Rieccoci

Rieccoci. 

È passato del tempo dalla mia ultima lettera. 

Un esilio forzato. Ma, purtroppo, necessario.

La situazione è da tenere sotto controllo, e i pensieri non smetteranno di corrucciarsi davanti ad ogni nuovo esame, ad ogni ulteriore prova.

Ma la vita non è in fondo anche mettersi continuamente alla prova? Dobbiamo solo cercare di farci trovare pronti. Qualunque sia il tipo di interrogatorio, la strada da scegliere, i conti giusti da fare con noi stessi. E se invece non siamo pronti? Sarà l’occasione per scoprirci di più, per individuare altri tasselli della nostra stupefacente complessità, farne tesoro e migliorarci, per ciò che è possibile. Senza affanni o troppe pretese.

Io, nel bene o nel male, costretto a restare fermo, sono riuscito a scovare tracce che pensavo di aver cancellato per sempre. Nelle mie esternazioni deliranti, calmate dagli antidolorifici, mi sono aggrappato all’opportunità di una pausa, di disobbedire ai miei ordini quotidiani, di respirare un sorso nel passato e uno sguardo più lucido sul futuro. Certo, tutto ciò non basta per afferrare il senso dei tuoi giorni. E infatti… nel mezzo, più o meno, del cammin della mia vita… restano tutte le incertezze, le sospensioni, le irrequietezze del proprio viaggio, delle anime incontrate e poi perse, delle gioie e delle delusioni inflitte, a te stesso e agli altri. Ma nel silenzio di un letto sudato e di un libro che ti osserva dispiaciuto, qualche pensiero riappare, qualche idea ti illumina, qualche progetto forse vedrà arrivare quel puzzle che manca, un sentimento inizia a circolare nel cuore. 

In tutto questo mio peregrinare, il giornale è andato avanti, nonostante la mia assenza. Meravigliosamente. Merito di una redazione straordinaria, merito di cuori accesi, di corde vibranti, di sentimenti espressi e sottesi. 

Merito di un vice direttore, Giorgio Gabrielli, che ha saputo mantenere lo spirito di Condivisione, alimentando con il giusto carburante la nostra macchina carica di entusiasmo, passione, consapevolezza.

Merito di Donatella Lavizzari, Giovanna La Vecchia, Fabio Cirina, Walter Iolandi, Martina Moscardi, Letitia Vasile, Loretta Rossi Stuart, Anna Rita Cardarelli, Giorgia Salvucci, Elena Paoli, Rossella De Paoli, Barbara Gualtieri, Claudio Scarpa, Irene Coppola, Flavio Villani, Carla Panetta, Alessandra Bettoni, Federica Deplano, Fabrizio De Angelis, che con il loro contributo, scritto o di semplice adorabile presenza, hanno realizzato il piccolo miracolo che la nostra testata riesce ad inventarsi in ogni pubblicazione. Nel rispetto di ogni pensiero, nel rispetto di ogni diversa veduta, nel rispetto di ogni sguardo.

Immagine dal Web

Questo numero, speciale, che raccoglie due mesi di pensieri ed espressività, che ospita sensibilità davvero importanti, vogliamo dedicarlo al tema del pregiudizio, all’incapacità persistente di riconoscere l’altro, e quindi al creduto e voluto sostegno nei confronti di chi possa essere o sentirsi in qualche modo emarginato, per la sua condizione di vita, per le sue scelte, per il suo esprimersi.

In questi giorni di libertà vigilata, ho respirato il sapore del freddo natalizio, osservato volti e momenti di vita. Lo sguardo è finito anche su un balcone, illuminato, mille luci, colorate e lampeggianti. Quello accanto, invece, vuoto, spoglio. Mi ha fatto un po’ di tenerezza, scatenando i miei pensieri, immaginando questa fotografia come una delle tante piccole sintesi dell’esistenza.

Mi capita spesso di pensare alla solitudine. Non alla necessità di isolarsi per un po’ da tutto il resto. Ma a quella che può afferrare le tue corde più inconsce. Succede tante volte, in varie occasioni della nostra avventura umana. Succede di restare soli, di sentirsi soli, di percepire il distacco ed il silenzio davanti al nostro desiderio di esserci, al nostro sogno di sradicare gli argini del cuore.

Il mio pensiero più profondo voglio dedicarlo a chi è stretto in questa morsa. Vorrei offrirgli le mie parole, lo spazio di questo giornale, anche un solo sguardo, anche due chiacchiere scambiate velocemente, perché ogni centimetro di lettera può fare molto.

Ed allora, dedico a loro, e a voi tutti, alcune parole, tratte dalle pagine di due libri che hanno accompagnato i miei giorni recenti; sono quei libri che mi hanno osservato, che hanno provato i miei dolori e la mia stanchezza, pieni di amorevole comprensione, felici delle mie tante sottolineature. 

Hanno lasciato un solco profondo nella mia esistenza. Per questo, non finirò mai di ringraziare Chiara Gamberale e Giorgio Panariello.

Auguro ad ogni lettore che passa di qui, di trovare, anche per il nuovo anno, un buon rifornimento di emozioni e suggestioni, le giuste parole, che siano abili alleate dei propri giorni.

Auguro a tutte e a tutti i componenti della redazione, nonché a me stesso, di continuare ad essere, sempre, dei bravi distributori. 

***

– Lo vedi il bambino.

Non c’è niente da fare. In certe persone lo vedi. Ti salta in braccio appena le incontri, loro alzano gli occhi per mettere a fuoco chi sei, sono assolutamente convinte di poterlo sapere davvero, ed eccolo lì: il bambino. Oppure sbuca fuori all’improvviso, da un broncio, da un silenzio, da un sorriso che non c’entra niente, da un muscolo qualsiasi che tradisce la faccia mentre ti implora: non mi abbandonare pure tu, dai. Perché altrimenti urlo e di chi ha ragione non me ne frega niente, non è avere ragione che conta, è che mi ami, solo quello conta. Si? No? Voglio vedere. Perché se mi ami quando faccio il bravo neanche quello conta.

Mi spiego? Possono avere venti, quaranta, settantasei, centodue anni le persone. Ma se il bambino lo vedi, lo vedi, c’è. Ci sono quelle dove invece non lo vedi. Anzi: ti pare proprio impossibile che un giorno siano state piccole, circostanza che invece deve pur essersi verificata. Eppure, a immaginarle che dicono ba per dire albero, a immaginarle che si fanno la pipì addosso, che vedono per la prima volta un maiale, che sbattono i piedini per aria dal loro fasciatoio, dopo il bagnetto, con il culetto al vento, non ce la fai. Perché sono così cresciute, nel frattempo. Così inevitabilmente cresciute. Sono diventate intelligenti, sensate, hanno le loro opinioni, che sono quelle, fanno le loro scelte, quelle, e per le strade dei giorni si orientano benissimo, camminano diritte, agli altri e a loro stesse amiche, per dirla con Montale.

Mentre le altre persone, quelle dove vedi il bambino, procedono col passo ubriaco di chi ha da poco smesso di gattonare.

Fanno confusione.

Possono finire per sbattere contro qualcosa che era molto prezioso per te e romperlo. Ma non lo fanno apposta.  Come se non bastasse il più delle volte proprio mentre rompono qualcosa di tuo si fanno male pure loro, si spaccano la testa, si schiacciano un piede, gli va a finire una scheggia di vetro in una mano, e via così. Sono, a conti fatti, più pericolose delle persone inevitabilmente cresciute, le persone dove si vede il bambino. Ma ti viene da perdonargli tutto, perché, appunto, ti pare che non lo facciano mai apposta. Non fanno apposta neanche quando sono gentili con te, amorevoli, ma anche questo, che ci posso fare, so benissimo che dovrebbe innervosire, invece a me commuove. Mentre i gesti gentili delle persone inevitabilmente cresciute mi lasciano sempre un po’ perplesso e poi ci devo pensare su. È tutto davvero complicato, si rischia di prendere parecchie cantonate, non c’è dubbio, ma se ne conosci un po’, di persone, un modo per capire chi hai davanti devi comunque trovarlo.

(Chiara Gamberale, Il grembo paterno, Pagg. 36-37 – Narratori Feltrinelli, ottobre 2021)

***

Anche ciò che si distrugge può tornare in vita.

(Giorgio Panariello, Io sono mio fratello, pag. 157 – Edizione Speciale Mondadori Libri, giugno 2021).

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