“Diritti” per esistere
8 gennaio, 2013   |  

Nella Carta degli Intenti del PD c’è quella che si potrebbe definire l’ossatura del programma di governo del centro-sinistra. Bersani nel suo programma per le primarie legge la carta di intenti e ne estrae 10 parole. Una di queste è “Diritti”. Ad indicare il fatto che i cittadini hanno diritti e non favori dallo Stato, che ne possano pretendere il rispetto.

I mass media hanno voluto appiattire questo discorso sui diritti individuali e più segnatamente sui diritti per le coppie di fatto e i gay. Una banalizzazione che non vede tutto quello che c’è dentro la parola “Diritti”.

Ne parlo con due ragazze, Federica e Diana, che ho conosciuto da poco e che con naturalezza e spontaneità mi hanno detto che “stanno assieme” da un anno.

Giorgio: La cosa che meno capisco è questa insistenza sul matrimonio gay, come se fosse l’unico diritto negato a delle persone che, semplicemente, ne amano un’altra. Nella costituzione, scritta nel 1948, si può leggere che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”, ma è veramente così?

Federica: Beh, un po’ mi viene da ridere, perché nero su bianco c’è scritto che mi si dovrebbe permettere di partecipare all’organizzazione del Paese in tutti i sensi, ma la realtà è ben diversa.  Ogni giorno, in ufficio, mi trovo in un ambiente dove devo far credere di essere diversa da quella che sono. Un ambiente quasi esclusivamente maschile dove già normalmente le donne sono considerate meno, in più io vivo una vita nell’ombra: non posso mostrare le foto delle mie vacanze, non sono libera di invitare la mia ragazza a una cena aziendale, come fanno i miei colleghi con le proprie fidanzate o mogli, o cose simili. Non solo non partecipo, ma mi devo quasi nascondere. E recitare la parte della zitella, come crede mia zia, se non con tutti, con la maggior parte delle persone con le quali lavoro, o peggio, far finta di stare con un uomo.

Giorgio: Certo così, come dire, tu nel mondo quotidiano vieni accettata solo se rientri nel canone della “normalità”.

Federica: Sì, proprio così. Forse la “normalità” avrebbe un senso diverso se “il cambiamento” avvenisse all’interno di ogni nucleo familiare, se ci fosse più  apertura e informazione alle tematiche omosessuali fin da piccoli, e se poi, da grandi, ognuno di noi capisse che ha a che fare giorno per giorno con persone omosessuali e nemmeno se ne rende conto.

Può sembrare banale, ma il concetto di “normalità” è radicato in noi fin da bambini. Dipende da come si “viene cresciuti” e, di conseguenza, da come ci si rapporta con l’esterno. I miei genitori mi hanno in qualche modo educato alla diversità. Ma il mio percorso alla “scoperta di me stessa” l’ho fatto per la maggior parte da sola. Però forse questo cambiamento di “normalità” può avere anche strade diverse: con una risposta “dall’alto”. Credo che chi ci governa debba fare un passo concreto, così che la gente possa dire: “Guardate, questa cosa adesso si può fare per legge! Allora forse non è un abominio!”.

Giorgio: In questo hai proprio ragione. Siamo così abituati all’idea che la legge sia disattesa da non rendercene nemmeno conto. Si può fare una legge che può scongiurare quello che io penso sia un’ostacolo per le coppie omosessuali, cioè l’essere “tollerate”, considerate, se non proprio un corpo estraneo alla società, un fatto privato, da regolare da soli senza tutele. Proprio come era per i figli “illegittimi” prima della riforma voluta dall’allora Ministro per la Famiglia Rosy Bindi.

 

Federica: Se la legge non anticipa, il cambiamento della società spetta a quelle persone che hanno deciso di venire fuori, dare visibilità della propria situazione personale, fare coming out in buona sostanza. Ma non è così facile. In fondo io stessa “lo dico” solo alle persone cui sento di poterlo dire.

Diana: In effetti ne possiamo fare una questione idealistica,ci possiamo appellare alla costituzione, o ai diritti, ma fatto sta che se ancora nel 2012 stiamo parlando del “caso omosessualità”, del fatto che è una condizione da tollerare, questo vuol dire che la società civile ha fallito. In fondo sarebbe semplice: io come cittadino svolgo il mio lavoro e pago le tasse, perché lo stato non dovrebbe garantirmi gli stessi diritti di un altro cittadino? Perché il mio orientamento sessuale deve essere considerato inferiore, una condizione invalidante rispetto alla società? Per me è un mistero.

 

Giorgio: Il fatto di poter vivere pubblicamente la propria esistenza, di avere la piena cittadinanza, la legittimità di vivere il proprio rapporto di coppia richiede un cambiamento di mentalità, di sensibilità. E su questo piano non si fronteggiano cattolici oltranzisti e omosessuali, ma cittadini e basta. Forse da una parte quelli che hanno paura del cambiamento e dall’altra chi non ne ha. E questo cambiamento di mentalità  può passare anche attraverso la legislazione, cioè può iniziare con la legislazione. Così come è stato in passato per il divorzio.

In quella occasione c’erano persone che avevano paura del fatto che il divorzio minasse alla base l’istituto del matrimonio e che questo disfacesse la famiglia, gli affetti familiari e c’erano persone che non avevano queste paure o, forse meglio, che avevano paure diverse.

Fino alla legge del divorzio erano moltissime le “famiglie divise” che vivevano in uno stato di “ricatto legale” (c’era l’abbandono del tetto coniugale) ed altre, tante formate dalla divisione delle prime, che vivevano in uno stato di “more uxorio”, di concubinaggio. Persone “guardate male” per aver lasciato il marito o la moglie, altre “guardate male” perché stavano con un uomo sposato o con una donna sposata. Anche personaggi importanti.

La legge ha fatto sì che queste situazioni venissero fuori, alla luce del sole. Certo prima che la società si trasformi ci sono “tempi di adattamento”. Al momento dell’approvazione della legge fu contestata da molte manifestazioni, ma al referendum che si tenne per abrogarla, ci fu un “NO” convinto. Perché nel frattempo la sensibilità nella società era cambiata.

Come dicevi tu: la società civile ha fallito. La politica buona è quella che pensa a cosa fare non solo a raccogliere il voto.

 

Diana: In effetti è vero. Ma vedi caro Giorgio, il pregiudizio è forte. Io sono una lesbica cristiana praticante e posso affermare con certezza che, dopo più di dieci anni di lotte personali per farmi accettare ,  il bigottismo cattolico non mi fa più paura, ma è lo stato laico che ancora si interroga se sia giusto garantire determinati diritti personali. Mi piace pensare che una legge possa determinare il cambiamento o iniziarlo ma lanciata così, senza essere accompagnata da una reale conoscenza della tematica, farà contenti solo le tante persone che finalmente vedranno riconosciuti i propri diritti ma nel quotidiano è da vedere cosa succederà.

 

Giorgio: Quello che diceva anche Federica prima riguardo alla quotidianità negata, ridotta al silenzio o ad essere nascosta mi ha colpito molto. Mi ha colpito quanto la società possa essere, nel suo insieme, così miope, così intollerante da non comprendere quanto male riesca a fare.

Si è sempre detto che l’anonimato che assicura una grande città permette di essere più “se stessi”. Ma a Roma negli ultimi anni i casi di omofobia sono decisamente aumentati. E’ una cosa che senti?

 

Federica: Si, è un disagio che sento anche nel mio vissuto quotidiano. La mia normalità nel privato l’ho già ottenuta, passo dopo passo, con difficoltà immense a volte. Ma l’ho ottenuta: quando i miei genitori mi hanno “accettata” e compresa…e amata, anche dopo “aver saputo”(come dovrebbero fare tutti i genitori)…quando le mie sorelle parlano dei propri ragazzi e poi fanno i paragoni con la mia ragazza perché la mia storia “è equivalente” alla loro…quando mia madre mi chiama al telefono e manda i saluti alla mia ragazza, e si preoccupa per me e per lei, e sa perfettamente che lei è la mia compagna e non “un’amica”… quando persone che conosco da poco mi dimostrano che niente è cambiato dopo “averlo saputo”, anzi quasi quasi è migliorata è segno che la mia normalità nel privato l’ho già ottenuta. Adesso voglio “la mia normalità” anche pubblicamente!




 
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