Incontro con Mario Cardinali
31 marzo, 2015   |  

Sembra passato tantissimo tempo dal barbaro massacro nella redazione del giornale francese “Charlie Hebdo”, dai “Je suis Charlie” in piazza, fatto che ha messo sotto il riflettore, ancora una volta, la folle idea che l’offesa di parola debba essere punita con il sangue. 

E parliamo di libertà e di violenza con Mario Cardinali, direttore del mensile satirico “Il Vernacoliere” che dal 1982 utilizza l’espressività livornese per dissacrare politici di ogni schieramento, esponenti di ogni religione o per ironizzare sulla pubblica moralità.

 

Spesso, e ora ancora più di altre volte, la satira è presa come metro di giudizio per valutare la libertà di espressione. Leggendo il “Vernacoliere” ho scoperto che Lei ci crede fino in fondo alla libertà di espressione, tanto da rifiutare qualsiasi tipo di finanziamento pubblico o privato che sia: niente finanziamenti all’editoria, niente pubblicità.

Per essere liberi bisogna credere fino in fondo a quello che si fa. Noi per fare il Vernacoliere ci basiamo solamente su chi compra il giornale, sugli abbonati. 

Certo ora risentiamo della crisi economica in generale e della crisi dell’editoria cartacea in particolare. E’ finito il periodo d’oro della satira… Per farle capire, negli anni ’90, nel famoso ’92 di “Mani Pulite”, avevamo una tiratura di 80.000 copie, ora siamo scesi a 30mila di media. Però ci manteniamo e viviamo solo di quelle copie lì. 

Non appartenere a partiti, lobbies, logge, parrocchie o cosche ha sicuramente un prezzo ma è il giusto prezzo di continuare a fare quello che si vuole e a continuare a dire ciò che si pensa. E considerando anche “Livornocronaca”, il settimanale di controinformazione nato nel 1961 che nel 1982 ha dato origine al Vernacoliere mensile satirico, sono più di cinquant’anni che esprimiamo le nostre idee liberamente, anche se con molta fatica, qualche querela e alcuni processi, dai quali però siamo sempre usciti assolti. Oltre al mensile editiamo varie pubblicazioni collaterali, partecipiamo con i nostri stand a specifiche manifestazioni come il LuccaComics e facciamo un po’ di merchandising sul nostro sito.

Si fa fatica, ma è ripagata dalla libertà che si ha di non dover dire grazie a nessuno.

 

 

Adesso i tempi sono cambiati, siamo molto lontani dagli anni ’90.

Eh sì, assolutamente. In questo periodo viviamo una crisi non solo economica ma anche sociale, culturale. 

Sono finiti gli entusiasmi che al tempo dei mitici ideali muovevano la società e permettevano anche dibattiti, fermenti d’idee con la speranza di un futuro migliore per tutti, di tempi di pace e di giustizia sociale. Oggi i giovani sono ridotti ad afferrare quello che c’è, spesso senza più nemmeno la voglia di chiedersi se hanno più o meno diritto ad una vita migliore di quella che stanno vivendo. O accettano il mondo che c’è, così com’è, o coloro che non sono figli di papà benestante hanno solo la possibilità di emigrare.

 

 

La satira è anche questo, è una forma di comunicazione e di espressione che è figlia della società. Che satira esiste oggi? Chi la fa la satira?

Tra i collaboratori del Vernacoliere ci sono persone di varia estrazione sociale: abbiamo un direttore d’orchestra, professori universitari, di liceo e di scuola media, alcuni sempre in attività ed altri in pensione, e in anni passati abbiamo avuto anche alcuni operai. La collaborazione al Vernacoliere non è questione di società o di classe. E’ questione di libertà di pensiero, e di pensiero irriverente. La satira è una forma di espressione che non vuole farsela cantare dagli altri, è la voglia di vedere sempre il rovescio della medaglia, è lo sfogo di persone che non vogliono accontentarsi delle spiegazioni ufficiali, che non si vogliono far raccontare che Cristo è morto dal sonno, come si dice a Livorno. Che insomma rifiutano lo stato attuale delle cose, così come ci vengono imposte dagli interessi dominanti.

Attualmente, se si prova a leggere ciò che succede nel mondo, quello che conta è solamente il soldo, l’interesse personale, l’arricchimento per l’arricchimento. Dappertutto egoismi, di singoli e di gruppi dominanti. E questo sentimento è figlio, ma anche padre, di questa crisi economica e sociale che permea il mondo.  

E nei giudizi ci si è livellati, si è ridotta, o è addirittura morta, la ricchezza di esprimersi. E quando muore la ricchezza d’espressione è un lutto per tutti, perché si perde la varietà del pensiero, la varietà e il significato delle cose che sono e che possono essere.

Così come nel resto delle altre manifestazioni di vita, ora anche le forme espressive si sono meccanizzate, industrializzate. Globalizzate e banalizzate, passando

attraverso dei canali tecnici e dei percorsi mentali già precostituiti, già preconfezionati. Basta un click ed è già tutto lì, pronto e servito. La satira invece, così come la intendo io, è anche un esercizio di pensiero, una forma ribelle d’espressione, il contrario del conformismo generale: è la libertà di dire quello che si vuole nella forma che ci vuole.

Ma che sia chiaro, la satira, la nostra satira, non è libertà d’insulto, non è turpiloquio fine a se stesso…E sa quante volte mi hanno rivolto queste accuse, utilizzando noi un linguaggio come quello livornese, così particolarmente colorito di parole legate alla fisicità corporale? 

 

 

Ecco, quali sono i limiti della satira? La si prende a simbolo della libertà di espressione, essendo una forma se vogliamo “border-line”, ma ha dei limiti anche la satira?

Certo che ce li ha. E direi banalmente che sono i limiti previsti dalla legge. Ci sono leggi in Italia, così come in altre parti del mondo, che regolano la libertà di espressione e di satira, in modo che questa non diventi diffamazione, insulto gratuito. Di certo però non può essere un limite il “timore reverenziale” che molti pretendono per le persone importanti, per le istituzioni, perché altrimenti non si si tratta più di satira ma di battutine e di barzellette innocue. Sa, un tempo, per farla rientrare nel diritto garantito dall’art. 21 della Costituzione, la magistratura definiva la satira un po’ così, un esercizio di bonario umorismo… poi ci sono state altre sentenze di Cassazione che l’hanno fatta diventare un po’ più libera, riconoscendola come fondamentale esercizio di libertà del pensiero. Una di queste sentenze – che poi ha fatto giurisprudenza -  riguarda proprio il Vernacoliere.

Nel ’92 uscimmo col titolo “Madonna Trogolona”, riferito chiaramente alla nota pop star e non alla Madonna della cattolicità. E tuttavia fummo accusati di offesa alla Madre di Dio. Il tribunale di Livorno non dette luogo a procedere e la Procura ricorse in appello, cambiando accusa. La cantante, infatti, aveva posato per il libro fotografico “Sex”, e sulla nostra copertina c’era una vignetta col Papa che strabuzzava gli occhi davanti a quel libro: l’accusa della procura era di offesa alla religione cattolica mediante vilipendio del pontefice, per avergli attribuito istinti sessuali. In Appello a Firenze però fummo assolti perché il fatto non costituiva reato, con una sentenza che ha fatto scuola con lo stabilire che la satira è un esercizio fondamentale del diritto alla libera espressione del pensiero.

 

 

Insomma una libertà di satira per tutti.

Sì, ma nei modi consentiti dalla legge. Tante volte dico ai miei collaboratori cosa possono o non possono pubblicare per non cadere per esempio nella diffamazione e in altri reati previsti dal codice penale. E comunque la satira, se è veramente tale, finisce pur sempre per  urtare la suscettibilità di certe persone, di certi sentimenti. Noi però non facciamo satira sul sentimento religioso, ognuno è libero di credere in ciò che vuole. Non sono le religioni il nostro bersaglio, semmai satireggiamo su coloro che utilizzano le religioni per i loro interessi. Come altri usano la lingua.

E mentre negli anni ‘90 i politici per raggirare le persone, per affermare il proprio volere usavano il loro particolare linguaggio, “il politichese”, che era infine una forma di violenza su chi non poteva e non doveva comprendere, ora si usa un’altra violenza fatta di parole semplici, ma ripetute e martellate. Un indottrinamento di massa per il quale la satira è una grande offesa, perché si ribella alla Verità Generale, al Grande Verbo. E la “crisi economica” è anche  il paravento che si usa per far sparire l’idea dei propri diritti. Come è pure un paravento il dire che è per “umanità” che si accolgono gli emigrati disperati, mentre spesso dietro c’è l’interesse a innescare una lotta tra poveri – “loro” e i “i nostri” – per far rinunciare gli uni e gli altri ai propri diritti su un lavoro equamente retribuito.

E per tornare al linguaggio, anche Don Milani insegnava ai ragazzi le cose semplici ma fondamentali per evitare di essere raggirati dalla lingua degli azzeccagarbugli, di essere asserviti o addirittura diventare strumento degli arroganti.

 

 

La satira ha anche una sua forma di educazione?

Se vogliamo… è un esercizio della mente. E’ far scattare la scintilla di un ragionamento. Ora però non c’è molta voglia di discutere. Non c’è neanche la voglia di dubitare. Si vuole credere, ci si vuole affidare a qualcuno che sappia come risolvere la situazione, senza farci pensare che si potrebbe partecipare alla soluzione dei problemi, dire la nostra e non lasciar fare agli altri. Che poi, è chiaro, fanno i propri interessi. A pensarci, il controllo del pensiero generale è proprio il momento nel quale iniziano le dittature. Non quelle militari con i fucili, ma quelle mentali, sociali. Che arrivano al potere abbassando e perfino eliminando i pensieri singoli e la critica sociale.

E’ faticoso discutere ed è faticoso dubitare. Ma ragionare è un bisogno della persona. Ed ora si è persa anche questa abitudine. Non ci sono più scuole di pensiero.

Vede, prima i partiti – tutti, non penso ad uno in particolare – erano sì luoghi di potere, ma al loro interno si discuteva, c’erano fermenti di idee. Ora i partiti sono quasi esclusivamente dei “comitati d’affari”, in funzione del pensiero e degl’interessi di pochi, e gli altri soprattutto tesi a spartirsi quello che c’è. Sono spesso delle bande. Le bande però ci sono se ci sono dei banditi… ma forse questo è meglio che non si dica…

 

 

Ringraziamo ancora, dopo averlo fatto di persona, il Direttore Cardinali per la grande lezione che ci ha dato: è proprio vero: il dubitare, il discutere sono attività faticose, ma sono un bisogno vitale come il ragionare, che è alla base del riconoscersi “esseri umani”.




 
Condivisione Democratica  |  Copyright © 2016  |   Tutti i diritti riservati  |  Disclaimer & Privacy
Testata giornalistica on line di riflessione, proposta e approfondimento politico culturale
Registrata al Tribunale di Roma il 25/09/2012 Reg. n. 273
Direttore Responsabile Gerry Mottola