La vita e il gioco. Sulla filosofia come forma

Secondo l’opinione di chi scrive la seguente riflessione – o meglio, è scritto da essa, limitandosi a riportarla per intero, come un compito del tutto irresponsabile – la filosofia nasce dalla simulazione di una malattia. Si tratta di corpi perfettamente sani che fanno finta di essere malati, che agiscono come se lo fossero realmente, per mezzo di una peculiare operazione linguistico-argomentativa. Essa risiede nel tentativo ogni volta unico (per quanto affine ad altri) di recuperare delle situazioni al limite, caratterizzate da un incastro perfetto, da un nodo così contorto da confondere e da rendere quasi indistinto il punto di partenza e il punto di arrivo, ossia la fine del particolare problema in analisi. Il più delle volte quello che dovrebbe essere l’inizio, l’origine della questione affrontata, non è mai unico, bensì plurimo, costituito dal raccordarsi di vari nodi distinti tra loro. Tentando di rappresentare quest’idea tramite un’immagine stilizzata:  

Come si può notare, ogni volta si hanno almeno due, o tre (se non più) inizi materiali del tema che si va ad affrontare, i quali uniformandosi, o con-formandosi sotto un unico punto di partenza, segnano l’avvio dell’intera questione, incarnata nella posta in gioco del discorso, che va sbrogliato nella sua complessità costitutiva. In altre parole, l’avvio, o l’incipit rappresenta anche il fine del tema trattato. Vi è un’identità formale tra i due punti, per quanto di diversa grandezza (come si evince chiaramente dall’immagine). Riguardo al punto di arrivo, ossia alla fine della questione affrontata, si tende a riconoscerne soprattutto uno, come se si avesse a che fare con un fiume di cui si cerca la foce. A questo proposito, la geografia ci insegna come in realtà ogni foce possa essere in due modi: o ad estuario, unica, o a delta, pluristratificata, divisa in vari sottosistemi compresenti tra loro, seppur diversi per grado di importanza. Riprendendo l’immagine, soffermiamoci sull’estremità finale della corda. Guardandola più da vicino, possiamo notare come la sua estremità finale non sia perfettamente omogenea: essa nasconde al suo interno una serie di minuscole sfaccettature, più o meno facili da individuare a una prima occhiata: 

Di fronte a ciò, di solito si tende ad eliminare, o quanto meno a ridurre tali derivazioni secondarie, più o meno estese, tali sfaccettature della corda, poiché contrarie ad una certa abitudine estetica innata tendente all’ordine, espressa nella forma di una reductio ad unum

A questo punto, tentando di riepilogare il ragionamento seguito finora, emerge un primo interrogativo: come sia possibile che, nella struttura di una corda siffatta (come quella che si è appena finito di illustrare), vi sia da una parte un’estremità finale unica, per quanto sfaccettata – se vista da vicino – mentre dall’altra si abbia a che fare con un’origine molteplice, anch’essa poi ridotta ad un’unica struttura in tensione, ossia ad un’unica corda. Che fine hanno fatto le altre due, tre, o anche più corde iniziali raggruppate tra loro? Sono sparite nel nulla, o si sono semplicemente fuse del tutto, fino a formare un cavo, o meglio una struttura unica ed unitaria? Dirigendo la vista ad un livello superficiale, si può notare come le varie questioni, cioè i vari spunti di partenza siano ancora riconoscibili, ciascuno nella sua specificità, in quanto convergenti verso una medesima direzione, data dall’intreccio tra le corde stesse, fino al formarsi di una fune sola, una e molteplice, una in quanto molteplice. Naturalmente, la struttura che ne deriva va ad assumere la forma di una treccia: ciò che si ottiene è l’unione delle tre corde a favore di una sola, data dalla somma delle singole e tuttavia irriducibile alla loro mera addizione. Di conseguenza, è facile intuire come lo sbocco finale, l’altro capo della corda sia anch’esso da ripensare: dato il molteplice punto di partenza, per simmetria anche quello di arrivo sarà costituito dall’unione dei vari segmenti distinti tra loro. A tale scopo, ricorriamo per l’ultima volta all’immagine della corda, mostrata nella sua intera chiarezza: 

Per nostra fortuna (anche del lettore, s’intende) ritroviamo una coerenza con il modello precedente, ossia con l’immagine del punto di arrivo come unico, caratterizzato da tante piccole linee di fuga, tanti piccoli difetti congeniti che si dipanano da esso. È evidente come dall’unica corda visibile (che abbiamo scoperto essere invece la risultante delle tre corde intrecciate tra loro) riemergano poi i tre segmenti discreti che la costituiscono. Di conseguenza, è difficile distinguere il punto di partenza della questione dal suo punto di arrivo, o piuttosto di risoluzione apparente, come vedremo tra breve. Qui l’inizio coincide con la fine, e viceversa. Tale coincidenza è del tutto casuale? In breve: la tematica trattata è anch’essa risolta in vari modi, tanti quante sono le funi che la costituiscono, oppure semplicemente essa rimane irrisolta? Se non addirittura in-risolta, cioè risolta nel suo non esserlo affatto. Va ammesso come sia difficile fornire una risposta ultima ad un simile interrogativo.  

Inoltre, com’è noto, la posta in gioco di una specifica questione, o di un determinato discorso, per quanto infine conquistata, rimane il più delle volte intraducibile sul piano pratico, sul terreno dell’esperienza concreta. Da ciò deriva l’esigenza di ripensare in modo radicale la nozione stessa di filosofia. Non si tratta più di una semplice attività senza scopo, quanto di un autentico gioco, teso a mostrare l’apparente risoluzione di una serie di questioni cogenti per il presente. Lungi dal riferirci ad un’accezione negativa di apparente, con esso si intende designare la manifestazione sensibile dello stesso procedimento argomentativo impiegato nell’analisi. In senso esteso, abbiamo a che fare con un gesto, da intendere come una riformulazione, un’esibizione, o anche a volte un’autentica ostensione delle tematiche affrontate.  

Una domanda sorge spontanea: a che pro tutto ciò, tutto questo sforzarsi apparentemente vano? Quale vantaggio si può ricavare dal prender parte a un gioco del genere, con le sue regole, con un inizio ed una fine più o meno definiti – come abbiamo visto – ma senza alcuno scopo? Non si tratta infatti dell’agire in vista dell’ottenimento di un risultato materiale (come un trofeo). Chi vince in questo gioco? Di sicuro c’è chi perde, che si può perdere. Perché farlo allora, perché continuare a giocare? A chi spetta la risposta a tale domanda? Sicuramente non al nostro eventuale lettore, dallo sguardo perplesso. Solo chi scrive – o meglio è scritto in gran parte da altro – può pronunciarsi a riguardo, richiamando a sé il suo farneticare confuso, per fare chiarezza.     

A nostro avviso, la filosofia costituisce il gioco del vivere: essa incarna il gioco oscuro alla base dell’attività comunemente nota come vivere – inteso sotto due aspetti principali, dal trovare un modo più creativo di altri per trascorrere il proprio tempo, fino, più auspicabilmente, allo studio, o all’impegnarsi in un lavoro che conduca all’autonomia economica, intesa come fondamento materiale della propria esistenza. In quest’ultimo senso, il collante tra le varie fasi dell’impegno quotidiano (rappresentato dal lavoro) è costituito dall’insieme delle questioni competenti alla sfera affettivo-relazionale, o interpersonale, fino ad arrivare al sociale, oggetto ancora oggi di difficile definizione, solitamente ottenuta per sottrazione rispetto agli altri ambiti della vita.   

In altre parole, possiamo intendere il vivere come un processo esteso per tutta la durata della vita stessa, che interessa quest’ultima nella sua specificazione singolare ed incarnata, limitando per ora il discorso alla specie umana.  Nello specifico, l’attività del mantenersi in vita è espressa con efficacia tramite la modalità dell’abitudine: tutto passa attraverso l’abitudine; qualsiasi emozione, pensiero, giudizio, postura più o meno forzata che siamo chiamati ad assumere o che assumiamo nostro malgrado

A tale proposito, in un periodo come questo, si registra un fenomeno peculiare: la ripetizione controllata dello sforzo di mantenere stabilmente bassa la soglia di accettabilità delle proprie condizioni di vita, individuali e collettive. In generale, si vive un tempo esteso, massimamente dilatato, un vero e proprio tempo dell’attesa, o dell’assenza (temporanea, si spera). Ogni giornata trascorre identica alle altre, sembra quasi che si tras-fermi, indugiando in corrispondenza dei cali fisiologici del corpo, per poi riprendere la sua corsa un attimo prima di divenire insopportabile. Per contrasto, notti buie e innominabili vengono a far visita, sempre più spesso: nessuno sa come non farle entrare, e loro restano lì, escono ed entrano, in continuazione, per tutto il tempo che vogliono. Un altro giro a vuoto, un altro pensiero perso, un altro dubbio in più, l’ennesimo.  

Immagini sfocate prendono il posto della realtà, suggestioni compiacenti di una mente troppo satura per potersi ribellare. Il tempo scorre nel suo procedere felpato, un suono ovattato di pantofole perse per casa, in mezzo alla gente, che sembra immersa nelle proprie disoccupazioni, accompagnata tutta dallo stesso pensiero, unico: “libertà”. Da chi o da cosa non si capisce bene, forse si tratta piuttosto di essere liberi-con (anche solo con sé stessi), o meglio, liberi-in, liberi nel poter fare qualcosa, e contemporaneamente il suo opposto. È forse questa l’autentica forma di libertà cui si aspira oggi, in questo preciso momento storico. Estremizzare questa possibilità, nella sua ambivalenza costitutiva, è ciò che destituisce di senso ogni cosa, la rende potenzialmente in-attiva, preparandola ad una possibile disattivazione, a un’attivazione del dis-senso, insito e latente in essa. È ciò che riapre alla vita, allo stare insieme, al con-tatto.  

Allo stesso modo (e oggi ciò diviene significativo) il vivere è un gioco che va portato all’estremo per renderlo credibile, in primis ai propri occhi; si tratta di una serie di meccanismi riconoscibili con un sufficiente sforzo di riflessione, che animano quotidianamente i nostri corpi; si tratta cioè della manifestazione di una serie di comportamenti ai quali aggiungiamo un grado variabile di intensità, segno di un’intenzione, autentica in-tensione variabile che tende a manifestarsi sul nostro volto nell’essere assorti nello svolgimento di un determinato compito –  più o meno gradito – lasciando dietro di sé una serie di espressioni istantanee, in rapida successione, possibili oggetti d’interpretazione del comportamento proprio ed altrui.  

Un grande gioco è il mondo, oggi che appare più serio che mai; stormi di corpi si coprono a vicenda, disposti per mucchi ordinati: contarli è impossibile, così come prevederne le singole azioni, autentiche interazioni singolari, peraltro sempre le stesse, preordinate secondo una catena il cui primo anello è apparentemente ignoto: si recita a braccio, nella misura in cui il copione è stato assimilato dal singolo. Un ronzio di sottofondo, il vociare di un motore sempre acceso ci ricorda che siamo in onda, oggi, e sempre: l’intervallo, la pausa non è altro che il silenzio sbigottito di chi si è fermato un attimo, o almeno crede, e osserva il vuoto sotto i suoi piedi – sopra il quale cammina ogni giorno – ma senza sporgersi troppo: cerca subito un nuovo impegno, un nuovo sfondo per le proprie azioni. Se lo immagina, se non è immediatamente disponibile alle sue mani, compie dei gesti (“progetta” egli dice, “pianifica”) totalmente separati dal loro contesto di collocazione.

A volte può sbagliare, tanto più è ampio l’investimento cognitivo eseguito nel suo programma, totalmente scisso dalla pratica; l’aspetto emozionale dei suoi piani è oggetto di grande considerazione, e perciò tenuto ben stretto a sé, salvo poi riemergere a volte con forza, quasi a ricordare l’autentica posta in gioco di una vita del genere, completamente auto-normata. In essa, la vittoria non è mai totale, così come la sconfitta: entrambe sono temporanee, eternamente protese verso una loro riproduzione, un loro riaffacciarsi sulla scena del mondo della vita. Ciò che conta è l’equilibrio del desiderio, con tutto ciò che ne consegue per la salute mentale del singolo, oggi più che mai messa alla prova dal sistema che domina le nostre vite. Rispetto a ciò, possiamo evidenziare un aspetto delle attuali società tecnologicamente avanzate, che va sotto il nome di “capitalismo cognitivo”[1]. Si tratta letteralmente di mettere a valore le proprie capacità cognitive e relazionali, con l’effetto collaterale (o forse desiderato) di esporre la propria componente emozionale agli occhi, e al giudizio altrui – e viceversa – in qualsiasi attività si possa svolgere, soprattutto se a tempo perso. Il rischio è quello di farsi controllori della “lucidità” degli altri, ed in primis della propria.  

In questo modo, si abbassano le proprie difese, a volte quasi del tutto, e ci si lascia “bruciare” dal Reale, sperimentando l’impossibilità di mettere a tacere la propria voce, nel tentativo di confonderla con quella altrui, o di adeguarla all’insignificanza dei soliti ritornelli. Aldilà delle buone intenzioni, meglio non prendersi troppo sul serio, tenendo per dispetto un ritmo cieco nel suo incedere, lento ma letale, ricco ma sterile. Davanti al brusio del mondo circostante – comunicato via etere – l’unica soluzione è il ritiro, la povertà dei gesti, un silenzio fertile di idee da tenere per mano, con la giusta forza, con un certo tatto; sapersi trattenere, tenere-nel-tratto, senza portarlo fino in fondo, non ancora.

A tale proposito, esistere, inteso nella sua etimologia di ex-sistere, staccarsi da, richiede uno sforzo continuo e quotidiano, nel superare una serie di difficoltà che ci tengono legati ad uno stato di passività compiaciuta, potenzialmente senza fondo. Talvolta si compie una fatica immane, ma che non tarda mai a mostrare i propri frutti. Si tratta infatti di una postura da sostenere in ogni momento della nostra vita, nella consapevolezza che il caos emotivo, nascosto da una salda maschera, che spesso viene a tormentarci, possa essere attraversato solo a testa alta, e alla fine, superato, ogni volta: non esistono percorsi totalmente lisci, ogni passo rischia di farci cadere su un ostacolo più o meno grande. Non dobbiamo scalciare via tutti i sassi che troviamo, quanto passarci sopra, aggirarli, e solo se necessario rimuoverli. L’esistenza è gravosa, e spesso immersa nel silenzio: sta a noi darle un suono, farla parlare. E quando ciò non è possibile, semplicemente confondersi con essa, in quello spazio indistinto e indefinibile che è la vita stessa.

Considerate la vita un’eccezione, non la regola.


[1] http://effimera.org/redditogorzvercellone/   

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