Simple Minds: gli Scozzesi ‘In The City of Light.’

Buongiorno a tutti e bentornati. Spero che stiate bene e vi prepariate a qualche giorno di meritato riposo.
Avrei dovuto parlare di Elton John, poi invece in questo periodo mi è caduto tra le mani un cd acquistato qualche mese fa, come doppione dell’lp di cui entrai in possesso quasi trentacinque anni or sono.
Un pezzo della storia degli anni ottanta. Un live che abbiamo consumato ubriacati dal ritmo forsennato dei brani, conditi con splendidi riff di chitarra e sorretti da una sezione ritmica paurosa.
Mister Kerr e il suo compagno di scuola e chitarrista Charlie Burkill hanno scritto pagine di un qualcosa che a me piaceva ma che ammetto di non essere riuscito a catalogare per diverso tempo.

Ma arriviamo al dunque, dopo queste righe criptiche. Stiamo parlando dei Simple Minds e del leggendario In the city of lights l’album che catturò la performance dei pischelli scozzesi al teatro Le Zenith di Parigi nell’estate dell’ottantasei.
Ho davanti agli occhi lo splendido doppio con la copertina nera e l’album delle foto dei componenti così giovani ma già cazzuti.
Poi lo scatto che credo abbia fatto innamorare tutti e che mi permette di svelare una piccola curiosità che molti di voi conoscono.
L’istantanea all’interno del disco fu scattata durante una serata in una raccolta piazzetta di Locarno esattamente un anno dopo, e non nella capitale francese e rappresenta magistralmente, lo stile percussivo romantico del gruppo.
Le montagne illuminate, il borgo raccolto che si stringe attorno al palco quasi ad abbracciare lo spettacolo.
I fortunati alle finestre e le teste dei paganti in attesa che entrino loro. Il tutto a scoprire un aspetto coinvolgente, quasi affettuoso.

Abbiamo amato i Pistols, i Ramones e i Clash, però ahimè, in quei gruppi non c’è mai stato un virtuoso capace di imprimere il suo cuore nei brani.
Un chitarrista cazzuto che lasciasse il segno con quattro note messe alla grande, cosa che invece riesce particolarmente bene ai nostri eroi.
Ma partiamo dal primo brano, quel Ghostdancing che apre l’album con il riff di chitarra che arriva da lontano, miscelato alle urla del pubblico con una crescita di volume fino all’entrata della batteria.

Prima di scrivere questo pezzo ho dovuto risentirli diverse volte per tentare di connotare lo style musicale e vi assicuro che non è stato facile.
Vengono etichettati come gruppo new wave il che li inserirebbe in quel periodo storico musicale postpunk meno violento e ribelle.
Il punk prese dal rock e trasformò tutto distorcendo, violentando, annichilendo melodie, accordi architetture dei brani che si riducevano a scarne rappresentazioni.
La nuova onda invece, approcciava moderatamente, rubando dalle tematiche mood, dalla disco e dall’elettronica.
La musica di Kerr e soci è diversa da tutti. Diversa e capace di architettare strutture musicali di alto pregio, che si potrebbero avvicinare al blasonato progressive, ma anche a quel modo di suonare strumentale del jazz e delle jam band americane.
Burkill inventa riff degni di nota che non fanno parte dell’era punk, tantomeno del post.

Cities, buildings falling down
Satellites come crashing down…

Poi la voce di Kerr e via per una cavalcata ad alta velocità.
Fateci caso, riascoltate con attenzione tutti i pezzi.
Come ho già detto, il gruppo predilige una struttura musicale legata a un modus operandi delle band di altro pregio artistico.
Prima di entrare nel brano, prima che la voce del cantante si faccia sentire, si costruisce un preludio di sola musica.
I grandi che padroneggiano gli strumenti si permettono qualcosa di simile, tanto che azzarderei nel paragonarli ad un’antica jam band statunitense. Poi si frena e anche questa è una loro caratteristica peculiare.
La voce viene data alla cassa che batte i quarti, mentre ehilà scoppia un assolo di basso che gira attorno alla modale.
Si riparte alla grande per cadere nuovamente sulla chitarra, che da sola si reinventa un nuovo riff, quindi ancora la cassa e la voce che incede correndo forsennata. Porca miseria se sono bravi…

Spero di non creare problemi a nessuno, se mi permetto di scrivere solo dei brani che mi sono entrati nel cuore.
Saltiamo così a piè pari su Waterfront. Cento ventuno battute e parte quel giro di basso sugli ottavi, semplice ma incredibile, anche perché suonato solo sulla nota di Re. Sotto, la maledetta chitarra di Burkill quindi un due tre quattro… anche in questo caso e forse più degli altri un preludio lunghissimo di quasi due minuti solo strumentale, come a voler ricordare che loro, loro suonano, mica scherzano.
La voce di Kerr e sotto i tom di Mel Gaynor in un tempo quasi di marcia.
La facevo sentire spesso a una ragazza con cui condivisi alcuni mesi di sentimenti profondi.
Alessia mi sovrastava per altezza e per una giunonica presenza dal sapore irlandese. Fisica in tutto e pazza quel tanto da farmi divertire un mondo. Poi come tutte le cose belle, finì e non ci vedemmo più. La rincontrai a una festa molti anni dopo, quindi più nulla.
Dopo qualche tempo, scoprii che un male incurabile se l’era portata via e il mio cuore rimase lì, basito e incapace di capire il perché di tanta crudeltà. Quindi mi passerete il fatto che questo articolo lo dedico interamente a lei.

Altro salto e arriviamo alla Pop Dance percussiva di Oh Jungleland.
Rullata di Gaynor con sottofondo di jingle delle tastiere che ci riporta indietro negli anni all’elettro british pop e che un pochino stona, poi però il brano assume uno style più rock con un tempo andante che si presta come al solito a intermezzi gestiti dalla ritmica, per ripartire copioso e compatto. Infine, la perla.
La musica si dissolve e le mani di Mick MacNeil addomesticano il pianoforte in un’improvvisazione a metà strada tra solo e accompagnamento con style di ballad, lavorando su tonica e modale regalandoci un andamento, intimo, romantico, sensuale, infine la voce di Kerr che ci traghetta alla ballad Alive and Kicking.
La hit parte con la cassa che stabilisce ancora una volta i quarti sorretta dal tappeto di suono delle tastiere in un preludio inesistente e la voce che arriva lucida, presente e non in anticipo.
Forse il brano più da classifica di tutta la produzione dei ragazzi scozzesi. Suonato in Sol maggiore con una progressione di accordi più complessa del solito tanto da prevedere un Do quinta, si apre con una particolarità jazzistica che ci fa riflettere sull’accortezza dei progetti dei Simple Minds, ovvero la terzina corta che poggia il finale sulla tonica, anticipando la partenza del brano.

E siamo alla svolta. A questo punto avremmo tirato giù dal giradischi il primo long playing e messo su il secondo.
Pulita la facciata e calibrati in posizione, braccio testina e puntina.
Alzato il volume di almeno quattro tacche. A mio avviso per l’incedere percussivo e la spolverata stilistica che potrebbe farci ricordare un rock ritmico di matrice psichedelica, frutto della chitarra che in appoggio, scrive pattern in controcanto con un effetto eco fichissimo, Don’t you forget about me, è tra i due migliori pezzi di tutta la produzione del gruppo, se non il migliore ed ‘è condito da una storia particolarissima.
I ragazzi lo registrarono di malavoglia dopo averlo rifiutato senza immaginare che avrebbe stazionato al primo posto della Mainstream Rock Songs per ben tre settimane, ma andiamo a parlarne.

Si apre con la folla e l’incredibile riff di Burkill che potrebbe farci pensare anche a qualcosa delle band di Lou Reed, poi come al solito la batteria, infine la voce a costruire l’intermezzo che ci traghetta al ritmo centrale. Ritmo teso ma non troppo, e sotto sempre quegli inserti di chitarra.
È ora di iniziare a ballare, e che il cuore vi sorregga fino al loop di scat, dove con semplicità mister Kerr usa a suo consumo un articolo determinativo per costruire un marchio indelebile nella storia mondiale della musica contemporanea.

Quel laaaa… la la la laaaa… la la la laaaa… varrebbe quasi l’acquisto del disco.
Altro salto e siamo a Sanctify Yourself, brano dallo style percussivo allineato alla produzione Simple. Lungo prologo strumentale che anticipa una lunghezza di tutto rispetto, ben sette minuti.
Si parte con un tappeto di tastiere a costruire l’arrivo del progetto.
Mi piacciono molto queste loro architetture sonore.
Partenza moderata per poi lasciarsi andare al fragore della composizione, sorretta da una ritmica sempre molto presente e che al sottoscritto piace molto.
È il giro di basso che apre le danze, bissato subito dal solito Burkill, poi via per un nuovo scat di Kerr e si arriva al punto più interessante di tutto il disco.

La suite composta dai tre brani, Love song, Sun city, Dance to the music è fantastica e racchiude il loro mondo.
Annuncia il decollo un giro di rullante e tom e via per un ritmo forsennato dove tutti i musicisti danno il loro contributo suonando in un’enclave totale. Suono potente e pieno sostenuto da voce e soli chitarristici, in una sinusoide di salite e discese, poi Kerr che sembra improvvisare quasi anticipando il tempo.
La cassa in primo piano e si ripete lo scat loop la la la la la… ma con differenti pause.
Il ritmo continua mentre la voce della corista entra in primo piano e duetta forte con Jim.

Siamo a sei minuti e il ritmo non accenna a diminuire, poi si scende e le tastiere annunciano l’ultimo brano mentre riempio per la seconda volta il calice e il tabacco e la vaniglia mi serrano piacevolmente le narici.
Sono uno controcorrente quindi niente bianchi, ma l’ennesimo rosso di spessore maturato e affinato nelle langhe e frutto di un nebbiolo cento per cento, che non è detto debba essere bevuto d’inverno sotto la neve.
È ovvio che l’abbinamento giusto non è con la caprese, però d’este in montagna con il capriolo ci sta tutto.
Forse è un poco azzardato a Roma a metà luglio, ma chissenefrega.
Sto parlando di un Barbaresco Castello di Neive che appena aperto ti regala un profumo di frutti rossi, in testa ciliegia e lampone.
Non ha un prezzo abbordabile, però, con i suoi quattordici gradi e mezzo, può essere già apprezzato in minime quantità.

Vi abbraccio e vi ricordo che vince sempre la vita e la positività verso tutti.

Alessandro da Soller

alexdasoller@gmail.com

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