Un Vademecum

Quei terribili momenti di fragilità, di disperazione, di sensazione di aver smarrito la via (che sia retta o meno), di perdita di ogni speranza e capacità di vedere anche un minimo di bellezza che ci circonda, di immobilità e apatia, di impossibilità a fermare il cervello che sembra corra all’impazzata, come possiamo raggrupparli in un’unica parola? Depressione?

Fa comodo un po’ a tutti usare questa parola, anche banalizzandola, perché di fatto definisce una “malattia”, un disturbo, e come tale deve essere curata. E’ una parola che serve di più a chi osserva dall’esterno, perché di fatto l’allontana, permette di inserire una distanza, mentre chi la vive in prima persona la percepisce come un’etichetta.

Al di là dell’aspetto clinico e di ogni eventuale diagnosi, la depressione – o presunta tale – di fatto è un’onta, una veste immonda, un disagio e lo è, per chi la vive, non solo per come ci si sente ma per come viene accolta dall’esterno, dal mondo esterno, fuori dall’inferno in cui si è precipitati.

Sto parlando in generale e sto commettendo un errore, “non bisogna mai generalizzare” dicono i saggi, quindi sì, in questo momento della mia vita si è (ri)presentata la caduta nel buco nero e ho deciso di fare la cosa peccaminosa di raccontare.

Forse proprio di raccontare no – sarebbe l’ennesima storia, come tante – ma di sottolineare certi aspetti e certe sensazioni che sto vivendo, cercando anche di farlo con quel granello, ormai quasi invisibile, di sense of humour che mi è rimasto: si può ironizzare su tutto, ma proprio su tutto, ma io penso che solo chi ha vissuto o vive certi drammi ha il diritto di farlo.  

Elaborazione da “One Flew over the Cuckoo’s Nest”

Ho deciso di scrivere perché tirare fuori fa bene in primis a me e perché vorrei, vorrei davvero tanto, che la mia esperienza e le mie sensazioni potessero essere di sollievo, anche solo per un attimo, a chi vive o ha vissuto certe sensazioni; il fatto che qualcuno si riconosca e che mentre legge annuisca con la testa mi fa pensare ad una parola “condivisione” e la condivisione di un’esperienza fa sentire meno soli chi la vive sulla propria pelle.
Certo, è un argomento taboo, lo sappiamo tutti, d’altronde nella nostra modernissima ed evoluta società si può parlare di tutto ma non di questo…

Vivere da depressi (uso questa parola “generica” solo per comodità) è dura, non si ha più voglia di niente, ma proprio di niente, quindi si deve fare i conti con sé stessi, con la paura dei propri pensieri, con la ricerca della soluzione di come salvarsi ma soprattutto si devono fare i conti con il mondo esterno.

Già, il mondo esterno, gli altri, quelli che ci circondano, quelli che stanno bene e sono equilibrati, quelli che sono determinati, portano avanti la loro vita, creano, costruiscono, hanno obiettivi, si divertono, hanno famiglia, crescono i figli, amano, lavorano, insomma fanno tutto quello che invece non riesce a fare il depresso. Ovviamente non è tutto così in equilibrio ma è quello che percepisce il depresso: “gli altri stanno bene e io no”.

E’ proprio di questo che voglio parlare, spostare l’attenzione sugli altri, su chi ha a che fare con chi sta male, sulle parole che dice, sui consigli che dà e soprattutto sulle difficoltà che ha nel relazionarsi. Ovviamente tutto quello che dico sono considerazioni personali, il mio punto di vista, ma ritengo siano pensieri e sensazioni condivisibili.

Il periodo buio di solito è circoscritto ad un periodo che come inizia poi termina, con aiuti di vario genere o meno, anche se chi lo vive fatica a vederne una fine, quindi come si conosce il buio si conosce anche la luce, che sia intensa oppure fioca, e questo è un punto importante, il fatto di capire come ci si sente in certi momenti è sicuramente un vantaggio quando si ha a che fare con chi non sta bene.

Il lavoro fatto su di me negli anni mi ha insegnato che crearmi un confine è fondamentale, il discorso del “confinamento“ è troppo articolato, e questo non è il contesto, però ora mi serve per spiegare un concetto: confinarsi è dare un ruolo agli altri e, in questo caso, capire con chi parlare o meno di come ci si sente, veramente, in maniera autentica.
Come sempre i concetti sono una cosa, la pratica un’altra, ed è questa la vera difficoltà.

In questo periodo nero, malgrado lo smarrimento, ho avuto modo di osservare le reazioni degli altri davanti al mio dolore. In alcuni casi mi sono pentita di non essermi controllata aprendomi e dicendo cosa sentivo e cosa mi passava per la testa, perché capisco che essere investiti dalla disperazione non è una cosa semplice, bisogna avere gli strumenti giusti per sostenere la situazione, perché l’empatia è una dote davvero di pochi e soprattutto mi sono pentita perché ho realizzato di quante cose inutili, senza senso, dolorose ci si sente dire quanto si sta male.

Non condanno chi non sa affrontare il dolore degli altri però penso che prima di aprire bocca sarebbe davvero il caso di riflettere un momento, senz’altro meglio un buon e sano silenzio, magari con un abbraccio.

“…beh certo, capisco che non sia facile, tu da sola…” – una delle frasi più odiose, nel momento dello smarrimento c’è ovviamente una percezione della solitudine dieci volte maggiore rispetto alla realtà, magari non si è soli (magari non si racconta tutto..) ma ci si sente totalmente soli. Il punto è: ma è davvero necessario mettere in dito sulla piaga? Parlando in generale ritengo che mettere l’accento su una condizione, qualsiasi essa sia, sia la prima cosa da non fare.

“…dai passerà, in fondo stai bene, no? pensa che c’è gente che si ammala, lotta per sopravvivere, muore…su, dai, la salute è la cosa più importante” già, vero, come se uno non lo sapesse…sembra quasi che il malessere sia un capriccio, anche se hai dei motivi e li spieghi pure, resta comunque un capriccio, senza contare il fatto che già uno sta male e in più gli si scatena il senso di colpa di soffrire senza un motivo valido, o quasi.

“….guarda se stai così non c’è altra soluzione che farti prescrivere dei farmaci, è l’unica!” no, non è l’unica, ci sono mille altre cose, a partire dal sentirsi accolti e compresi. Queste credo che siano una delle frasi più indelicate che si possano dire e non per il pregiudizio per i farmaci ma per come si ha la percezione di essere liquidati in velocità e per come si ha la sensazione che il problema venga banalizzato, senza togliere il fatto che la maggior parte delle persone dispensano consigli sul da farsi con cose che loro non farebbero mai.

“ti comprendo e capisco benissimo, ho passato anche io questi momenti e so come si sta” bene, finalmente un po’ di calore e comprensione…se non fosse che poi non scatta che maldestro tentativo di tirarti su di morale mandandoti quotidianamente video e foto dei loro figli, cani, aperitivi…apprezzo il tentativo ma sinceramente in questo momento non è quello che mi fa star bene, mi isolo, di estranio da tutto e da tutti.

Poi ci sono i “tuttologi” e i “competitivi”, che conoscono la soluzione ai problemi del mondo, ma poi non si fanno mai sentire, quelli che dopo aver ascoltato che sei disperato, ad esempio per problemi di lavoro, ti dicono subito dopo quanto bravi, soddisfatti e vincenti sono loro, ma soprattutto ci sono, e sono tanti, troppi, quelli che non ascoltano, che non ti fanno finire una frase che sentono il bisogno di parlare di loro stessi, che se tu hai due problemi, loro ne hanno cinquanta, incapaci di concentrarsi su quello che l’interlocutore ha da dire, stando in silenzio.

Tutte queste modalità le riscontro quotidianamente ma quando si sta male arrivano amplificate, ancora più odiose del solito.

La consapevolezza mi fa comprendere in maniera chiara i miei limiti e le mie difficoltà, gli input interni ed esterni si trasformano spesso in paranoia, una paranoia che entra in loop e non si ferma mai, ed è questa la cosa davvero dolorosa. I pensieri negativi si innescano uno con l’altro, sono epidemici e la percezione è che non ci sia cura a tutto questo. Non si trova mai pace, con nessuno e in nessun luogo. Depressione consapevole, sicuramente indispensabile per trovare la via d’uscita ma, d’altro canto, terribilmente dolorosa.

Impariamo tutti ad affrontare chi non sta bene emotivamente, non è facile e bisogna essere portati a farlo, bisogna dosare la comprensione senza scivolare nel compatimento (altra cosa irritante), parlare del “problema” senza parlare del “problema”, essere presenti ma nello stesso tempo proteggersi.

Una cosa è certa, impariamo a dosare le parole e soprattutto mettiamoci nei panni degli altri, sempre, perché di persone in crisi in questo momento storico ce ne sono davvero tante e, al di là di quello che si pensa, siamo tutti a rischio.

Lettera Firmata (sì, come una volta…)

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