E ORA CHE SI FA?
4 marzo, 2013   |  

Già, ora che si fa?  Quali sono le prossime mosse?  Quali le opzioni possibili per dare un Governo al nostro disgraziato Paese?

Il pallino è nelle mani del nostro mai abbastanza lodato Giorgio Napolitano.

Sta a lui, sentite le forze politiche uscite indenni dal voto, attribuire l’incarico di formare un Governo.

La prassi vuole che esso sia affidato alla coalizione vincente (si fa per dire), ossia al leader PD. Se questo è lo scenario, almeno iniziale, quali opzioni ha davanti a sé Bersani?

Sicuramente non quella di una soluzione che possa reggere la durata di una legislatura. Una soluzione tampone, quindi, che realizzi alcuni passaggi normativi indispensabili e alcuni interventi che evitino la bancarotta economica e sociale, per poi affidare di nuovo agli italiani il compito di fare delle scelte un po’ più oculate.

Un governo, perciò, necessariamente a tempo ed un governo la cui maggioranza è tutta da scoprire.

Dalle sue recentissime dichiarazioni sembra che Napolitano escluda la possibilità di un governo di minoranza. Non siamo esperti costituzionalisti, ma non ci sembra che l’ipotesi sia tale da doversi escludere a priori.

Prendendo a prestito la citazione di Pietro Ignazi  (articolo su Repubblica del 28 febbraio) i 2/3 dei governi nei Paesi scandinavi sono stati di minoranza. Percentuale a parte, frequenti casi analoghi hanno interessato il Canada, la Nuova Zelanda, l’Olanda, perfino la Spagna (primi governi Aznar e Zapatero).  Pur con le nostre (sempre citate) specificità non si capirebbe perché non sarebbe possibile da noi.

E allora vediamo le opzioni sul tavolo, perché l’unico governo a maggioranza numerica stabile è anche  l’unico che appare assolutamente improponibile: quello PD-PDL.

Il logico risultato: disintegrazione del PD, trionfo di Grillo (non chiede altro), disastro del Paese.

La soluzione allora sembrerebbe, sulla carta, obbligata. Raccolto un eventuale appoggio della pattuglia dei montiani – sempre a tempo e su obiettivi specifici e limitati – non resta, sugli stessi obiettivi, che puntare sulle falangi grilliane.

Le quali non accetteranno mai un accordo di governo ma possono essere stanate presentando, com’è intenzione di Bersani, un programma di pochi punti qualificanti sui quali, pena la negazione dei loro stessi obiettivi, non possano dire di no. Realizzato il quale si fissano nuove elezioni. Non domani, ma in tempi brevi, alcuni mesi.

Facile a dirsi, non altrettanto a realizzarsi. Tre sono gli ostacoli su questo cammino.

Il primo è lo stesso Grillo, in cui prevalgono ancora risentimenti, revanchismo, calcoli di ulteriore crescita da una situazione di “tanto peggio tanto meglio”.

Un secondo viene dai suoi eletti, molti dei quali si considerano investiti di una missione di distruzione rigenerativa, dalla quale appunto far nascere miracolosamente un nuovo Paese e una nuova classe politica. Ingenuità pericolosissima, ma di cui occorre tener conto nell’avviarsi su questa strada.

Un terzo ostacolo, infine, è rappresentato dai differenti regolamenti parlamentari. Un’astensione dei grillini alla Camera non causerebbe danni, vista la autonoma maggioranza PD; la stessa scelta al Senato equivale ad un voto contrario, per cui si pone per loro un grosso problema di coerenza.

Un’ipotesi alternativa, alquanto suggestiva, che veda la luce solo in caso di fallimento della prima è quella di ribaltare le posizioni. Incarico a Grillo (o chi per lui) garantendogli l’appoggio PD sempre a tempo, sulla base di un analogo programma condiviso. Dura da mandar giù, ma in tal modo gli si toglierebbe qualsiasi alibi e ogni opportunità speculativa sulle future elezioni.

E se non passasse, né l’una né l’altra?

Non resta che il piano B o se vogliamo un’ipotesi C.

Un nuovo Governo del Presidente, con soggetti totalmente terzi rispetto ai partiti, che abbia essenzialmente il compito di dar respiro all’economia e di fare quelle indispensabili riforme per le quali esiste una consistente maggioranza potenziale. Maggioranza che non trova modo di manifestarsi in termini formalmente istituzionali.

Da quanto detto sembra chiaro che dalle ipotesi A, B e C resta fuori (deve restare fuori) il PDL.  Nella prima, per evitare la rivolta dell’intera base del PD.  Nelle altre due perché oggettivamente non ci può essere alcuna convergenza sugli obiettivi, non ammettendo  la situazione  alcun compromesso al ribasso (o, volgarmente, inciucio).

La palla, Napolitano permettendo, sta a Bersani.  Ha sbagliato (tutto il PD, non solo lui) la partita, ma ha a disposizione i tempi supplementari.  Riuscirà a realizzare un golden goal?  Sì, se avrà l’appoggio responsabile e unanime del partito.

E’ quello che ci aspettiamo, mentre dovremo dare inizio ad una partita parallela: la “rifondazione” del PD.

Parallela, ossia contestuale. Non a seguito di un’ eventuale, tragica sconfitta.

 




 
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