Intervista a Gino Labate

LA DANZA E LA VITA:  UN’UNICA LUNGA E STRAORDINARIA VIA VERSO LA BELLEZZA E LA PERFEZIONE ASSOLUTA. GINO LABATE RACCONTA L’ENTUSIASMO E LA PASSIONE PER L’ARTE DEL CORPO E DELLA LIBERTA’ E LA GRAVE CRISI IN ITALIA

“Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza.
Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie,
ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine coso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria.
Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso. La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo, in silenzio ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e mi dettero dopo tredici anni, la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi che danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all’orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare. Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti. Divenni uno degli astri più luminosi della danza.
Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare.
Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita…”
Rudolf Nureyev 

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Proprio di questi giorni la pubblicazione di un intervento da parte dell’étoile della Scala di Milano Roberto Bolle. Un grido di dolore, una richiesta di aiuto per il mondo della danza in Italia da parte del ballerino che, nella Sala del Mappamondo di Montecitorio, ha tracciato un’analisi sulla drammatica situazione in cui versa il sistema danza nel nostro paese. “E’ uno scempio quello che si è compiuto negli ultimi decenni in Italia dopo il depauperamento della danza” ha denunciato. Parole forti che hanno risuonato in tutto il mondo, un discorso molto duro quello fatto da Bolle che ha rimarcato come “la danza sia stata avvilita e depauperata per la scarsa conoscenza del settore e per la mancanza di visione. Un depauperamento di cui ci si deve vergognare”. La Cenerentola delle arti, definisce ancora Bolle la danza, con opera lirica e musica sinfonica nel ruolo delle sorelle privilegiate, cui sono riservate le attenzioni e le cure delle Fondazioni. Abbiamo intervistato Gino Labate, da oltre quarant’anni sulla scena mondiale, che oltre a raccontarci la sua personale esperienza nel mondo della danza, ha espresso il suo pensiero sull’attuale situazione in Italia. 

Ballerino, insegnante, coreografo, creatore e direttore artistico di eventi, interprete al fianco di personalità straordinarie del mondo della danza, quali Carla Fracci e Rudolf Nureyev, in importanti rappresentazioni tra cui Giselle, Pulcinella, Il principe di legno, La silfide, La strada, Il cappotto, Lago dei cigni, Schiaccianoci, Traviata, Gino Labate è un amante della danza in maniera totalizzante. “La mia vita è una composizione di percorsi che ho seguito soltanto fino a quando ho potuto dare sempre il massimo a chi mi stava accanto” dichiara in alcune interviste. Personaggio molto noto ed apprezzato anche per le sue partecipazioni a trasmissioni di enorme successo quali Fantastico 9 e 10, Serata d’onore e Luna di miele. Attualmente vive a Barcellona dove dirige la Barcelona Ballet Project Academy. Illuminato, appassionato, entusiasta ed incredibilmente eclettico, sempre alla ricerca di innovazione e contemporaneità pur nel rispetto della sua formazione classica. Attento ai giovani talenti li segue con scrupolosa attenzione e dedica loro gran parte della sua vita con la consapevolezza di quanto sia importante condividere la sua lunghissima formazione ed esperienza. La sua dedizione al mondo della danza è stata continua e proficua e lo ha condotto ad essere oggi un vero e proprio punto di riferimento per il mondo della danza. Lo abbiamo incontrato per i nostri lettori in una lunga e profonda chiacchierata. 

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Gli esordi in Italia, la direzione all’estero di importanti accademie di danza, molte iniziative, festival, giurie e percorsi nel mondo della danza. Gino Labate non è “soltanto” un ballerino ed un coreografo. Quarantacinque anni di carriera vissuti ballando. Ci racconti come è iniziata quest’avventura.

“Sicuramente l’ inizio è stato avventuroso e molto coraggioso. Non ero giovanissimo, avevo vent’anni quando ho scoperto l’amore per la danza. All’epoca vivevo a Reggio Calabria e scegliere di fare il danzatore era visto come qualcosa fuori dal normale. Il mio sogno era riuscire a raggiungere Roma per potere iniziare gli studi professionali, non volendo pesare economicamente sulla mia famiglia, cercai una soluzione per riuscire a racimolare il denaro necessario al mio mantenimento fuori casa. Riuscì a trovare lavoro come deejay in una discoteca di Riace Marina in Calabria. Nonostante non avessi esperienza mi tuffai in quest’ avventura di cui tra l’altro conservo un bellissimo ricordo. Una volta giunto a Roma iniziai i miei studi nella scuola di Gianni Notari e Wilma Battafarano e dopo un anno riuscii ad entrare all’ Accademia Nazionale di Danza sotto la direzione della Sig.ra Giuliana Penzi. Furono anni fantastici di formazione ed esperienza di palcoscenico all’interno del gruppo stabile creato appositamente dalla direttrice con l’intento di dare una grande opportunità ai giovani danzatori più talentosi dell’accademia, di trasferire la tecnica e l’arte appresa in classe direttamente in scena con la guida unica del maestro Zarko Prebil, grandissimo artista e conoscitore del repertorio classico”.

Tra gli altri ha lavorato accanto a Carla Fracci e Rudolf Nureyev, punti di riferimento ed idoli per tutti coloro che amano la danza e non solo. Cosa ricorda di queste straordinarie esperienze?

“Stare accanto a delle icone come la Fracci e Nureyev è stata un esperienza indescrivibile che ha segnato il mio percorso artistico. Carla Fracci è stata un’ artista e un’ interprete unica, la paragonerei a una poesia danzante, delicata e struggente Giselle, immensa Giulietta, protagonista nei più grandi teatri di tutto il mondo.

Rudolf Nureyev lo definirei una leggenda inarrivabile ed un incredibile innovatore. Considerato uno dei più grandi danzatori di tutti i tempi, ha ispirato moltissimi artisti.

Ho ancora vive le emozioni di quando danzai nel ruolo del duca in Giselle con Carla Fracci e  Rudolf Nureyev. 

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Nel Cappotto di Flemming Flindt al teatro Maggio Musicale Fiorentino condivisi la scena con Rudolf Nureyev ed un altro collega e credo che difficilmente potrò dimenticare il suo carisma e l’energia che trasformavano l’atmosfera rendendola surreale, un artista unico con una personalità travolgente. Quando ti trovi coinvolto in questi momenti immortali non puoi che trarne una linfa vitale che raramente si può pensare di raccogliere in altre circostanze della vita. Pensavo che, dopo tali rappresentazioni ed incontri, avrei dovuto dare ancora di più il meglio e sempre di più poiché dovevo essere grato e dimostrarmi sempre all’altezza. Non ho mai smesso di studiare, di perfezionarmi, di migliorarmi, ho cercato di non tralasciare nulla poiché tutto era prezioso ed era dovuto a me stesso principalmente, rendere omaggio alla danza è stato l’obiettivo principale della mia esistenza e di conseguenza, appagato e soddisfatto, inevitabilmente riuscivo ad essere sempre di più me stesso in tutti gli altri ambiti della mia vita”.

Ha fatto parte del gruppo di Fantastico 9 e 10, era il 1989. Molte cose sono cambiate nella tv di intrattenimento nel corso degli anni. La Tv sarebbe un mezzo per portare la danza ad un pubblico molto più ampio, come anche il teatro, come vede il panorama televisivo attuale in relazione alla danza ed ai ballerini? 

“Ho partecipato a diverse produzioni televisive, era un modo per me di mettermi alla prova affrontando nuove esperienze che si sono rivelate con il tempo importanti per il mio bagaglio professionale e artistico. Ricordo Fantastico 10 con le coreografie di Franco Miseria, un lavoro complesso dal punto di vista tecnico, stimolante ed un bel banco di prova che mi ha aiutato tantissimo nella crescita artistica. Il periodo di Fantastico è stato sicuramente il più bel periodo della televisione italiana sia per lo spessore artistico dei danzatori che per la qualità delle coreografie. Credo dagli anni ‘90 in poi ci sia stato un lento degrado della danza in TV. Le trasmissioni, soprattutto quelle in prima serata, si sono trasformate in un contenitore ripetitivo, antico in cui la danza, quella vera, pian piano è scomparsa, ma soprattutto una TV vecchia che non da spazio e non tiene conto di nuove idee ed artisti che potrebbero, con il loro apporto, dare nuovamente spazio alla danza di valore, coreografata e danzata bene, che possa aiutare il pubblico ad allineare la sua idea di arte su quello che l’arte realmente rappresenta e non su un intrattenimento banale, svilente ed inutile”. 

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Recentemente abbiamo visto il programma di Roberto Bolle, che ha riscosso un notevole successo di pubblico. Purtroppo si tratta di rarità. Potrebbe essere un inizio, però, o rimarrà solo un episodio isolato?

“Roberto Bolle è un personaggio conosciuto a livello mondiale, non è difficile proporlo in TV e riscuotere un successo enorme in termini di pubblico. È auspicabile che la TV si apra all’arte non soltanto occasionalmente ma con appuntamenti e approfondimenti più frequenti, cercando di mettere in risalto l’importanza dell’arte prima ancora che il personaggio. Mi sembra che attualmente manchi il coraggio di iniziare il cambiamento già nella proposta di una TV innovativa e più ricca di arte che svincoli il pubblico italiano dall’abitudine di essere spettatori di programmi televisivi a tratti obsoleti e privi di contenuti artistico culturali”.

In una sua intervista ha parlato dell’esperienza in veste di maestro e coreografo presso la Scuola nazionale di danza a Cuba come un ricordo indelebile. Ce ne vuole parlare?

“Nel 1997 e nel 1998 sono stato invitato a Cuba in qualità di maestro, coreografo e giurato per l’incontro internazionale di accademie di balletto. Ho creato coreografie agli allievi della Escuela Nacional de Ballet Fernando Alonso, della Escuela Nacional de Danza Contemporanea e la Escuela Nacional de Espectaculo Musical. Le mie coreografie sono state presentate al Teatro Nacional de Cuba in occasione del gala di chiusura dell’evento. Un esperienza fantastica che ha dato nuova linfa e vigore alla mia voglia di continuare e migliorare il mio percorso artistico nel mondo della danza.

Il mio rapporto di lavoro con Cuba e le sue istituzioni di danza è ancora attivo, negli ultimi anni sono stato nuovamente in giuria per il concorso internazionale e ho ideato con Emanuela Campiciano il progetto Formazione Insegnanti Danza Italia, in collaborazione con la Escuela Nacional de Ballet Fernando Alonso, CNEART e Ministero di cultura di Cuba. Siamo ideatori e rappresentanti per l’Italia della formazione per insegnanti e allievi sulla metodologia della Escuela Nacional de Ballet Fernando Alonso Cuba”.

La scelta di andare ad insegnare all’estero significa che la situazione della danza in Italia non è appagante, gratificante e profonda oppure è stata una scelta con motivazioni differenti? 

“La scelta di andare a vivere all’estero non è stata semplice ed è stata dettata da varie motivazioni. Nonostante l’amore che ci lega al nostro paese avvertiamo la mancanza di una mentalità ed una concretezza di intenti sociali e politici nei confronti degli artisti e del loro ambito lavorativo. In altri termini abbiamo cercato in un altro paese e trovato nella città di Barcellona il posto ideale per sviluppare i nostri progetti e metterne in cantiere di nuovi e se a questo si abbina il fatto che è una città straordinaria e stimolante soprattutto per un artista, si riesce facilmente a comprendere perché la consideriamo la nostra seconda casa.

Il nostro principale programma formativo ha sede proprio a Barcellona ed è in poco tempo divenuto un punto di riferimento per i giovani danzatori che vogliano intraprendere un percorso di perfezionamento e approfittare della possibilità di abbinare allo studio professionale della danza l’esperienza di vivere in questa fantastica città”.

In quali dei differenti e numerosi ruoli si rintraccia la vera anima di Gino Labate? 

“Ho apprezzato moltissimo i ruoli classici danzati in passato ed è indescrivibile  l’adrenalina di poter condividere il palcoscenico con grandissimi personaggi del panorama del balletto classico, ogni volta un’ occasione unica di crescita soprattutto dal punto di vista artistico. Ho amato fortemente e mi sono sentito davvero appagato danzando all’interno di coreografie da me create, soprattutto quelle a sfondo socio- educativo e tra tutte in Stati emotivi dentro la follia, progetto creato per sensibilizzare il pubblico sul delicato tema delle malattie mentali. Credo di aver trasferito moltissimo dal punto di vista interpretativo, talmente tanto da sentirmi completamente svuotato alla fine dello spettacolo. È stata sicuramente una delle coreografie che ho amato più interpretare sia da un punto di vista di sensazioni provate sia nella condivisione di energia ed emozioni con gli altri danzatori dell’allora Labat Dance Company”.

Nelle sue composizioni ha affrontato anche tematiche importanti come la violenza sulla donna. Anche grazie alla danza si può arrivare a dare un contributo significativo a questo gravissimo problema sociale?

“La danza diventa un veicolo unico nel trasferire messaggi che con altri mezzi potrebbero essere recepiti non così profondamente come la danza riesce a fare, ovvero emozionando e avvicinando empaticamente il pubblico alla sofferenza ed al contempo alla speranza che sono racchiusi nel messaggio che Mas alla de la oscuridad vuole trasferire soprattutto ai giovani. Una donna vittima ma forte che trova la salvezza, nel coraggio delle sue scelte e nella vicinanza delle persone a lei care, famiglia e amici”.

Classico e contemporaneo sono due stili di danza che devono appartenere ad ogni grande ballerino, così come i laboratori coreografici, la composizione, la storia della danza, l’anatomia applicata alla danza. I nostri giovani sono veramente pronti ad affrontare così tanti sacrifici ed hanno compreso il messaggio della lettera alla danza di Nureyef?

“Credo che non si debba pensare ai giovani che si avvicinano allo studio professionale della danza come ad una categoria all’interno della quale troviamo nuove leve tutte accumunate da spirito di sacrificio, passione e determinazione in egual misura. Non tutti i giovani danzatori che decidono di dedicarsi professionalmente alla danza riescono nel loro intento iniziale e non tutti allo stesso modo. La differenza la fa chi non molla durante il percorso e non chi è animato soltanto da propositi e intenti in fase iniziale. È il viaggio che conta e la crescita che porta con sé e soprattutto la consapevolezza che la possibilità di migliorare se stessi non ha mai fine.

Credo fermamente, e questo è l’approccio allo studio su cui si basa il programma di formazione professionale del Barcelona Ballet Project Academy, che i danzatori oggi, per aver più chance e possibilità lavorative gratificanti, debbano basare la loro formazione su uno studio completo che dia uguale spazio ed importanza sia alla danza classica che a quella contemporanea con l’approfondimento di tutte le discipline complementari collegate ad esse. Cosi come è importante trasferire ai giovani il messaggio che per comprendere la danza oggi è imprescindibile sapere da dove questa derivi, sia in termini storici che da un punto di vista legato alla conoscenza dell’anatomia del corpo umano. Sono tutte competenze che fanno di un danzatore un artista più consapevole e pronto a comunicare sè stesso in un linguaggio e stile personali e nuovi”.

Quali sono stati i suoi riferimenti per quanto riguarda la danza contemporanea? 

“Sicuramente ha influito lo studio della tecnica Graham fatto in gioventù e poi tutti gli stimoli ricevuti in fase di apprendimento e di insegnamento. Grande importanza hanno avuto i momenti di ricerca condivisi con gli allievi in passato e soprattutto una forza esplosiva creativa che ho sempre sentito l’emergenza di comunicare e trasferire coreograficamente”.

La danza come esigenza, ritmo di vita, contatto con il divino. Dall’inizio del mondo l’uomo ha usato la danza come modalità di espressione di qualcosa o per invocare eventi.  La danza si è affermata anche come invito alla civiltà. La danza ovunque nel tempo e nello spazio, nel significato delle cose, nell’interpretazione degli eventi, la danza come potere curativo e salvifico. Cosa è stata per lei realmente la danza?

“Esattamente non credo si possa definire a parole. Quando comprendi che la danza è parte di te, che è un’ esigenza, una forza unica che riesce ad emozionare al contempo chi danza e chi osserva, tutto ciò ti conquista e fa di te una persona nuova. Per me la danza contiene in sè il significato più profondo dell’esistenza soprattutto se lo intendiamo come necessità, come emergenza di essere movimento, di convertire le emozioni in azione danzata, nella danza ritrovo me stesso, mi sento al mio posto perfettamente centrato”. 

Lei è padre di tre figli, cosa significa avere un padre ballerino di grande fama e notorietà? C’è qualcuno dei suoi figli che ha seguito la sua passione?

“Si ho tre figli stupendi che amo più di ogni altra cosa, sono la mia gioia e con loro da sempre condivido le mia passione per la danza. Quando il tuo lavoro è anche la tua passione principale alla fine diventa inevitabile che sia anche uno dei tuoi argomenti preferiti in casa e che i tuoi figli inevitabilmente ne facciano parte o che assistano al tuo lavoro durante le lezioni o spettacoli. Le possibilità sono due o vengono travolti dalla stessa passione oppure non ne possono più. Per Federico, mio figlio maggiore che sta studiando professionalmente la danza all’interno del BBP Academy, è stata una scelta avvenuta all’età di 15 anni ma da quando ha intrapreso il percorso ne è stato completamente conquistato dedicandosi completamente e con ottimi risultati.  Credo abbia buone possibilità di fare carriera e di realizzarsi come danzatore, è molto determinato e dotato e possiede buon senso di sacrificio e dedizione allo studio e non penso tarderà a trovare inserimento in una compagnia per iniziare il suo percorso professionale”.

Ci può spiegare meglio la sua attività di formazione e promozione, tutela dell’arte tersicorea? 

“Da anni mi impegno affinché si possa creare un sistema che tuteli l’arte tersicorea soprattutto nel nostro paese in cui urge una regolamentazione che inquadri bene la figura del danzatore e del maestro di danza, dando dignità vera ad un settore e a chi vi appartiene per diritto, per titoli e chiara fama. Credo sia indispensabile sentirsi riconosciuti lavorativamente e socialmente nel settore della danza, come avviene in altri paesi anche europei, e credo sia qualcosa che dobbiamo soprattutto alle nuove generazioni, cioè di sentirsi tutelati come studenti e futuri danzatori. In attesa che questo cambiamento avvenga a livello legislativo da anni io ed Emanuela Campiciano promuoviamo progetti formativi che diano possibilità di studio e di aggiornamento ad allievi e maestri di danza che sentono la necessità di ampliare e specializzare la propria formazione. Con questo intento è nato il progetto Formazione Insegnanti Italia sul metodo della danza classica cubana ideato e diretto da me e Emanuela Campiciano in collaborazione con la Escuela Nacional de Ballet de Cuba, CNEART e ministero di cultura di Cuba. Attualmente con lo stesso intento, sebbene con caratteristiche diverse, ci occupiamo di alta formazione all’interno del Barcelona Ballet Project Academy”.

Rudolf Nureyev nell’immaginario collettivo venne paragonato a stelle come Maria Callas, Marylin Monroe, James Dean. Per la prima volta, forse, la danza da arte polverosa ed élitaria, si trasformò in qualcosa capace di attirare masse incredibili nei teatri. Cosa ci vorrebbe per far si che il miracolo possa ripetersi?

“Spesso non è soltanto la preparazione tecnica o le doti che fanno sì che un danzatore o una danzatrice diventino miti e rimangano nella storia. Credo che nell’intento iniziale di chi è diventato un mito, in qualsiasi ambito artistico, non ci sia lo scopo di diventare famosi quanto piuttosto, più o meno inconsapevolmente, la presenza di una personalità carismatica unica, una capacita comunicativa potente e una passione travolgente che porta e ha portato grandi artisti a diventare unici e nella memoria di tutti immortali”.

Per info: https://www.barcelonaballetproject.net

profilo Instagram danzaginolabate e campicianoemanuela, profilo Facebook Gino Labate e Emanuela Campiciano

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