Un aperitivo con Manuel Bianchi

Siamo in un piccolo bar a Vercelli, abbiamo appena ordinato due gin tonic. Io tiro fuori la mia agendina, mentre Manu scruta le bottiglie di Gin messe in mostra, provenienti da tutto il mondo. Il Gin ha una paternità contesa tra Salerno e i Paesi Bassi. L’unica certezza è che nasce come bevanda curativa a base di ginepro, e, ora come ora, parla davvero molte lingue.

Sorridiamo perché sono arrivati i nostri gin tonic, con una meravigliosa colorazione lilla, dovuta agli estratti botanici del Butterfly gin, proveniente dalla Tasmania.

E allora “Kanpai”! Manu mi spiega che è il “cin cin” giapponese, e che letteralmente significa “bicchiere asciutto”. Mi spiega anche che in Giappone è scortese bere tutto d’un fiato oppure servirsi da soli, di solito è la persona più giovane a servire da bere in una tavolata. L’etichetta, inoltre, vuole che, soprattutto per il sake, il bicchiere venga tenuto con una mano, mentre l’altra appoggia le dita sotto la base del proprio bicchiere. E sappiamo quanto i giapponesi amino le buone maniere.

Manuel Bianchi è qui con me proprio per raccontarmi questo affascinante mondo, e la sua esperienza nel Paese del Sol Levante.

(Immagine fornita dall’Ospite)

Manu, si sta parlando di opportunità. Quando hai realizzato che il Giappone potesse essere una buona opportunità per te?

Quando sono andato per la prima volta in vacanza in Giappone, avevo 20 anni e ho pensato “prima o poi ci verrò a vivere”, poi torni alla tua quotidianità, il tempo passa, e pur continuando a  provare questo forte desiderio, pensi alle difficoltà del caso e a quanto sia lontana questa possibilità. Mi ricordo che in quel periodo, a lavoro, era arrivato un nuovo direttore, con cui faticavo ad andare d’accordo. Il clima era peggiorato, e avevo una gran voglia di scappare. Caso vuole che l’associazione GOGONIHON, che offre supporto per ottenere il visto studentesco in Giappone, che stavo seguendo già da un po’ di tempo, avesse organizzato un open day a Milano. Lì ho visto la mia occasione materializzarsi.  La cosa che più mi spaventava era ottenere il visto, ma si sono occupati di tutto loro, facendomi poi scegliere anche la scuola e il dormitorio. Così, in 10 giorni mi sono imbarcato su un aereo con destinazione Tokyo.”

(Immagine fornita dall’Ospite)

È stato velocissimo, ma hai realizzato davvero quello che stava succedendo? Come hanno reagito i tuoi genitori? Se non sbaglio avevi circa 24 anni quando sei partito.

Ho capito cosa stava succedendo solo negli ultimi giorni, appena prima della partenza. Prima avevo troppe cose da fare: lasciare il lavoro, informare la famiglia e gli amici, preparare le valigie. I miei hanno reagito a questa cosa come se gli avessero comunicato la mia morte. Come una sorta di tradimento.  Mi ricordo che per diversi giorni camminavo per casa come se fossi un fantasma, nessuno mi vedeva, né mi rivolgeva la parola. Da figlio unico, mi sono sentito in colpa, ma non ho mai dubitato della mia decisione. E alla fine lo hanno dovuto accettare.

Tu non conoscevi ancora la lingua, com’è stato atterrare a Tokyo, da solo, dall’altra parte del mondo?

Mi sono sentito il protagonista di un film, appena sceso dall’aereo ho avuto indicazioni per cercare la cabina telefonica e un numero da comporre. Tutta questa mia avventura dipendeva da una cabina telefonica.

Ride

Mi immaginavo già di non trovarla e di dover acquistare subito il biglietto per il volo di ritorno.

Ma è andata bene?

Si, sì, l’ho trovata, ho fatto il numero, dicendo di aver avuto il numero da “tizio” e così mi hanno spiegato dove andare a prendere i mezzi per recarmi al dormitorio della scuola.

(Immagine fornita dall’Ospite)

Come comunicavi all’inizio e come hai fatto a imparare la lingua? Avevi insegnanti italiani?

All’inizio comunicavo in inglese, e no, non avevo insegnanti italiani, la scuola era tutta pensata in giapponese. Ho acquistato dei libri con le traduzioni in inglese, che sono stati un prezioso aiuto, e poi piano piano ho imparato.

Che aspettative avevi? Quanto pensavi di fermarti in Giappone?

Il visto poteva essere di 6 mesi, 1 anno o 2 anni. Feci subito il più lungo. Mi obbligai ad affrontare questa sfida fino in fondo. Volevo che fosse un’esperienza importante, significativa, non una semplice vacanza studio. Mi costrinsi a pensare a lungo termine, il che implicava trovarsi un lavoro e farsi delle amicizie. Così feci. Dopo neanche due mesi iniziai a lavorare in un ristorante italiano, in cui ho lavorato fino alla fine, mi iscrissi ad un’agenzia di moda, con cui feci diversi shooting fotografici, pubblicità e una mini serie televisiva.  E insegnai Italiano. Tutto questo per pagarmi un appartamento di 12 mq.

Come era la tua giornata tipo?

Nel periodo scolastico (il primo anno e mezzo) era piuttosto ripetitiva: mi svegliavo, preparavo la lezione, andavo a scuola dalle 12 alle 16, finivo e prendevo il treno per andare in centro a lavoro, lavoravo dalle 18 alle 24, tornavo indietro con il treno e andavo in biblioteca (aperta H24) a studiare. Verso le 3 di notte tornavo a casa, dormivo e alle 8 si ripartiva, 8.30 quando ero molto stanco. Nei weekend andavo alle fiere, per conto del mio titolare, oppure tenevo le mie lezioni di italiano.

Lasciatelo dire, sei incredibile, ma credo che esperienze come la tua, più che di coraggio e volontà, ci parlino di motivazione e passione. Cosa ne pensi?

Non potrei essere più d’accordo. Non mi sono mai sentito coraggioso nel fare questa cosa. Non stavo andando in guerra o in un luogo pericoloso, lì ci vuole coraggio. Tutti dovrebbero fare un’esperienza del genere per il semplice motivo che scopri di avere delle risorse e una forza che non avresti mai scoperto restando qui. La voglia di dire a te stesso che hai fatto bene a mollare tutto e partire ti porta a fare di tutto per riuscirci.

Quanto è lontana dalla realtà l’immagine che noi italiani abbiamo del Giappone?

Diciamo che gli Anime giapponesi sono uno specchio molto fedele della loro società e delle loro abitudini (il fatto che siano stacanovisti, che siano chiusi e molto educati corrisponde alla realtà). Ci sono però alcune cose che non conosciamo e che dobbiamo avere l’umiltà di scoprire poco alla volta e senza giudicare.

(Immagine fornita dall’Ospite)

Il nostro gin tonic è quasi terminato, ma toglimi una curiosità, so che loro non hanno la concezione dell’aperitivo, ma so anche che hanno un legame piuttosto stretto con le bevande alcoliche, che fanno parte delle loro tradizioni, esiste un’esperienza simile?

Non proprio, la cosa che più si avvicina è l’Happy Hour, che possono fare dalle 17 alle 19, o alle 20, dove trovi tutti gli alcolici a metà prezzo. Hanno molte tradizioni legate all’alcool, che può significare anche rispetto e condivisione. Per esempio se qualcuno incrocia lo sguardo con te e ti invita a brindare è maleducazione rifiutare. Il sake per loro può rappresentare un’occasione speciale in cui la famiglia è riuscita a riunirsi. Diciamo che ne fanno un discreto uso.

Che rapporto hanno i giovani con il sesso e la figura femminile come è vista? In occidente, a partire dagli stessi social, che sono ormai la cornice della nostra società, si può notare un fervente movimento femminista, che rispetto a qualche anno fa ha assunto una connotazione molto più pop. Come lo vivono lì?

Come ben sai, i giapponesi hanno molta meno fisicità rispetto a noi. E il tema “sesso” è i realtà poco scottante. Si dice che gli uomini siano “carnivori” o “erbivori”. E i giovani appartengono sempre di più alla seconda categoria, perché non ricercano più la gratificazione della carne. Tendono a rinchiudersi in un mondo virtuale a tal punto che si sta diffondendo un fenomeno molto preoccupante, chiamato “Hikikomori”, che letteralmente significa “stare in disparte”. Ragazzi giovani, che si sono completamente isolati dalla società, e addirittura dalla famiglia stessa, spinti, si pensa, da fattori personali, ma soprattutto dalla grande pressione dell’autorealizzazione e del successo personale.

(Immagine fornita dall’Ospite)

La figura della donna è ancora molto legata ad una tradizione patriarcale, con la differenza che la presenza dell’uomo non è costante: lavora tantissimo, beve, ed è già contemplato ( e socialmente accettato) che abbia un’amante o frequenti delle prostitute. Non c’è ancora un movimento femminista sviluppato. Anzi sono molto lontani da ciò.

Perché sei tornato? Di cosa ti occupi ora?

Ho deciso di tornare, dopo 5 anni,  perché entrambi i miei genitori di sono ammalati, ed essendo figlio unico non avevo scelta. Per fortuna ho trovato lavoro come tour operator e ho continuato a lavorare con il Giappone, andando avanti e indietro, finché non è arrivato il covid. Il resto già lo sai.  Non mi sono scoraggiato però, e ho continuato a cercare un’opportunità, finché non l’ho trovata: un’azienda di Milano che importa sakè e alcolici giapponesi, che mi ha assunto come commerciale. Mi occupo di cercare nuovi clienti e gestisco quelli storici, organizzo degustazioni, e mi interfaccio con i fornitori e le cantine giapponesi.

Sappiamo che le diverse culture sono una ricchezza preziosa per il singolo individuo e per la comunità in cui vive. Cosa ti sei portato a casa di questa bella esperienza? Qual è il tuo sogno?

Ho imparato a contare su me stesso, e per questo devo ringraziare sia quest’esperienza in sé, che la loro mentalità individualista. Mi sento in una specie di limbo, tra la cultura italiana e quella giapponese, ma da qui mi è più facile avere una prospettiva nuova, affrontare una situazione lavorativa nuova,  capire un pensiero diverso o abbracciare una cultura diversa. Mi sento fortunato per questo.  Più che un sogno, ho un obiettivo, ed è quello di poter continuare a lavorare in questo mondo che amo, che mi attira a sé come una calamita, anche se dovrò viaggiare spesso. E poi ho la missione di far conoscere e capire agli italiani la bellezza del Giappone e del sake.

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