INCONTRO CON IL PROF. ALBERTO MATTIACCI
23 novembre, 2014   |  

Alberto Mattiacci è Professore Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese alla Sapienza di Roma, presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale.

E’ Direttore Scientifico dell’Eurispes, Segretario Generale della Società Italiana Marketing (SIM), Referente scientifico per l’Area Marketing del Knowledge Center della Luiss Business School e visiting professor presso la Villanova Business School.

Ha pubblicato oltre 50 lavori di analisi scientifica, ultimo dei quali è “Marketing – Il management orientato al mercato”, con A.Pastore per Ulrico Hoepli Editore, Milano, 2013.

I suoi interessi scientifici riguardano l’economia dell’impresa, con particolare attenzione agli scambi di mercato consumer. Concentra la propria attenzione verso alcuni ambiti settoriali, quali produzioni vinicole e agroalimentari di qualità, televisione, musica e media: è appassionato di competizione politica.

Seguendo questa passione ha scritto nel 2013 un divertissement “Ve lo do io il marcheting!” per Fausto Lupetti. Il libro, che ha riscosso uno straordinario successo nella sua versione e-book, analizza, con l’arma della fantasia e dell’ironia, la storia ed il percorso del Movimento 5 Stelle. I risultati sono sorprendenti e illuminanti…

Lo abbiamo incontrato tra i suoi numerosi impegni professionali. E per questo gli siamo molto grati.

 

Prof. Mattiacci, se potesse descrivere il nostro Paese in poche righe, inizierebbe dicendo che…

È un piccolo pezzo di terra baciato dalla fortuna: il corpo steso in mezzo a un mare da sempre affollatissimo e con la testa appoggiata sul continente più interessante del mondo, da sempre al centro della storia, popolato da gente che da centosessant’anni è pervicacemente impegnato a resistere all’unificazione politica che gli è stata imposta.

 

Cosa pensa del governo Renzi? Sente di condividere il suo entusiasmo, la speranza di rinascita che intende esprimere al Paese?

Discorso lungo che si può affrontare da mille ottiche differenti. Facciamo un semplice percorso logico a imbuto rovesciato, partendo dal particolare per poi giungere al generale. Il particolare è lui. Sono personalmente convinto della sua profonda onestà intellettuale: è una persona che crede in quel che dice e in quel che fa. Sono ammirato dal suo coraggio: è uno che da sempre ci ha messo la faccia e ogni volta mette in gioco tutta la posta conquistata. Temo il suo naturale provincialismo toscano, ma confido che sia capace di uscirne –e presto: i toscani sono ambiziosi e attenti alla qualità, orgogliosi e sfidanti, ma credono che il mondo civile sia tutto confinato in una mattonella del loro pavimento di casa. I toscani sono ruvidi e diretti: non mi piace talvolta il tono di certe affermazioni irriguardose che usa, ma so che viene dall’istinto verbale toscano, che è sovente senza filtri. Non mi piacciono certe ipersemplificazioni che compie e anche certe idee che ha, però non sono certo di avere ragione io. Ho la sensazione che si sia dato delle tappe: siamo ancora nella tappa in cui servono di più i fidati, verrà quella in cui ci sarà spazio per i competenti. Alla visione ci pensa lui.

Condivido molto della sua visione positiva. Quando ho sentito il suo discorso post-primarie vinte, sono rimasto sbalordito: lo avrei potuto scrivere io se fossi stato al posto suo. Credo che questo Paese abbia un grande futuro, che alcuni debbano essere generosi e farsi da parte, soprattutto coloro i quali sono ancora coi piedi in un Novecento che ormai è chiaro a tutti (spero) che è morto e sepolto. Io sono abituato, per mestiere e carattere, a pensare usando prevalentemente il tempo verbale del futuro: il passato m’interessa all’interno di un metodo di lavoro, non come obiettivo nostalgico. Credo che su questo la pensiamo allo stesso modo.

Sul suo governo sono molto perplesso, innanzitutto antropologicamente: c’è moltissima gente che vorrei vedere fuori dalla politica e magari anche lontanissimo dal nostro paese. Spero che si vada a votare presto per toglierli di mezzo. L’azione del governo è figlia della sua antropologia.

 

Assistiamo frequentemente a scontri dialettici tra mondi e personaggi della Sinistra che sembrano ormai appartenere a categorie diverse. C’è secondo Lei ancora spazio per ideologie e radici culturali? Oppure dobbiamo abituarci a ragionare solo in termini di individuazione e risoluzione dei problemi oggettivi del nostro Paese?

La politica post-ideologica è ancora uno status che dobbiamo raggiungere: nel breve termine ha portato una perdita di spessore dell’elaborazione intellettuale del pensiero politico e una visione particolaristica dell’azione politica. Un partito senza scontri interni alle forze che la muovono non è politica, come il caso di Berlusconi insegna, ma coalizione d’affari. Quindi ben vengano i conflitti (insanabili) e i crudeli giochi di opposizione che vediamo nel Pd, magari lo aiuteranno a diventare un partito: la politica è lotta per il potere, innanzitutto e ben venga. Il rischio più grande che vedo non è questo degli scontri dialettici, ma il fatto che avvengano sempre fra gli stessi personaggi e che i criteri di apertura, selezione e formazione delle classi dirigenti del paese premino troppo spesso aspetti che non porteranno il Paese fuori dal guado.

Le ideologie rinasceranno presto, perché l’uomo è un animale che ha bisogno di valori per motivarsi e presto ne sceglierà di nuovi: la mera risoluzione dei problemi alla lunga deprime la motivazione. Senza affiancarvi un sogno da realizzare non compone politica. Ci arriveremo di nuovo, sono ceto, e anche presto.

 

Lei è docente universitario. I Suoi studenti hanno contribuito alla realizzazione del Suo libro “Ve lo do io il marcheting”, di cui parleremo più avanti. Oltre a questo,  quali umori avverte tra i Suoi ragazzi? Quali atteggiamenti percepisce tra gli studenti rispetto alla situazione del nostro Paese?

Tre su tutti: (1) una diffusa inconsapevolezza (non voglio dire ignoranza per delicatezza) della natura dei temi sul tappeto: ad esempio ci si è resi conto che l’euro è una moneta politica e non economica? E delle conseguenze che ciò ha/avrà?; (2) una sfiducia sottile, latente e pervasiva, soprattutto su loro stessi; (3) la scarsa voglia di lottare e un attendismo passivo.

25 anni di appiattimento culturale hanno lasciato un segno profondo: questi ragazzi sono figli di famiglie senza letture: no libri in casa, no giornali … cosa possiamo attenderci se non una triste rassegnazione a un destino che non si comprende? Se non si legge, lo voglio dire con grande durezza, ci si disabitua al pensiero complesso, all’analisi creativa, insomma, si diventa cretini, . E ai cretini la sorte non ha mai arriso.

 

Rimanendo alla Sua professione, Lei manifesta, frequentemente, l’esigenza di sensibilizzare i Suoi studenti e l’opinione pubblica circa il vero valore del Marketing, spesso e comunemente individuato come un’insieme di tecniche utilizzate solo per scopi persuasivi e/o subliminali. Cosa può rappresentare invece una giusta applicazione dei suoi principi? Può offrire un contributo allo sviluppo socioculturale del nostro Paese? Può aiutare a migliorare la nostra quotidianità, allontanandoci dalle logiche del consumismo più esasperato?

Marketing è un termine che ha fatto il suo tempo. Decenni di consumismo all’americana, in un contesto socioculturale europeo, ne hanno forgiato in chiave negativa il percepito comune. Io aborro il termine consumatore, detesto certi termini tecnici all’americana come target, strategia ecc.. tutta roba figlia di un passato che vorrei chiudere senza rimpianto.

Credo molto nel ruolo sociale dell’impresa: è l’impresa privata il motore del progresso futuro del Paese, non solo economico. Ma un’impresa per sopravvivere deve saper fare mercato, non solo prodotti. Ecco ciò su cui io lavoro, sul fare mercato. Per farlo occorre essere economisti e sociologi, psicologi e statistici, curiosi e anticonformisti: è una gran fatica ma piacevole.

 

E la politica? Come potrebbe beneficiare degli strumenti valoriali del Marketing?

Come scrivo nel mio libretto, il punto in comune è la necessità di conquistare la scelta, libera e volontaria, di qualcuno. Sia un compratore o un elettore. Di qui credo che l’apparato concettuale sviluppato dal marketing per fare mercato sia ottimamente fungibile: vedere dove altri guardano, partire dalla domanda e dalle sue istanze, conoscere le convenzioni di mercato per poi romperle, e via dicendo. Servono anche e molto alcune metodiche di comunicazione e branding

 

Il Suo “Ve lo do io il marcheting” ci ha molto colpito. Invitando i nostri lettori alla scoperta di questo sorprendente viaggio, e quindi evitando di svelarne la trama, ci conferma le Sue sensazioni e suggestioni sul Movimento Cinque Stelle, a distanza di alcuni mesi dall’uscita del libro?

Sinteticamente: M5S all’inizio è stato un progetto desk, molto ben fatto, che viveva di un presupposto: c’è un canovaccio narrativo che verrà applicato dagli attori. Nessun attore diverrà mai protagonista, né improvviserà. Il canovaccio e le sue evoluzioni è su tutto.

Invece sono arrivate le persone: il progetto secondo me non prevedeva altri nomi celebri se non Grillo e Casaleggio, ma è andata male. DI qui a sequenza di errori, dovuti tutti al fatto che il M5S si è trovato stretto fra due fuochi: il conflitto interno al movimento per le ragioni appena dette; l’incapacità di fare politica attiva in Parlamento per ignoranza del diritto e di meccanismi parlamentari.

Continuano a sbagliare mosse e tempi. Se io fossi stato Grillo & C avrei invece puntato sulle europee facendo una pianificazione guerrigliera dell’azione politica. Avrei lanciato prima delle europee tre battaglie:

(i)                 referendum per l’uscita dall’Euro

(ii)               proposta id legge per la cancellazione del canone rai

(iii)             proposta di legge per l’abolizione del finanziamento alle scuole private

Avrebbero messo all’angolo tante persone, suscitato entusiasmi nel Paese, raccolto voti, pura sapendo benissimo che si tratta di provvedimenti non realizzabili. Invece hanno perso tempo e ora Renzi gli scava la fossa. A meno che …

 

Qui il discorso si farebbe lungo… Il Prof. Mattiacci, che ringraziamo nuovamente per aver accolto il nostro invito, per l’attenzione ed il tempo che ha dedicato al nostro giornale, e per la bellezza degli spunti di riflessione offerti, ci ha promesso un nuovo incontro dove poter immaginare scenari futuri. 

 

www.albertomattiacci.it

 

 




 
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