La vertigine della Libertà

Sartre diceva che noi siamo condannati ad essere liberi. Il paradosso di una dimensione che ci vede soli e senza scuse, che ci lascia nell’impossibilità di liberarci della libertà. 

Abbiamo sempre la possibilità di scegliere e la possibilità di non scegliere. Così tante possibilità da rischiare di sentire la vertigine della libertà, che trascina con sé la responsabilità della scelta e l’eventualità dell’errore che ci fa fare esperienza dell’angoscia 

Sri Aurobindo, filosofo indiano, scrisse circa un secolo fa: “Il mondo intero aspira alla libertà, eppure ogni creatura è innamorata delle proprie catene. Questo è il primo paradosso e l’inestricabile nodo della nostra natura.” Ma cosa è davvero la libertà? Una condanna all’angoscia o una conquista? La verità è che ognuno di noi darà una risposta diversa.

(Immagine dal Web)

 Sicuramente la libertà ci parla di coraggio e dignità, di società, di politica e di psicologia, ma parla anche molto di solitudine e di sacrificio. Qualcuno la considera un’utopia, qualcun altro la descrive come l’unica forma di legge possibile, ovvero l’assenza di legge, certo una forma un po’ infantile, se non addirittura perversa, che sfida la dimensione della comunità e sfida la necessità di unire la libertà personale con l’esperienza collettiva della stessa. È nell’integrazione di tutte le libertà individuali che ritroviamo il vero significato della politica. La massa sociale è un grande corpo anonimo che fagocita il soggetto, mentre la politica si accolla l’onere di conciliare la protezione di ogni singolo cittadino senza privarlo della sua individualità. Questo, però, richiede che ciascuno si assuma la piena responsabilità della propria libertà, che non si limiti a non danneggiare quella altrui, ma che si prenda carico di crearla, conquistarla e mantenerla. “Non c’è libertà, ma solo liberazione” sosteneva Hegel, ovvero saremo liberi soltanto insieme agli altri e per gli altri. Chissà che cosa avrebbe pensato Hegel della nostra attuale situazione sociale? E della tormentata questione del green pass obbligatorio. “Obbligatorio”, ha un suono così antidemocratico ed antiliberale. Eppure non pochi cittadini hanno scelto di superare le perplessità o le paure, prima ancora dell’obbligatorietà, mossi da uno spirito civico, nell’ottica di tutelare i più deboli e di non rallentare questo difficile processo di ripresa. 

Si sa, la libertà viene definita e quantificata meglio nella sua negazione, che nella sua manifestazione. I suoi confini sono molteplici (la possibile accezione negativa sta nell’interpretazione) scelti più o meno arbitrariamente dall’individuo: le convenzioni sociali, la falsificazione della verità, la mancanza di scolarizzazione o la scolarizzazione stessa, il pensiero comune, il lavoro, i bisogni, l’inclinazione all’alcol e alle sostanze, la preoccupazione per come viene percepita la nostra immagine sociale. Ma, raggiungere o superare questi confini, è in fin dei conti una scelta. Abbiamo la fortuna di vivere in quella parte di Mondo e in un’epoca in cui la schiavitù non è più imposta da una dominazione sociale. La privazione della libertà, nel nostro caso, non è un totalitarismo, ma può essere una diretta conseguenza dell’ignoranza, di un forte bisogno di accettazione e omologazione, di una necessità di sicurezza o appartenenza, ma soprattutto della paura, nelle sue infinite sfumature. Chi è libero è socialmente esposto al giudizio poiché rischia di minacciare la percezione dell’identità altrui. La libertà è a disposizione di tutti, ma non alla portata di tutti perché richiede impegno, sacrificio e concentrazione. Un viaggio dentro di sé in completa onestà, in cui si valuta anche cosa sacrificare. 

È un argomento piuttosto dibattuto in questo momento storico, in cui siamo spettatori inermi di una grave crisi umana e sociale, e contemporaneamente di una grande forza che cerca di ribellarsi e riconquistare, seppur a caro prezzo il proprio diritto di esistere, di essere riconosciuta, di fare sentire la propria voce. Sembra uno di quei racconti di storia che narravano i nostri nonni nel tardo pomeriggio, seduti in poltrona, racconti che parlano di persone coraggiose che rischiano la vita affinché questa possa essere degna di essere chiamata così. E invece no, sono nuove tristi pagine di storia, che si stanno scrivendo proprio ora.  La storia dell’Afghanistan, il fallimento umano, dell’occidente e della democrazia. Una nuova lezione da imparare. La democrazia non si esporta e non si impone, finché non c’è un soggetto politico pronto a credere in questa azione. Ma ora i soggetti ci sono e stanno gridando i loro diritti, perfino quelli più fragili e meno ascoltati, come le donne e i bambini. 

Forse vale la pena soffermarsi a riflettere un attimo in più su questo: la consapevolezza che parlare di libertà ed essere realmente liberi sono due cose molto diverse, la consapevolezza che ci indigniamo per le cose sbagliate, e diamo un mucchio di giudizi non richiesti e assolutamente non necessari e, nel contempo, non abbiamo la forza di reagire ai veri abusi. Dobbiamo imparare a valutare le cose da una prospettiva più ampia e impegnarci a rispettare la libertà di tutti, anche la nostra. 

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