Sergio Forconi: Arte, passione e grande umanità.

Sergio Forconi è un attore toscano che vanta una carriera davvero straordinaria e costellata di tanti successi.
Primogenito di una famiglia semplice, contadina, trascorre l’infanzia a San Casciano Val di Pesa, paese che diede i natali anche a Machiavelli.
Sin da ragazzino frequenta il Cinema-Teatro Niccolini, qualche volta pagando il biglietto e qualche volta no (come c’è scritto nella sua biografia). Divora le riviste di cinema, che a volte il giornalaio del paese gli prestava, intuendo la sua passione per la settima arte.
All’inizio degli anni cinquanta si trasferisce a Grassina, frazione di Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze. Qui inizia a lavorare giovanissimo come metalmeccanico, in proprio per un periodo e da dipendente per un altro periodo. Per caso, comincia a recitare sul palcoscenico della Casa del Popolo di Grassina per poi arrivare ai teatri fiorentini, dove conosce e collabora nel corso degli anni con i grandi nomi del vernacolo: Mario MarottaGhigo MasinoGiovanni Nannini e Wanda Pasquini.
Oggi rappresenta il degno erede di quella tradizione teatrale che ha sempre portato lustro alla città di Firenze.

Dal teatro al cinema il passo è stato breve, grazie anche a Cantini, ricordatissimo coordinatore delle comparse fiorentine.
Gli anni della maturità lo hanno portato ad incontri fortunati, come quelli con Leonardo Pieraccioni e Luca Manfredi, in primis, e con Alessandro Benvenuti e tanti altri registi.

Forconi ha partecipato a tantissimi film come ‘Berlinguer ti voglio bene‘, ‘Madonna che silenzio c’è stasera‘, ‘Zitti e Mosca‘, ‘I laureati‘, ‘Il ciclone‘, ‘Albergo Roma‘, ‘Il pesce innamorato‘, ‘I mostri oggi‘, Pinocchio, …, e ha recitato nelle serie tv ‘Linda e il brigadiere‘, ‘Carabinieri‘, ‘La squadra‘, ‘Un medico in famiglia‘, ‘Orgoglio‘, ‘La dottoressa Giò, ‘Don Matteo‘, ‘Il Commissario Manara‘, ‘Il mostro di Firenze‘ e tante altre ancora.

E’ sicuramente un uomo diventato attore per caso nei lontani anni sessanta, un uomo che non si è lasciato mai intaccare dalla notorietà.
Un uomo che, come ha descritto la biografa Anna Maria Biscardi, ‘ha affiancato la professione di artigiano e la famiglia alla passione per il teatro, per la recitazione, per l’arte’.
Lo si vede camminare per le strade, conversare con gli amici di sempre, stare in piazza. E’ una persona semplice, che ama stare con la gente e che vive la Comunità.

Buongiorno Sergio, tu hai recentemente partecipato al cortometraggio Canto Popolare scritto da Riccardo Azzurri, con la regia di Giancarlo Gulisano, una storia d’amore che si svolge ai tempi della seconda guerra mondiale e che ha un tragico epilogo.
Quali ricordi hai della Resistenza?

Io sono del 1941 e all’epoca della Resistenza e della Liberazione ero solo un bambino, ma mi ricordo molto bene del dopo guerra.
Ho ancora impresse le immagini delle città distrutte, delle macerie,…
Io sono nato in campagna, a San Casciano Val di Pesa, un paese vicino a Firenze, dove si svolsero alcune grandi battaglie.

Per quanto riguarda il mio pensiero sul Fascismo e sul Nazismo, me lo sono costruito sin da giovane, avendo conosciuto molti partigiani e le famiglie di persone che sono morte.
Per fortuna in casa mia non ci furono lutti. Mio padre, che era un calzolaio, era stato esonerato per un difetto fisico e non fu mai richiamato, ma abbiamo vissuto in prima persona certe situazioni, nascondendo in casa nostra fuggitivi, aiutandoli e sfamandoli.

Pensando a quello che purtroppo sta accadendo oggi, vedendo scene violente e la nascita di frange con chiari richiami al fascismo o al nazismo, penso che la nostra generazione debba assumersi delle responsabilità.
Forse abbiamo sbagliato qualcosa, in quanto non siamo stati capaci di spiegare bene cosa realmente sia stato quel terribile periodo.

In passato, essendo un uomo di spettacolo, ho fatto anche ruoli impegnati sul Ventennale e sulla Resistenza, portandoli nei teatri e nelle piazze.
Ho declamato poesie, recitato e cantato tutto il repertorio di quegli anni, da Bella ciao a Fischia il vento, ed è sempre stato un successo di pubblico e critica.

Se penso a quanto accaduto ad ottobre, all’assalto ad una Camera del Lavoro, io che sono stato un operaio e che ho lavorato in fabbrica, rimango davvero colpito. Sono fatti vergognosi che mi portano a pensare che sono stati fatti degli errori da parte nostra.

Purtroppo questi fenomeni si stanno allargando a macchia d’olio e sono sicuramente sintomo della presenza di un anello debole diffuso nella società, nella cultura e nella politica. Forse quello della scuola è il peggiore…
Il Segretario Generale della CGIL Maurizio Landini, aprendo l’assemblea generale del sindacato, ha definito questa azione come una “Ferita democratica, un atto di offesa alla Costituzione nata dalla Resistenza, un atto che ha violentato il mondo del lavoro e i suoi diritti”.

Sì, tutto questo è molto grave e quindi, da ottantenne, mi ritengo responsabile per non essere riuscito a tramandare, soprattutto ai giovani, il ricordo, la memoria di quegli anni, nella prospettiva corretta.

Credo che ci sia una responsabilità collettiva in tutto questo, oltre ad una tendenza all’oblio piuttosto diffusa… Non basta organizzare un evento o celebrare il 25 aprile. Per conservare la memoria della Resistenza bisogna fare di più. Soprattutto a scuola.

Sono d’accordo, c’è una responsabilità collettiva. Molti ragazzi non sanno  nemmeno perché celebriamo il 25 aprile! 
Io ho sempre cercato di porre l’accento su queste argomentazioni. Oltre che in Canto Popolare, quest’anno ho recitato anche in ‘Pievecchia 8 giugno 1944′ *, un film che racconta di un eccidio avvenuto qui in Toscana, a Pievecchia, vicino a Pontassieve, dove 14 ragazzi furono uccisi. Uno solo riuscì a mettersi in salvo.
Ci sono stati anni in cui però è prevalso il silenzio e non se ne è più parlato di questi fatti.
Ma quelli come me, quelli della mia generazione, sentono la necessità di raccontarli e farli conoscere, perché se si legge la storia, se si tramandano i fatti, si può far sì che il futuro sappia far meglio del passato.
Mai dimenticare i fatti che sono scritti  su pochi libri.
Occorre ricordare! A Pievecchia, per esempio, la storia è scritta e raccontata su un muro.

*Il cortometraggio "Pievecchia 8 giugno1944" è stato realizzato con il patrocinio del Comune di Pontassieve, dell'Unione dei Comuni Valdisieve Valdarno, in collaborazione con l'A.N.P.I provinciale di Firenze e della sezione A.N.P.I di Pontassieve, prodotto da Danza Production, musiche di Alessandro Bruno, scritto e diretto da Alessandro Sarti.

https://fb.watch/9MJ34iNwBY/

Parlando del corto Canto Popolare, penso che voglia rappresentare anche un urlo contro la violenza in generale.

Assolutamente sì. Con Riccardo Azzurri stiamo cercando di promuovere un progetto per andare nelle scuole e sensibilizzare i ragazzi su queste tematiche importanti.
Quando Riccardo mi ha proposto di partecipare al suo corto, ho subito accettato e sposato questa sua meritevole iniziativa.
Sono riuscito a portare davanti alla telecamera anche mia moglie Graziella, meravigliosa donna che mi sta accanto da più di 50 anni.

Ho avuto carta bianca sin dall’inizio delle riprese e ho potuto esprimermi con grande libertà. Sono andato un po’ a braccio, ma alla fine il risultato è stato buono.

Sergio tu hai recitato anche in ‘Graffio di Tigre’ di Alfredo Peyretti, un altro film che si svolge nello stesso periodo.

Sì, Graffio di Tigre è un film drammatico a cui sono molto affezionato. Ambientato in Toscana, narra la storia di un militare che scappa dalla prigionia degli inglesi insieme a un amico, ai tempi della Repubblica di Salò.

Mi puoi raccontare un tuo ricordo personale legato alla Resistenza?

Mi ricordo che il ventennale della Resistenza fu festeggiato a Milano il 9 Maggio e non il 25 Aprile. Quando arrivammo ci fu dato da indossare il fazzoletto tricolore. Prima di iniziare il corteo, che avrebbe attraversato tutta la città, ci furono molte polemiche da parte dei partigiani perché era ancora molto vivo il sentimento di appartenenza e tutti quanti si misero al collo il  fazzoletto rosso.
E questo scatenò una grossa polemica all’interno dei partiti.
Per ricordare quel giorno, il cantautore Ivan della Mea scrisse la canzone il 9 Maggio, che ho cantato durante molti miei spettacoli.

Io a quei tempi ero comunista e lo sono tuttora perché ho molto amato Enrico Berlinguer.

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