Balsas: L’emigrazione dell’essere umano
19 settembre, 2016   |  

L’emigrazione è un fenomeno connaturato nella specie umana, non è certo una novità degli ultimi decenni, ma in ogni periodo storico presenta delle caratteristiche specifiche. Ne parliamo con Maria Soledad Balsas.

María Soledad Balsas è ricercatrice presso l’Instituto Multidisciplinario de Historia y Ciencias Humanas, CONICET, Argentina. È Dottoressa di Ricerca in Scienze Sociali (Universidad de Buenos Aires). Ha conseguito il Master in Immigrati e Rifugiati. Formazione, Comunicazione e Integrazione Sociale” (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”). Si è laureata in Scienze della Comunicazione (Universidad de Buenos Aires). È autrice di “Las migraciones en los libros de texto. Tensión entre globalización y homogeneidad cultural”, Buenos Aires, Biblos, 2014 nonche’ di numerosi articoli in castigliano, inglese, italiano e galiziano. In Italia, ha collaborato con Altre Modernita’, RiMe, La Critica Sociologica, il Rapporto Italiani nel Mondo e Studi Emigrazione.

Spesso si parla di immigrazione, soprattutto quando a questa è collegata una emergenza umanitaria, come quella che attualmente stiamo vivendo per la guerra in Siria o per l’instabilità politica in Libia. Ma l’immigrazione ha ragioni storiche e non è un argomento solo italiano o europeo. Di che numeri stiamo parlando? Di quali rotte?

Nonostante gli esseri umani si siano spostati dalla sua nicchia ecologica iniziale nell’Africa sub-sahariana verso tutti gli angoli del pianeta, vi è una diffusa idea che le migrazioni siano qualcosa di relativamente recente, associate spesso alla creazione degli Stati-Nazioni. I Paesi anglo e latinoamericani risultano paradigmatici in questa immaginazione. Poi, malgrado si tenda a credere che oggigiorno i flussi migratori si siano intensificati, è ben ricordare che nel passato si sono registrati spostamenti di persone in percentuali molto più elevate riguardo a quelle attuali. Oltre alla polidirezionalità, quello che contraddistingue le migrazioni odierne non è proprio la loro numerosità ma piuttosto il loro senso politico e culturale.

La cancelliera tedesca Angela Merkel nel momento di maggior tensione alle frontiere per le fughe dalla Siria ha deciso di aprire le frontiere, suscitando anche tante polemiche in Germania ma anche in Europa. A suo parere la politica di aprire le frontiere è sbagliata?

Come si segue dalla domanda precedente, le frontiere sono molto più recenti –e artificiali- rispetto alle migrazioni. Stando alla Sua domanda, quello che ritengo sbagliato da un punto di vista giuridico, ma anche etico, è la selettività tra i rifugiati. Nell’ambito della chiusura che caratterizza la politica migratoria europea, l’apertura delle frontiere verificatasi in Germania sembra piu’ attenta ai propri bisogni di persone che presentino un livello di istruzione piu’ alto che alla garanzia dei diritti umani universalmente riconosciuti.

Parlando di persone, di individui e non di cittadini, ogni essere umano ha dei diritti, di assistenza e di salvaguardia della propria incolumità. Parliamo dei rifugiati politici? Ma non tutti gli immigrati sono rifugiati.

La sua domanda mi consente di introdurre una distinzione affatto banale che, sia per disinformazione sia per motivi ideologici, viene spesso trascurata. All’interno dello scenario mondiale delle migrazioni coesistono fenomeni diversi che, malgrado abbiano come comune denominatore lo spostamento di persone, sono spinti da situazioni differenti nonché regolati da normative specifiche. Nella Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti dei Lavoratori Migranti e delle loro famiglie, che fu adottata dalle Nazioni Unite nel 1990, vengono considerati come lavoratori migranti tutti coloro che si spostano per svolgere un’attività retribuita in uno Stato di cui non sono nazionali, senza riguardo alla qualifica professionale, né all’origine, alla destinazione né alla durata dell’attività svolta. La Convenzione sullo Statuto dei Rifugiati, sancito nel 1951 dalle Nazioni Unite riconosce come tali chiunque, a causa di fondata paura di essere perseguito per motivi di razza, di religione, di nazionalità, di appartenenza a determinato gruppo sociale oppure delle proprie opinioni politiche, si trovi al di fuori del proprio Paese e non possa, o non voglia, sottoporsi alla protezione di esso oppure tornarci. Vale a dire, l’instabilità politica in se stessa non basta. Secondo il quadro normativo internazionale, allo scopo del riconoscimento dello status di rifugiato vi deve essere un fondato timore che metta a rischio la propria vita.

Ma in una economia capitalistica, immettere una “dose massiccia” di immigrati non si rischia di bloccare il meccanismo produttivo per l’aumento dei residenti disoccupati?

Il bisogno di immettere lavoratori disposti ad accettare stipendi più bassi risulta strutturale, cronico e inevitabile nelle economie industriali moderne. Oltre che ad abbassare i costi del lavoro stesso, rende possibile che le mansioni meno gratificanti e peggio retribuite siano ricoperte. Poi, lo sviluppo del capitalismo richiede, oltre che dei lavoratori, dei consumatori, intensi anche come contribuenti.

Leggendo i suoi lavori sociologici (qui potremmo fare anche dei link per raggiungerli, se vuoi) si nota che assieme alle rotte “normali” di immigrazione, ce ne sono anche altre, dove anche le motivazioni sono diverse. Non solo sud-nord, ma anche dal nord verso il sud, non a cercare soldi e benessere, ma una nuova dimensione umana.

Secondo me, gli schemi binari servono poco a capire la complessità delle migrazioni nell’attualità. Si registrano migrazioni Sud-Nord, ma anche Sud-Sud, Nord-Nord e Nord-Sud. Per quanto riguarda queste ultime, la crisi economica e finanziaria, l’internazionalizzazione dei mercati del lavoro e dell’offerta formativa e la mobilità di pensionati contribuiscono a forgiare un panorama assai articolato che mette in crisi il senso comune ma anche, e soprattutto, le spiegazioni universali e atemporali che sottostanno a esso. A mio avviso, la sfida è quella di mettere in discussione questi schemi di pensiero per sviluppare strumenti teorici e analitici originali che diano conto di processi spazialmente e temporalmente situati. In questo senso, occorrere una maggiore esperienza di ricerca per migliorare la ancora scarsa conoscenza dei flussi Nord-Sud insieme alle loro implicazioni sociali, politiche ed economiche. A modo di esempio, secondo i dati della Banca Mondiale nel 2010 dall’Argentina si sono spostati 196 milioni di dollari in Italia in concetto di rimesse, vale a dire il 58 per cento del totale trasferito alla penisola dall’America Latina e dai Caraibi. In altre parole, quasi 6 su 10 dollari che sono entrati in Italia in qualità di rimesse provengono dal territorio argentino. Questo dato dimostra che i flussi monetari non si muovono solo in direzione Nord-Sud, come spesso si pensa, ma una considerevole quantità si sposta in senso inverso. Per quanto riguarda le motivazioni, gli affetti, la crescita personale e la ricerca di una qualità di vita migliore non sempre misurabile in termini economici evincono che i migranti odierni sono diversi da quelli del passato, sia per aspettative di vita che per caratteristiche socio-culturali. In merito, ritengo che i flussi info-comunicazionali abbiano un ruolo strategico nella configurazione e la diffusione di un habitus migratorio.

Gli immigrati spesso fuggono dalle condizioni di vita che subiscono e non solo in senso economico, anche a livello di libertà personale. Alcuni degli immigrati musulmani giungono qui anche perché oppressi nei paesi di origine e qui trovano un clima ostile. Non c’è il rischio di uno scontro tra culture, ad uno scontro di religioni?

Direi proprio di sì. Anche se non sono un’esperta in materia, avverto un’importanza crescente dei discorsi religiosi che portano a rivedere le teorie classiche sulla secolarizzazione.




 
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