Incontro con Sergio Valeri

Questo numero è dedicato al riconoscimento dell’altro, all’apertura verso le altre persone senza nessuna forma di pregiudizio, per questo mi fa particolarmente piacere ospitare il Dott. Sergio Valeri che proprio in questo periodo alla sua professione chirurgica ha affiancato un percorso di sensibilizzazione verso la cura e verso i pazienti, fondando una associazione che verrà presentata a breve e che ha come motto, bellissimo: “Rari, ma non soli”.
Lo incontro nel suo studio ed è sempre un piacere parlare con lui , perché lui, lo scopriremo nell’intervista, è davvero sempre in movimento, con la sua professionalità e il suo travolgente senso dell’ironia.
Ma prima di raccontare quello che ci siamo detti nel pomeriggio passato assieme, un passo indietro per raccontare chi è il nostro ospite: il Dott. Sergio Valeri si occupa principalmente di Chirurgia Oncologica ed in particolare di Chirurgia dei Sarcomi. 

Si laurea nel 1995 e si specializza in Chirurgia Pediatrica (2002) e in Chirurgia Generale (2015) e nel frattempo ottiene un Master di II livello in Chirurgia Pancreatica Avanzata (2014) ed uno in Chirurgia dei Sarcomi dei Tessuti Molli (2017), lavorando comunque come Dirigente Medico presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma (dal 2008). Dal 2019 è Referente della Chirurgia dei Sarcomi presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico. 

Dottore, un Curriculum davvero di tutto rispetto il suo. Immagino che nel frattempo, mentre conseguiva le varie specializzazioni, lei operasse, continuasse la sua instancabile attività in sala operatoria. Quante operazioni esegue? 

Caro Ing. Gabrielli grazie per l’opportunità offerta.

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Lei ha detto il vero; durante il conseguimento delle varie specializzazioni e master, la mia attività operatorio continuava. La mia settimana lavorativa è composta di tre sedute di sala operatoria (8-20) in cui mediamente eseguo 5-6 interventi a seduta. Parliamo quindi di circa 18 interventi a settimana. “Fortunatamente” non si tratta sempre di patologia chirurgica complessa. A questo tipo di intervento infatti, vengono intervallati interventi di piccola e media chirurgia, durante i quali ho la possibilità di insegnare e far crescere i giovani chirurghi che lavorano con me. Non ci dobbiamo infatti dimenticare che lavoro in una struttura universitaria, la fucina quindi dei medici di domani.

A questo unisce le sue attività di divulgazione dentro e fuori le aule universitarie per la preparazione delle “prossime leve”. E’ così importante avere una equipe specializzata nella cura?

Come in parte anticipato nella domanda precedente, ho la fortuna e la responsabilità di un gruppo di lavoro, costituito da giovani medici in formazione a da neo-specialisti. Il gruppo e la realizzazione dello stesso, sono fondamentali. Da soli non si va molto lontano. Ed è per questo che dedico diverso del mio tempo lavorativo alla sua formazione. 

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Solo in questo modo posso avere la certezza che il modus operandi sia sempre lo stesso. 

Ricordo nell’equipe, coordinata dalla Prof.ssa Rossana Alloni, il Dott. Luca Improta, la Dott.ssa Chiara Pagnoni, la Dott.ssa Michela Angelucci, la Dott.ssa Claudia Tempesta e la Dott.ssa Sonia Sabbatini.

Ma il mio obiettivo però non è solo “formare” o far crescere. 

Come dico sempre ai colleghi che lavorano con me, loro devono superare il “maestro”.

Quindi in sintesi direi che per affrontare i Sarcomi sia necessaria la preparazione di una equipe specialistica, ma anche la conoscenza da parte dei medici di base, per avere una tempestiva diagnosi di primo livello.

La ringrazio di questa domanda, che va a centrare due degli aspetti salienti della patologia di cui mi occupo. 

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Il primo è la conoscenza, da parte dei Medici di Base, dell’esistenza dei Sarcomi. Solo in questo modo possono indirizzare il paziente in un centro di riferimento e quindi iniziare il corretto iter terapeutico. Da qui l’esigenza di un evento “formativo”, che ho organizzato ad Ottobre, e rivolto ai Medici di Medicina Generale. L’obiettivo era appunto renderli edotti sulla patologia e sui primi passi da compiere nei confronti di un paziente affetto da sarcoma.

Il secondo è l’importanza del centro sanitario di riferimento volto ad una patologia neoplastica, quale appunto i sarcomi, rara. 

I sarcomi degli adulti rappresentano circa l’1% di tutte le malattie neoplastiche. Per raro però non si fa riferimento alla scarsità di mezzi terapeutici, ma appunto ad un semplice dato epidemiologico. Si apprende quindi come sia indispensabile l’esistenza di un centro sanitario di riferimento, che contempli la presenza di tutte le figure sanitarie coinvolte nella cura dei sarcomi (oncologo, chirurgo, radioterapista, radiologo, anatomo-patologo, psicologo) e che sia collegato a tutti gli altri centri distribuiti sul territorio nazionale. Infatti solo dal confronto clinico tra i vari centri è possibile condividere esperienze, tecnica e evidenze scientifiche, principio cardine alla base della cura di qualsiasi patologia.

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Con questa doppia visione, il Campus Bio-medico è diventato un Centro di riferimento a livello Europeo sul trattamento dei Sarcomi

E’ stato quello, mi riferisco all’inserimento del Campus Bio-Medico nella rete sanitaria internazionale Euracan sul trattamento dei sarcomi, un risultato ottenuto dopo 18 mesi di duro lavoro volti al miglioramento del servizio sanitario erogato ai pazienti con sarcoma, al perfezionamento del PDTA sui sarcomi (percorso diagnostico-terapeutico assistenziale) e successivamente al superamento di tutti i parametri clinici e scientifici posti quale conditio sine qua non per far parte della rete Euracan.

Quanto ha influito la pandemia su questo processo di identificazione tempestiva? L’emergenza Covid ha un po’ monopolizzato gli ospedali: pensa che ne risentiremo a livello di prevenzione?

L’emergenza Covid ha indubbiamente messo a dura prova il Sistema Sanitario Nazionale. Uno dei tanti aspetti emersi durante la pandemia è stato quello, purtroppo, di rallentare un percorso schedulato di follow up di un paziente con patologia neoplastica. A mio avviso però l’esistenza dei centri di riferimento, quale in nostro, ha permesso, con enormi sacrifici, di poter “onorare” la campagna di follow up dei pazienti oncologici.

Questo momento storico ci ha mostrato cosa significa “la salute pubblica”: il Lockdown è stato un modo per proteggerci anche a discapito dell’economia. Ma proteggere la salute è anche un modo per rendere solida la nostra struttura sociale. La tempestiva permette di avere un alto livello di qualità della vita?

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Domanda questa complessa, che non può certo essere evasa con una breve risposta.

La protezione e la salvaguardia della salute pubblica sono elementi imprescindibili alla base di un alto livello di qualità della vita. Ma la protezione della salute pubblica passa per diversi aspetti che vanno sempre garantiti. Mi riferisco alla possibilità di accedere alla cure per tutte le classi sociali, a prescindere dalla “posizione” economica o alla regione di appartenenza. E nello stesso tempo le cure sanitarie DEVONO essere all’altezza dei più alti standard professionali e scientifici. Come ottenere tutto questo? Con investimenti mirati, con una pianificazione “sanitaria” del territorio e con il RISPETTO della meritocrazia

Parliamo di malattie molto impattanti a livello sanitario, per costi elevati, ma anche personale, psichico, familiare.

La diagnosi di malattia oncologica spariglia tutti gli equilibri. 

E mi riferisco non solo a quelli economico-sanitari, ma soprattutto a quelli personali del paziente. Di salute non solo fisica, ma anche psicologica. E al peso che si riversa sulla famiglia. Peso che molto spesso non è possibile “condividere” con la società, in quanto mancante della giusta organizzazione. 

Il fenomeno della cosiddetta “emigrazione sanitaria” ne è un esempio.

Cosa può fare a mio avviso un medico? 

Essere un professionista serio, preparato e coscienzioso. 

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Da qui nasce l’idea dell’Associazione dei Pazienti e dei familiari dei pazienti affetti da Sarcoma.

L’idea dell’Associazione Pazienti sarcomi dei Tessuti Molli nasce dallo stimolo di “dare” qualcosa in più ai pazienti affetti da questa patologia, e ai loro familiari. 

E’ infatti una Associazione di pazienti, rivolta ai pazienti. Il presidente sarà una paziente da me curata. 

L’Associazione si chiamerà SARKNOS. E all’interno del Consiglio Direttivo ci saranno altri pazienti.

Ho sempre pensato che il sentirsi parte di un gruppo, in cui il denominatore comune è la malattia, possa essere di aiuto per tutti i singoli componenti. 

Il mio sogno è che si possa raggiungere una tale alchimia all’interno dell’associazione tale che un singolo paziente che sta attraversando una fase negativa del suo percorso sanitario, possa trovare giovamento e aiuto anche soltanto confrontandosi con un altro paziente, che magari quella fase l’ha già vissuta.

Ci tengo a precisare inoltre che l’aiuto dell’Associazione non sarà “solo” per i pazienti. 

Penso infatti che anche i medici avranno la fortuna di migliorarsi grazie al confronto diretto con i pazienti.

L’associazione verrà presentata a breve con un evento.

L’evento a cui lei fa riferimento e che si terrà con l’inizio dell’anno nuovo, ha diverse finalità. La prima è quella di far incontrare e riunire tutti i pazienti affetti da sarcoma e da me operati presso il Campus Bio-Medico. L’evento infatti è “ritagliato” solo per loro. Al suo interno ci saranno momenti divulgativi, non scientifici, sulla malattia intervallati da momenti di assoluto svago grazie alla presenza di attori comici e cantanti.

Altro motivo è, come detto, la presentazione dell’Associazione con le sue finalità. Mi auguro quindi che ci possa essere la più ampia accoglienza da parte dei pazienti.

Ultima finalità, ma per me molto importante, è il desiderio di poter rivedere tutti i pazienti da me curati. Le confesso che sono un sentimentale e con tutti i miei pazienti sono riuscito ad instaurare un rapporto particolare, intenso, diretto. Il poterli rincontrare sarà per me motivo di gioia.

So che lei ha avuto un tentennamento nella scelta di medicina all’inizio del suo percorso universitario. Ora, da Ingegnere a Medico, ma perché ha scelto la Medicina?

Le confesso che non era un sogno che nutrivo da bambino.

La scelta di fare Medicina la si deve a mia madre. 

All’età di 18 anni, finito il Liceo, dovevo scegliere in quale facoltà iscrivermi. La mia scelta cadde su Veterinaria (ho sempre amato gli animali). A quel tempo la facoltà “migliore” era a Perugia, a circa 180 Km da Roma. Mia madre, donna apprensiva, si oppose alla scelta e opto per Medicina e Chirurgia.

Ora, a distanza di più di 30 anni, ringrazio quel suo materno ”ostruzionismo”.

Per maggiori informazioni si possono consultare i siti internet dedicati al Dott. Sergio Valeri e ai Sarcomi.

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