Intervista a Cecilia Luci

Cecilia Luci vive e lavora a Roma. Avvalendosi di diversi media, la sua ricerca mira ad indagare un’intimità conflittuale, raccolta, a tratti dolorosa. Alla base vi è la memoria legata al suo quotidiano, da cui trae linfa quella sorta di universo parallelo che è la sua interiorità. Artista impegnata, negli ultimi anni si è avvicinata sempre più alle questioni femminili affrontando, tra l’altro, il problema della violenza simbolica e fisica di cui ancora troppe donne sono vittime: a tal fine ha avviato una collaborazione con la Casa Internazionale delle Donne e con l’UDI, connettendo le diverse storie e cogliendo il tempo per una reazione forte e condivisa.

Grazie a quella necessità di indagine e di espressione che crea in lei e fuori di lei “verità” da raccontare, Cecilia ha costruito nel suo personale percorso diverse strade, ciascuna delle quali interpretabili come tessere di un mosaico di vita, dal quale estraiamo pillole ed anticipiamo pochi spunti. Dalla tematica della figura umana a quella della ricostruzione di paesaggi interiori attraverso la combinazione di oggetti del quotidiano, il tema della memoria, del destino, del tempo. Cecilia Luci è insomma in costante movimento con forme e contenuti diversi eppure legati dalla ricerca finalizzata alla comprensione di qualsivoglia tipo di vissuto.

Numerose le mostre – personali e collettive – che possiamo annoverare nel suo bagaglio. Tra le personali: “In potenza sono tutto”, a cura di Benedetta Carpi De Resmini, Casa Internazionale delle Donne, Roma (2019); “Made in Water”, a cura di Marco Tonelli e Fabiola Naldi, Museo Macro, Roma (2014); Gravità, a cura di Gianluca Marziani, Palazzo Collicola Arti Visive, Spoleto (2012). Tra le collettive “AlbumArte. Da Casa. Abitare il tempo sospeso”, a cura di Cristina Cobianchi, mostra virtuale (2020); “IT. Spazi di percezione tra intangibile e tangibile”, a cura dello IED, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma(2014). Menzioniamo inoltre “Vietato calpestare i sogni”, recente mostra che si è tenuta dal 24 giugno al 24 luglio 2021 all’AXRT Contemporany Gallery – Avellino. 

L’abbiamo incontrata per i lettori di Condivisione Democratica attraverso una lunga intervista nella quale l’artista si è raccontata, questa volta grazie alle parole, che ci hanno aperto una grandissima porta sulle sue opere e sulla sua formazione artistica. Ed anche la donna Cecilia Luci si è raccontata regalandoci uno spaccato esclusivo ed inedito.  

Cos’è l’arte per Cecilia Luci?
L’arte in senso assoluto, penso si possa definire come scoperta e conseguente manifestazione di un talento espresso in particolari campi, mentre per me più specificamente è, nel quotidiano, lo stimolo ad osservare il mondo attraverso un filtro particolare, di indagine, senza il quale troverei tutto decisamente più grigio e noioso. Qualcuno d’altro canto recitava…la bellezza salverà il mondo. E la bellezza, nonché gli spunti di riflessione generati dall’opera, creano nell’individuo la necessità di evolvere e dunque migliorare il mondo circostante.

Riesci a fissare un momento, a raccontarci esattamente quando l’arte è entrata nella tua vita?
Ero molto piccola, l’humus familiare nel quale sono cresciuta, mi ha invitata ad esaminare, ricercare e meditare l’infinità di espressioni artistiche che i miei genitori e mia nonna materna mi fornivano più o meno volontariamente. Mostre, viaggi, libri, mio nonno pittore per diletto, la loro passione per la bellezza, un discreto patrimonio di conoscenza entrava in casa ruotando quotidianamente attorno alle loro vite. Tutto questo bagaglio raccontava di talenti, studiati, custoditi, dunque casualmente trasmessi. Sono molto riconoscente ai miei o meglio alla vita, per questa immensa possibilità che mi è stata offerta, e questa riconoscenza che trattengo con grazia, è veicolata ogni giorno, attraverso il mio lavoro. Mia madre m’iniziò alla lettura molto presto con Calvino (citato anche in uno dei miei ultimi lavori), passando poi all’architettura (mestiere di entrambi i miei genitori), alla danza, al cinema e mia nonna invece, mi accompagnò in un
pellegrinaggio costante per chiese e monumenti e, a causa del suo studio con mio nonno in via Margutta (studio che fu in realtà la mia 
seconda casa), respirai la potente aria di quegli anni, potendo accedere ad incontri speciali come con Fellini e la Masina e i pittori che abitavano la via, e tutti erano involontari attori di un mio palcoscenico quotidiano e onirico al contempo. Inauguravano una mostra di Matisse a villa Medici e i miei non mancavano nel visitarla, portandomi con loro ogni qualvolta fossero a conoscenza di un evento di rilievo. Ricordo bene Parigi e la mia prima volta in quella sontuosa città, i suoi più importanti musei e la Coupole, nell’età dell’oro (era il ristorante nel quartiere Montparnasse dove tutti i grandi artisti si ritrovavano e le cui pareti erano costellate di disegni dei più grandi pittori di fine 800 primi ‘900), così ogni giorno la loro ricerca, la loro “fame”, diveniva la mia. Credo fossero inconsapevoli di quanto i miei occhi rubassero e del bagaglio che stavano preparando per il mio futuro e le scelte che avrei fatto, e del quale ero allora, ignara io
stessa. La bellezza mi seduce terribilmente, la belle
zza, mista alla caducità della materia, fanno nascere in me la necessità di rappresentare delle costruzioni, attraverso un’opera che racconti anche, l’altrove che tanto mi attrae. Immanenza/trascendenza, vita/morte, la memoria, osservata anche come cadenza o rituale, sono le fondamenta dell’ideologia rappresentata nei miei lavori.

Cosa significa per te costruire percorsi, prodotti e vissuti artistici?
Non so rispondere in modo lineare, ma tenterò di farlo. Il ciclo di gestazione e di produzione, ha un suo percorso che prescinde una scelta razionale, anzi, l’esortazione a compiere la prima azione di costruzione è mossa e delineata dall’inconscio a cui lascio spesso la guida di ogni mio racconto, facendomi trasportare da alcuni dei flash immaginifici che salgono a galla e che trovano forma nella materia attraverso vari profili di un linguaggio ibrido, tra l’onirico il concettuale e il simbolico. Il modus operandi cambia raramente e quando è l’intelletto, a sviluppare e vagliare un progetto, viene, se pur secondariamente, sempre e comunque vagliato dall’istinto, come fosse il cervello che riconosco centrale la pancia, a governare l’insieme. E’ lui che porta a consapevolezza stimoli-sensazioni- paure-curiosità, che guidano la percezione e la necessità di agire in una certa direzione. Non amo ragionare troppo sulla creazione artistica, sarà perché già di mio, ragiono a lungo su ogni cosa, lascio le mani e la pancia libere di compiere e di condurmi dove loro meglio sanno di me, come vivessero di vita propria. La mia volontà è tesa a mantenere un equilibrio tra
l’altrove e il mondo conscio/inconscio
, in una sintesi il più possibile schietta della realtà che osservo in quel preciso spazio temporale, questo, spesso, è anche riconducibile alla stratigrafia della memoria. La memoria dei luoghi con i quali collaboro al lavoro ponendomi in ascolto, la memoria delle persone,  le ricorrenze, una certa ritualistica quotidiana, la fragilità che il tempo porta con sé, e che necessariamente, incide sulla memoria, educandola, forgiandola, queste sono argomentazioni che investono sempre la mia indagine, quanto il nesso tra la verità profonda ed interconnessa tra me, i luoghi e gli altri.

Nella tua tecnica abbiamo osservato l’utilizzo di media differenti, intuizioni e contaminazioni di
varie discipline artistiche o un tuo desiderio di ricerca?
Credo che le due strade non siano disgiunte. Se l’opera e l’artista sono la stessa cosa, o almeno in parte un riflesso, pezzi di me confluiscono nel lavoro e quel lavoro è formato da tutte le contaminazioni ricevute e che ho scelto di includere e trattenere. Dunque, le influenze e le discipline assimilate, assieme al bagaglio delle reminiscenze e al quotidiano, s’intrecciano costituendo quella stratificazione accennata prima, che trova sfogo nel racconto diaristico dell’opera. L’artista è sempre in ricerca-teso/a verso l’intuito o il guizzo che lo porta a creare – e immerso in una costante investigazione di incentivi esterni quanto interiori, tali da provocare la frizione necessaria. Nel mio caso, la mia esplorazione, investe su diversi piani, studi e passioni,
anche apparentemen
te distanti dal campo specifico del contemporaneo, confluendo nel lavoro attraverso diversi media, scelti a seconda della necessità estetica/narrativa. Per lungo tempo la fotografia è stata centrale nel mio percorso. Osservava e raccontava attraverso una narrazione intima/diaristica, le vicende emotive tradotte in simboli, del vissuto personale. In seguito sono approdata alla performance, al video, alle istallazioni e ai lavori materici, infine al ricamo. Dai miei vecchi libri di antroposofia, alla mia curiosità che mi costrinse a seguire per dieci anni le Costellazioni familiari sistemiche di Bert Helliger, ai miei stages con uno degli uomini più affascinanti che abbia incontrato e che tanto mi ha segnata, Alejandro Jodorowsky. Tutto suona e risuona, ancora in me e in ciò che creo.

Conosciamo e apprezziamo il tuo impegno sociale. Cosa provi quando esprimi, attraverso il tuo lavoro con un progetto specifico , il dolore, la rabbia, la violenza che attraversa a volte la vita
dell’essere umano?

Mi colpisce in primo luogo l’ingiustizia, poi la solitudine e ancora gli abbandoni. Spesso queste condizioni si aggregano, creano nell’essere umano geografie interiori di guerra e di confinamento e sono figlie della paura, dell’egoismo e del degrado di queste istituzioni e di una certa società o assenza di essa, per come la concepisco, che scansa gli ultimi, i derelitti, quasi a volerli spazzar via, ai margini, nascondendo lo sporco sotto il tappeto. Forse per questo, privatamente quanto pubblicamente, provo a rielaborare attraverso il lavoro in modo didascalico, queste mie ossessioni, che altrimenti, mi lascerebbero impotente e senza respiro. Ho scelto così negli anni di avvicinarmi ai detenuti/e, ai senzatetto e alle donne che hanno subito violenze domestiche, che a mio avviso, vivono complessivamente in assenza di libertà. Persone segregate in un angolo buio, alle quali (anche a pena spesa), è negata una via salvifica. Questo non ci rende tutti responsabili
negazionisti di ricostruzione e sostegno? Utopia la necessità di 
comprendere, includere, aiutare, sostenere? Credo che l’indifferenza, strada più facile da perseguire, ci renda tutti schiavi di un sistema, che porta a fondo l’intero organismo e trovo anacronistici certi “difetti di produzione di massa” di pensieri e comportamenti attuati in questa società che riteniamo evoluta (anche da queste riflessioni nel 2017 nacque il mio lavoro “La costituzione italiana”). A ogni modo, attraverso la documentazione e la rielaborazione di questi temi, prendo distanza dalla mia angoscia ed egoisticamente mi sento un essere umano leggermente più utile. La massa troppe volte manifesta crudeltà, rifiutando tutto ciò che è di difficile gestione, ma le istituzioni, dovrebbero “servire” e insegnarci anche questo, non a creare solo distanza, margini e colpe.
Per questo, nessuno si dovrebbe abbandonare al degrado che troppo spesso osserviamo. Questo muove in me una grande rabbia e la volontà di provare a portar
e una parola, uno sguardo.
Uno sguardo, che riconosca la dignità imprescindibile del
l’altro, sempre.

Pensi che la tua espressività artistica possa essere fruibile a tutti? O preferisci che il tuo messaggio possa essere colto solo da un’élite ristretta?
Ragionando da anarchica, se pur consapevole della necessità “del gruppo”, mal tollero le cerchie
ristrette che difficilmente si aprono al resto del mondo e prediligo emotivamente e concettualmente gli ampi respiri e il coraggio di chi si arma di buona volont
à nello scardinare i pregiudizi che certi ambienti incarnano. Quando si costruisce un percorso, è comunque difficile porsi certe domande, e non perché ci si senta al di sopra del resto del mondo e non passibili di giudizio ovviamente, ma perché si è immersi nella gestione del fare e tutto il resto, in quel momento, non ha valenza rispetto alla produzione e alla conclusione del lavoro. La fruibilità è, ad ogni modo, necessariamente selettiva, sia per via del linguaggio (l’arte contemporanea è caratterizzata da opere prodotte con tecniche e linguaggi interdipendenti), che per l’estetica stessa del lavoro. Certo il consenso è importante per la veicolazione ed è il metro di quanto, in fondo, sia accessibile
l’opera, anche se non necessariamente comprensibile. Il
 tempo permette l’elaborazione del respiro artistico dell’artista nella sua totalità, dunque più si crea, più ci si radica, più ci si rende almeno in parte accessibili. Ma questo credo che faccia parte del percorso di tutti gli artisti, con il tempo le informazioni si potenziano, il lavoro si amplia, e come per un libro del quale si sta per leggere la fine, lo si può percepire più facilmente. Questo ti rende via via negli anni, più raggiungibile e familiare. Capire l’animo umano è comunque una faccenda delicata, spesse volte diamo per scontato di esser percepiti in modo coretto, crediamo che le intenzioni siano comprese, ma non sempre è così. Comprensione e percezione sono due parole estremamente interessanti e sulle quali lavorare.

Personalmente, mi rifugio spesso nell’arte… passerei ore a scrutare ogni centimetro di un dipinto, ogni sfumatura, che sarà frutto di chissà quale sacrificio in termini di tempo, di ricerca, di impegno… o che magari sarà arrivato spontaneamente all’improvviso, come un regalo inatteso. Davanti a un quadro mi chiedo sempre, ed è quello che mi perseguita quando ho appena finito di scrivere una canzone o un articolo: il suo autore avrà raggiunto quello che ricercava? Le fantasie che vagavano nella sua mente, avranno trovato rifugio nell’opera compiuta?
Vorrei chiedertelo…

Quando i flash immaginifici nella mia mente, creano l’intenzione a forgiare un nuovo lavoro, essi non terminano nell’opera stessa che ne è traccia iniziale, proseguono talvolta nel lavoro successivo, che altro non è, che figlio del precedente. Dunque il concetto che ha preso forma nel primo manufatto, attraversa i seguenti in un costante stato di elaborazione e di maturità. Ciò che s’inizia oggi, e che rimane sospeso, lo si può terminare domani come tra dieci anni. Le cose non sempre si compiono nei tempi stabiliti, per la produzione artistica vige lo stesso caos apparente, che nel profondo è tenuto al guinzaglio da un filo materno conduttore. Insomma non esiste un tempo preciso per stabilire l’inizio o la fine di un qualcosa, al massimo posso accennare un tempo sospeso, al quale aggiungere o sottrarre informazioni per la produzione futura.

In questo nostro incontro hai parlato speso di “bellezza” ed è stato davvero bello il nutrimento che le tue parole hanno offerto. Esprimici ancora qualcosa… 
La bellezza prima di ogni cosa per me è racchiusa nella gentilezza, un’arte poco approfondita e sempre più rara. E’ un sorriso, una mano tesa, il ritratto di Balla “alla madre”, sono i ricordi che custodisco come preziose tessere del mio mosaico e che nessuno, mi può strappare, nemmeno il tempo. La bellezza è perdermi di fronte al mare, osservando di contro questa immensa vastità, la fragilità di noi esseri umani, che troppe volte, ci riteniamo erroneamente così potenti, grandi, da usurpare il territorio che abitiamo. Ecco, quando mi soffermo ad accogliere la grandiosità della natura e di ciò che offre, credo nella necessità di una radicale riforma, che contempli nuove leggi con un indirizzo ecologico specifico.

Vietato calpestare i sogni… sempre… non è vero?
Beh dopo questi due anni difficilissimi, avevamo tutti la necessità di un titolo (utilizzato per la mia ultima mostra nel luglio scorso), che ci facesse sperare. Mi rifugio nei sogni da sempre, i sogni ti traghettano verso la realizzazione di ciò a cui aspiri e sono quella realtà parallela e magica che “insiste” sul quotidiano e che mi ha permesso di rimanere a galla nell’attraversare i grandi dolori che la vita mi ha posto sul cammino. Si dice peraltro che gli artisti siano più connessi alla sfera onirica, ed io, in effetti, posso confermare di averpoco i piedi per terra. Citando Jim Morrison invece, nel tentativo di rimaner leggera: “Non dire mai che i sogni sono inutili, perché inutile è la vita di chi non sa sognare”.

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