricette, che nel nostro caso dovrebbero comunque convergere in un quadro organico europeo, è indubbio che con l’attuale scenario dominato sempre più massicciamente dalla presenza degli algoritmi, dell’intelligenza artificiale, della diffusione dei social e dell’e-commerce, unitamente alle condizionalità apportate dalla crisi pandemica ormai ineludibili, dovremmo guardare al XXI secolo con una visione diversa da quella dello scorso secolo.

Purtroppo ci trasciniamo stancamente, insieme a molte altre categorie, paradigmi e vecchi modelli, senza nemmeno vedere o affrontare cambiamenti sistemici che, oltre all’evoluzioni tecnologiche ed alle conseguenti innovazioni sociali, dovrebbero tener conto anche delle prospettive di sostenibilità ambientale, sociale ed economica ormai anch’esse ineludibili.

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