Le maschere popolari

Il Carnevale ora è una sfilata di travestimenti e di costumi che possano far ridere o che facciano in qualche modo far sentire di “appartenere” ad una comunità che ha una passione in comune. Basta vedere i costumi che indossano i ragazzi per capire: tantissimi supereroi (da Spiderman a Ironman, passando per Hulk e Thor), qualche anime (vado per supposizione, perché non ne conosco nessuno) e qualche personaggio di Film “cult” o delle serie TV Netflix (le maschere di Dalì diventate famose per La Casa di Carta, tanti personaggi StarWars ad esempio), tanti animaletti simpatici (essenzialmente cani e gatti, ma ho visto anche una mucca) e poi personaggi esotici (ballerine di flamenco, odalische che indossavano la mascherina chirurgica prima che fosse su tutti i nostri volti, agghindatissime Frida Kahlo, Antichi romani,…).

(Immagine dal Web)

Una volta però il Carnevale era la sfilata delle maschere del teatro popolare e che, per un periodo dell’anno, diventavano quasi personaggi “normali”, accolti nella società e ancora più ascoltati. Rappresentazioni macchiettistiche e caricaturali dei vizi e dei costumi, ma anche dei “potenti”. Nello “sberleffo” verso il signorotto locale o verso la “classe dirigente”, il Carnevale svolgeva la propria funzione sociale. Da questo nascono le nostre “maschere nazionali”. Ne abbiamo tante, ne cito solo qualcuna, andando sù e giù per lo stivale. C’è Arlecchino che nasce a Bergamo ed era il servo svogliato ma furbo che si ingegnava in mille truffe e imbrogli per diventare ricco e c’è Pulcinella, nato tra i vicoli di Napoli che col primo condivide l’indole furba e truffaldina, ma con un tratto distintivo: non riesce proprio a tenere un segreto e dice sempre la verità anche se in modo strambo. Uno che indossa un vestito completamente colorato mentre l’altro uno completamente bianco, con la caratteristica mascherina nera. A Roma Meo Patacca e Rugantino erano sempre pronti ad attaccar briga, uno scontroso bullo trasteverino il primo, un gendarme il secondo, anche se comunque di estrazione popolare.
I veneziani prendevano in giro i ricchi facendoli rappresentare da Pantalone che è vestito in modo superbo, ma è di una avarizia esagerata, Bologna faceva il verso ai suoi dotti facendoli diventare dei Dottor Balanzone pedanti, vestiti con la toga e sempre pronti a metter giù citazioni dotte, anche se senza né capo né coda.
A Milano è Meneghino, a Firenze è Stenterello, a Perugia è Bartoccio, a Genova Capitan Spaventa il personaggio che in modo a volte sbruffone ed esageratamente vanaglorioso tira fuori le sue doti cercando di impressionare.
Tutti uomini?
E no, abbiamo anche Colombina e Corallina, Giacometta e Rosaura che spesso in tutto questo “carnevale” delle commedie dell’arte hanno un ruolo di primo piano come tessitrici di intrecci complicati ed esilaranti.

Tante maschere, tante storie che si intrecciano, ma un unico scopo, quello di prendersi un pò meno sul serio e capire che anche i potenti, quelli che sembrano infallibili, sono in realtà fallibili e hanno tanti e tanti vizi, oltre alle proprie virtù e – almeno per una volta all’anno – se ne può parlare tranquillamente. Con o senza maschera sul volto.

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