IL PD E IL CAVALIERE
10 maggio, 2013   |  

Come ogni iscritto, elettore o simpatizzante PD anche noi siamo ancora sotto shock per tutto quanto avvenuto dopo il disgraziato esito delle elezioni di febbraio.

Il lungo, inutile e al tempo stesso poco convinto,  indugiare nel tentativo di “convertire” i grillini, la ferrea determinazione, quotidianamente ribadita, del “mai con il PDL”, l’ improvvisa inversione di rotta con la proposta di Marini a Presidente della Repubblica, la successiva giravolta verso l’originale percorso proponendo Prodi, il “tradimento” di 101 parlamentari – tutt’ora ignoti – la rielezione di Napolitano, la costituzione di un governo con l’”incompatibile” PDL,  la presenza in esso di soggetti  impresentabili specie fra i vice ministri e i sottosegretari, le avance sempre più  arroganti  e il sostanziale padrinato di Berlusconi, la sacrosanta rivolta dei giovani (Occupypd), la rabbia e la frustrazione della gran parte dell’elettorato, il dilaniarsi della classe dirigente …..

Troppo, veramente troppo, anche per gli animi più saldi e gli stomaci più forti.

Nella giornata di sabato si spera che l’Assemblea nazionale riesca  a garantire,  con il segretario pro-tempore/ traghettatore,  quel minimo di convergenza di intenti indispensabile a superare senza danni irreversibili il drammatico momento. Ma che sia una scelta  senza unanimità di facciata, al termine di un confronto  e di un voto che faccia emergere alla luce del sole una maggioranza e una o più minoranze con le loro motivazioni, impegnate però a rispettare le decisioni assunte.

Già, quali decisioni assumere, quale ruolo per il partito?  Quale atteggiamento nei confronti del governo?  Quale politica pretendere dallo stesso?  Quale comportamento nei confronti dello sgradito partner e, soprattutto, quale comportamento nei confronti del suo leader?

Quest’ultimo è forse il punto cruciale. L’intollerabilità di una collaborazione innaturale, sia pure necessitata, non è tanto (e pure lo è) fra un partito di destra e uno di sinistra, quanto fra il partito di sinistra e il padrone del partito di destra.

Che approfittando del nostro stato confusionale, detta legge, impone la sua agenda e i suoi uomini nei posti chiave, quelli che presidiano i suoi interessi personali. Che un giorno si atteggia a statista, che invoca una “pacificazione” che significa solo l’omologazione della sua profonda anomalia,  che pretende – lui, eversore quotidiano della Costituzione – di presiedere la “Convenzione” per le modifiche (stravolgimenti) della stessa, salvo affondarla non appena realizzata l’impossibilità di presiederla. Che, è di oggi, dopo la condanna  ribadita in appello convoca ancora una volta la piazza e, con un occhio ai sondaggi dichiara “ci teniamo il Porcellum”.

Il Paese ha molte emergenze, in realtà molti problemi strutturali, ma la più grande è proprio lui, l’uomo di Arcore.Ma allora vogliamo prendere di petto una volta per tutte il problema, anche se consapevoli di scatenare un immancabile putiferio?

Un leader di partito di governo, con una condanna  confermata di frode fiscale, altri processi pendenti, può continuare a stare in Parlamento o esservi rieletto?

Grillo parla di una proposta di legge per l’incandidabilità (ha sempre tuonato contro la presenza in Parlamento di persone con condanne).  Se si decide a farla presentare ai suoi, che cosa fa il PD?

Si trincera dietro il senso di responsabilità verso il Paese?  Fa suo il concetto che il consenso popolare per ampio che sia prevale sulla legge, sull’ordinamento, sulla Costituzione? O continua a trovare il comodo quanto sin qui inefficace principio che l’avversario va battuto con il voto e non per un intervento della magistratura? E soprattutto convenire che questa sia ancora una volta impunemente dichiarata “rossa” e sovversiva?

Sono domande pesanti, come pesanti sono le conseguenze delle risposte.  Ne va del partito, ma soprattutto ne va del Paese.




 
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