Dibattito sul Partito nuovo per un buon governo
15 aprile, 2013   |  

Con lo spirito che contraddistingue Condivisione Democratica, nata proprio con l’obiettivo di rappresentare un nuovo punto di riferimento, un centro di ascolto ma, soprattutto un suggeritore di proposta politica per l’iniziativa del Partito Democratico, pubblichiamo il “manifesto” di Barca per il nuovo partito, certi che sia un importante punto di partenza di un dibattito di “ricostruzione” non solo per il PD ma per il nostro Paese.

Siamo tutti consapevoli di essere davanti ad una crisi sistemica, non solo economica ma anche di “rappresentanza” politica, che si è resa ancora più evidente con lo “tsunami” elettorale rappresentato dal M5S e dalle sue nuove modalità operative, così diverse e distanti dai partiti tradizionali. Ma, mentre lo tsunami lascia dietro di sé solo macerie, ben vengano invece proposte di “ricostruzione” come quelle del partito nuovo per un buon governo del ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca, neoiscritto al PD.

Il discredito della classe politica è sicuramente alla base della crisi dei partiti così come la necessità di nuove forme di democrazia più diretta, a partire da un’organizzazione dei cittadini sul territorio inclusiva che sia veramente aperta alla società civile e che operi con canali di ascolti moderni ed efficienti, anche digitali. Un’organizzazione che apporti energie, proposte ed idee dai territori al “centro”, facendo emergere le valenze positive “periferiche”, in grado di costituire una cinghia di trasmissione anche dal basso verso l’alto e che non costituisca un comitato elettorale usato spesso come trampolino di lancio per carriere pre-costituite o date per scontate come avviene spesso nei circoli di partito.

Grazie al massiccio utilizzo di internet e dei social media, il M5S ha messo in evidenza la capacità di individuazione/reazione verso i problemi e la velocità di diffusione della “parole d’ordine” rispetto agli apparati sclerotizzati dei partiti e dei loro riti novecenteschi, anche grazie a nuove modalità di partecipazione più dirette ed immediate.  Si pensi anche all’uso dei meetup che consente di organizzare in modo semplice incontri tra persone interessate ad un argomento in ogni città o parte del mondo, rispetto alla modalità con cui lavorano tradizionalmente i circoli. Pur con i limiti che vediamo in questi strumenti di  democrazia diretta, emerge una grande richiesta di  “ascolto”, di partecipazione della società civile che vuole essere sempre meno filtrata dalla “casta sacerdotale” politica con l’obiettivo di addivenire a soluzioni rapide ed efficienti dei problemi dei cittadini, che dovrebbe essere il vero obiettivo della Politica.

La novità del XXI secolo è sicuramente costituita dalle tecnologie abilitanti l’ “intelligenza collettiva” , in grado di recepire rapidamente issues ed istanze dalla società civile, tenendo in conto le diverse opinioni di tutti gli “stakeholders” pubblici e privati e reperendo competenze variamente distribuite, anche se qui si potrebbe aprire un confronto tra i diversi modelli di democrazia diretta.

Restano comunque i problemi relativi alla sintesi ed alla elaborazione delle proposte, ma, soprattutto alle modalità decisionali. La rete può aiutare la partecipazione ma non può sostituirsi alla democrazia rappresentativa, legittimata dal voto dei cittadini e il cui luogo finale deputato al confronto è il Parlamento.

Insomma, la rete non è la soluzione ma può costituire uno degli strumenti; spesso il M5S scambia i mezzi con i fini e, pur nella durezza delle sue posizioni e nella giustezza delle sue critiche e rivendicazioni, restano aperti tutti gli interrogativi sulle regole e l’organizzazione di un partito nuovo, esplicitati da Barca nel suo documento. Ma occorre evidenziare che anche Bersani sta ponendo giustamente, la necessità di aprire un dibattito sulla forma democratica e la trasparenza dei partiti nella formazione delle scelte e delle decisioni.

Per ciò che attiene invece alla dimensione più propriamente storico-politica, il problema è che in Italia andrebbe chiuso definitivamente il capitolo del Novecento con le sue lacerazioni ed ideologie che, nonostante tutto, non riusciamo a superare. La famigerata “seconda” repubblica, poi non così diversa dalla “prima”, ha infatti rappresentato solo un modo di congelare e procastinare per altri venti anni all’indomani del 1989 e di Tangentopoli, tutta una serie di problemi che si sono incancreniti ed adesso sono venuti al pettine.

Dal punto di vista economico, il compromesso tra capitale e lavoro, sviluppatosi dopo la II guerra mondiale con le teorie keynesiane germogliate all’indomani della crisi del 1929, si è incrinato sotto il peso delle politiche liberiste degli anni ‘80 del Novecento e, definitivamente rotto sotto il peso della crisi prima finanziaria e poi economica e sociale partita nel 2007. Si è rotto il sistema nei cui ingranaggi erano funzionali partiti, sindacati ed istituzioni.  Un modello sociale che ha garantito pace e stabilità per mezzo secolo ed in cui i partiti erano sostanzialmente degli organizzatori del consenso nell’ambito di un equilibrio precostituito, costituendo una sorta di corporativismo democratico. Non essendo più necessari dei “garanti” di un compromesso ormai inesistente, si pone un problema di superamento di un modello che non riguarda però solo i partiti ma le istituzioni stesse e chiama in causa anche il modello di capitalismo, di sviluppo economico e di governance transnazionale.

Sembra pertanto molto pertinente ed interessante la “sperimentazione” democratica di cui parla Barca nel suo documento come superamento delle soluzioni “socialdemocratiche” e “minimaliste” che, guarda caso, hanno costituito i due paradigmi della seconda metà del Novecento, condividendo anche alcune soluzioni tecnocratiche per prendere “decisioni necessarie nel pubblico interesse”.

La “mobilitazione cognitiva”, supportata dalle piattaforme tecnologie che il XXI secolo ci ha reso disponibili, è uno sbocco interessante della forma partito, fermo restando le problematiche che attengono alle regole ed all’organizzazione da lui evidenziate, coerentemente ai convincimenti di un partito di sinistra esplicitati nell’addendum al documento.

La crisi di rappresentatività deve pertanto essere risolta anche in seno alle istituzioni, a partire da una seria riforma dello Stato, delle Istituzioni e dell’intero apparato burocratico. Insomma bisogna capire chi sarà il chirurgo che dividerà i “gemelli siamesi” (Stato-arcaico e Partiti Stato-centrici) come definiti da Barca, visto che fino ad oggi il sistema è risultato essere non riformabile. Sicuramente quello di un partito nuovo è un punto interessante e da approfondire con un serio dibattito anche se costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente. E’ sicuramente un atto di buona volontà in seno al Partito Democratico anche se il dibattito dovrebbe investire tutti i partiti e le istituzioni stesse. Ma intanto partiamo da qua.

Nel proporvi il documento  vi invitiamo anche a contribuire al dibattito nello spazio Condividi dedicato ai lettori.

 

http://www.partitodemocratico.it/doc/253028/un-partito-nuovo-per-un-buon-governo.htm

 




 
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