INCONTRO CON GUIDO VITIELLO
20 giugno, 2014   |  


Guido Vitiello insegna Teorie del cinema e dell’audiovisivo alla Sapienza.
Ha scritto: Il testimone immaginario. Auschwitz, il cinema e la cultura pop (Ipermedium 2011); Ha visto il montaggio analogico? Ovvero dieci capolavori misconosciuti del cinema italiano minore scelti per la rieducazione del cinefilo snob (Lavieri 2011 – con Andrea Pergolari); La commedia dell’innocenza. Una congettura sulla detective story (Luca Sossella 2008); Dall’LSD alla Realtà Virtuale. L’esperienza mistica nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (Lavieri 2007); Una stagione all’inferno. Hans-Jürgen Syberberg e la questione della colpa nel cinema tedesco (Ipermedium 2007). Ha curato il volume In nome della legge. La giustizia nel cinema italiano (Rubbettino 2013) e, con Luca Bifulco, Sociologi della comunicazione. Un’antologia di studi sui media (Ipermedium 2004). 
 Collabora con il Corriere della Sera, Il Foglio, Internazionale e Il Sole24Ore. Il suo blog è UnPopperUno (www.unpopperuno.com).

 

 

1) Se potesse descrivere il nostro Paese in poche righe, inizierebbe dicendo che…

Direi che l’Italia è il luogo di un vasto esperimento a cielo aperto, e che buona parte di quelle che chiamiamo “anomalie” italiane – la lunga lista di cose che sarebbero impensabili altrove – sembrano indicare, al tempo stesso, il passato di una storia nazionale fitta di deviazioni, arretratezze, zavorre, procrastinazioni, elusioni, appuntamenti mancati e nodi irrisolti, e un possibile avvenire che ha inquietanti tratti fantascientifici e distopici. Arcaismo e futurismo. In nessun ambito lo si osserva più chiaramente che nell’amministrazione della giustizia, e dello spettacolo della giustizia.

 

2) Cosa pensa del governo Renzi? Sente di condividere il suo entusiasmo e la speranza di rinascita?

No, non sento di condividerlo: direi, più correttamente, che lo condivido senza sentirlo. La forza d’inerzia che trattiene questo paese è tale che, per paradosso, è il realismo (se non addirittura il cinismo) a imporre di essere entusiasti, di mostrarsi entusiasti, di operare da entusiasti, ossia di fare “come se” cambiamenti epocali fossero davvero possibili o imminenti. È una finzione, ma una finzione necessaria. Qui chi parte realista finisce fagocitato dalla palude prima ancora di accorgersene.

 

 

3) C’è secondo Lei ancora spazio per le ideologie? Oppure dobbiamo abituarci a ragionare solo in termini di individuazione e risoluzione dei problemi oggettivi del nostro Paese?

Dipende da che cosa s’intende per ideologie. La parola è ambigua e si presta a molti sofismi. Una politica puramente “pragmatica” non esiste in natura, e delle idee ispiratrici (che siano esplicitate o meno) ci sono sempre, inevitabilmente. Questo non vuol dire, come vorrebbe qualcuno – specie tra quanti si sbracciano contro quel fantasma chiamato “pensiero unico neoliberale” – che le idee guida di una politica riformista (è un termine che non mi piace, ma non mi viene in mente di meglio) siano assimilabili ai dottrinarismi del secolo scorso. Il problema delle ideologie, di tutte le ideologie come di tutte le idee, è quando negano o distorcono i dati di fatto per salvare la faccia alla teoria. E allora il vero scontro non è più tra pragmatismo e idealità; è tra osservazione delle cose e cecità deliberata.

 

4) Lei è docente universitario. Quali umori avverte tra i Suoi ragazzi? Quali atteggiamenti percepisce tra gli studenti?

Diciamo che oscillano tra l’entusiasmo e la disperazione; ma non perché siano ciclotimici o maniaco-depressivi! Il passaggio da uno stato all’altro ha uno spartiacque netto: il momento in cui fanno il primo incontro con il mondo del lavoro, o più in generale con il mondo là fuori.

 

5) Rimanendo alla Sua professione, cosa può rappresentare il Cinema oggi? Può ancora offrire un contributo allo sviluppo socioculturale del nostro Paese? Ha conservato la sua forza di raccontare la nostra quotidianità aiutandola a migliorare?

Non credo che contribuire allo sviluppo socioculturale del paese sia il compito del cinema, e quasi fatalmente chi si assegna questo compito finisce per fare brutti film.  Quanto alla capacità di raccontare la quotidianità, è stata la grande forza della commedia per alcuni decenni. Film che descrivevano e interpretavano la realtà italiana senza intonazioni pedagogiche, che affrontavano anche temi terribili avendo l’aria di parlar d’altro, e che soprattutto – “dettaglio” che troppo spesso si tende a trascurare – avevano un pubblico. Tutto questo è andato pressoché perduto, e non saranno certo i gloriosi exploit di qualche opera di “cinema civile” (qualunque cosa s’intenda) a cambiare le cose. Ma il discorso ci porterebbe lontano, e s’intreccerebbe a molti altri discorsi: meglio lasciarlo in sospeso.

 




 
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