Incontro con Simone Morichini
1 luglio, 2014   |  

Nato a Roma nel 1976, laureato in Scienze politiche all’Università La Sapienza e dottore di ricerca in Storia delle élite e classi dirigenti. Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine del Lazio e Molise, collabora con la rivista online Daily Green(www.dailygreen.it) curandone la sezione Ecocultura. Lavora nel settore editoriale occupandosi di marketing, distribuzione epromozione libraria per la casa editrice Fermento. Nel 2011 ha pubblicato il libro Per una manciata di libri. Aspetti commerciali nell’editoria. Adora la letteratura scandinava (il finlandese ArtoPaasilinna, in particolare) ed è studioso di lingue straniere (inglese e tedesco).

 

 

Come descriverebbe il nostro Paese?

L’Italia è un grande Paese; ha tantissime potenzialità sia umane che naturali ma sembra che non riesca a credere in sé stessa fino in fondo arrivando a forme di auto diffamazione, da una parte, e di esterofilia gratuita, dall’altra. Non è un caso che un grande scrittore come Carlo Emilio Gadda parlasse della “porca rogna italiana dell’auto denigrazione”. Non scopriamo certo l’acqua calda ricordando la storia e la cultura della Penisola: il talento dei suoi artisti, la bellezza dei suoi luoghi naturali e la grandiosità dei suoi monumenti. Ma l’Italia non può ridursi alla mera celebrazione di un grande passato e all’ineluttabile destino a diventare un enorme museo a cielo aperto; è rappresentata dai suoi “cervelli” in campo scientifico, dai suoi intellettuali e, lasciami dire, dai suoi imprenditori tra i quali vorrei citare il tanto importante quanto dimenticato Adriano Olivetti. Siamo un Paese che non riesce a “fare sistema” ma che, quando ce la fa, dimostra grandissimo spessore meritandosi il giusto rispetto a livello internazionale. La vera ricchezza della Penisola sono proprio i suoi abitanti e, tra le tante risorse inespresse dall’Italia, ci sono senza dubbio le nostre donne.

 

Cosa pensi del governo Renzi? Condivide il suo entusiasmo e la speranza di rinascita? Possiamo parlare di una nuova progettualità?

Il merito principale di Matteo Renzi è quello di aver dato al nostro Paese una salutare “scossa tellurica”. Ed era inevitabile una volta preso atto del ventennio perduto (1994-2014) sotto il profilo delle riforme di cui l’Italia aveva bisogno per recuperare il gap socio-economico nei confronti degli altri Paesi del Continente, specie quelli dell’area del Nord Europa. Renzi sta ridando sicuramente speranza e vigore a un Paese che stava sprofondando nella rassegnazione dell’inevitabile declino, come se non fosse più capace di reinventare sé stesso e darsi una nuova “missione” nel quadro del mondo globalizzato. È ancora presto per dare una valutazione sull’operato di questo Governo dato il suo recente insediamento e date le condizioni politiche generali in cui è nato. Non c’è dubbio che le “larghe intese” rappresentano una fase momentanea nel funzionamento della nostra democrazia e che, mi auguro molto presto, si possa arrivare a una configurazione bipolare del nostro sistema politico con i democratici, da una parte, e i conservatori, dall’altra; un assetto politico finalmente maturo nell’ottica di una democrazia liberale compiuta.

 

Possiamo ancora parlare di ideologie? Oppure dobbiamo ragionare solo in termini di individuazione e risoluzione dei problemi reali del nostro Paese?

È di palmare evidenza che il crollo delle ideologie di stampo novecentesco, soprattutto il comunismo di matrice marxista-leninista, ha favorito un approccio più pragmatico alle sfide del mondo postmoderno. Ed è altrettanto chiaro che questo tipo di approccio ai problemi della contemporaneità possa ridurre, per così dire, la prospettiva utopica dell’umanità che, al contrario, è necessaria per continuare a immaginare prospettive di cambiamento. Occorre seriamente ragionare su quelli che possono essere i valori guida nel XXI Secolo. In una battuta, direi che è necessaria una riflessione di natura culturale sul mondo contemporaneo partendo da alcuni, imprescindibili, punti di riferimento come la dignità delle persone, la certezza del diritto e la possibilità di espansione delle potenzialità di uomini e donne. Una visione pienamente umanistica in cui al centro di tutto ci sia la persona con le sue speranze e le sue aspettative ma anche con i suoi limiti e, come avrebbe detto il grande filosofo del diritto Giuseppe Capograssi, con le sue incertezze. In un quadro, se posso aggiungere, di difesa e valorizzazione del patrimonio ambientale in chiave di green economy. Non dimentichiamoci che il nostro Pianeta, la Terra, è un bene preziosissimo che dobbiamo tutelare al meglio per poterlo poi consegnare alle prossime generazioni.

 

Lei è libero docente in materie editoriali. Quali umori avverte tra i partecipanti? Quali atteggiamenti percepisce tra i corsisti?

Percepisco sensazioni decisamente contrastanti. La voglia diacquisire differenti conoscenze e sviluppare nuove capacità è sempre tanta ma la disponibilità economica a investire in corsidi formazione non è la stessa rispetto ad alcuni anni fa. C’è meno propensione a investire del denaro, specie in questo tempo di crisi economica, in quanto non si è sicuri di raggiungere gli scopi che ci si è prefissati e di avviarsi, successivamente, a un percorso lavorativo. Come conseguenza immediata di ciò, si sconta un mancato ricambio generazionale non solo nel settore dove opero, l’editoria libraria sia tradizionale che digitale, ma anche negli altri ambiti professionali spingendo così a un immobilismo pericoloso specie per coloro che, al contrario, vogliono “salire” sull’ascensore sociale e migliorare la propria condizione di vita.

 




 
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