UN TRIONFO SU CUI MEDITARE
17 giugno, 2013   |  

Le amministrative, la prima tornata quella che non riguarda cioè capoluoghi e comuni siciliani, si è risolta in un sostanziale en plein del centro sinistra: un doppio 16-0. Sedici capoluoghi di Provincia e a Roma,  tutti i 15 Municipi più il Comune.

Un risultato che alla vigilia nessuno avrebbe osato sperare. Un PD che risorge dalle sue ceneri e riscopre tutta la sua forza e tutto il suo appeal?

Se ci limitiamo ai fatti, così sembrerebbe e per molti versi così è.

Vuol dire che il partito (con le componenti di sostegno della sinistra) ha uno zoccolo duro che non si lascia fiaccare dalle ricorrenti e cocenti delusioni. E questo è un dato positivo che ci consente di guardare senz’altro con più ottimismo al futuro.  Ma non ci esime dal fare un’analisi attenta.

C’è una differenza fra voto locale (amministrative) e voto nazionale.  Per quel che ci riguarda da vicino, il fatto è che a livello locale non valgono le scelte ideologiche (destra-sinistra, comunisti-anticomunisti, liberisti-statalisti) nelle quali siamo a torto o ragione intrappolati.

Vale la scelta delle persone, il loro valore reale o percepito, il fatto di poter chiedere conto direttamente al candidato che si sceglie.  E ciò vuol dire che in “periferia” , grazie a Dio, abbiamo rappresentanti in grado di raccogliere ampiamente questa fiducia.

Vuole perciò dire che, nonostante tutti gli acciacchi e le sclerosi centrali il PD è in grado, per le forze che sa esprimere, di potersi affermare.

Certo si dirà, il successo è anche dovuto alla forte astensione. Verissimo, ma questo significa che i competitori non riscuotono la necessaria fiducia e quindi la valutazione non cambia.

Allora perché questo eccezionale successo ci lascia ugualmente un po’ di amaro in bocca?

Perché il quadro nazionale non presenta un’analoga rappresentazione.

Perché da una vittoria annunciata siamo passati ad una quasi sconfitta numerica che poi abbiamo vissuto come sconfitta politica ritrovandoci a governare con chi avevamo giurato di non volerci alleare?

La risposta è contenuta in quanto sopra detto. Quando si vota a livello nazionale, altre sono le motivazioni al voto, dove le suggestioni, i timori suscitati ad arte,  la propaganda, il leaderismo e i mezzi profusi, riducono l’astensione, mobilitano anzi l’elettorato più passivo. Che non è il nostro.

Certo non possiamo competere in termini di risorse e strumenti di comunicazione, né il PD è in grado di accettare per sua cultura un leader “carismatico” (anche se qualcuno si propone per il ruolo).

Ma se rinunciamo, come spesso abbiamo fatto e facciamo, al capitale immateriale (idee, visione, capacità comunicativa, autentica voglia di confrontarsi con il mondo che cambia giornalmente)  e alle risorse umane che siamo in grado di esprimere, per rinchiuderci in un recinto autoreferenziale, per di più rissoso, continueremo ad assistere,  se ci va bene, a questo doppio registro: bene in periferia, male a livello nazionale.

Il messaggio implicito di questa tornata elettorale è perciò chiaro: uomini che riscuotano fiducia (quindi ricambio), concretezza, capacità di comunicazione e più che mai di decidere.  Ossia, apertura, ascolto, comprensione, ricerca , proposta e attuazione di soluzioni.

E questo si può ottenere, se lo si vuole, anche con meno soldi pubblici.




 
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