La bellezza e la verità del condividere
3 novembre, 2012   |  

Condivisione, una parola molto bella che richiama il superamento di divisioni a favore di  un comune sentire e di un’ unità di intenti.

Condividere parte da un significato originario che è quello di dividere con, quindi spartire:  implica quindi la presenza di soggetti  di pari dignità.   Vuol anche dire avere in comune qualcosa con altri: una passione, un sentimento, una visione. Vuole infine significare essere d’accordo, appoggiare, approvare.

 E’ questa l’accezione che meno ci piace, perché si appoggia o si approva ciò che altri hanno deciso, ciò su cui non abbiamo direttamente partecipato e che magari sosteniamo in mancanza di meglio.

Condivisione per noi non può che coniugarsi con partecipazione.  Che non è solo un diritto ma anche, e talvolta di più, un dovere.

Condivisione democratica non vuole quindi essere l’ennesima voce che vuol farsi largo fra le altre e/o che appoggia e sostiene qualcuno in contrapposizione di altri.

Viviamo una fase storica estremamente delicata.

Nostri antichi vizi, una politica miope che ha scaricato sul futuro il peso di un debito finanziario pressoché improduttivo (di cui la sinistra ha anch’essa una responsabilità non piccola), l’incapacità di un pensiero forte, di un modello alternativo al liberismo sfrenato (che talvolta abbiamo assecondato), il decadimento  del senso civico e la corruzione dilagante, la caduta sostanziale delle barriere protettive nei vari paesi, il trionfo incontrastato del capitalismo finanziario che non ha altre regole che il proprio profitto. Tutto ciò ci ha messo, come Paese, in ginocchio.

Risollevarci non è facile. Diventa addirittura proibitivo, il purgatorio (che non sarà breve) potrebbe trasformarsi in un vero e proprio inferno sociale, se disperdiamo le energie in diatribe e divisioni o in rimasticature di politiche che non hanno strumenti, mezzi finanziari e culturali adeguati.

A breve saremo chiamati a fare delle scelte nelle primarie (peraltro di una coalizione che come tale ancora non c’è, come non c’è una legge elettorale cui fare riferimento).

Per limitarci al nostro partito, la scelta non può essere schematizzata fra un “nuovismo” come valore in sé e, di contro, un richiamo all’”usato sicuro”.  Né l’uno, né l’altro, se così ridotti, guardano al futuro.

Serve il nuovo (che non può limitarsi a chi prende il posto di chi) ma serve anche l’esperienza, la prosecuzione del buono che c’è stato e c’è.  Il ricambio deve essere di idee prima di tutto, indipendentemente dall’età anagrafica.

Ma l’età anagrafica quando si coniuga con una visione del mondo e con strumenti interpretativi obsoleti o accettati passivamente, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti,  risulta una zavorra quando pretende dei ruoli attivi. Non lo sarebbe se dedicata a far crescere una nuova generazione di politici con gli occhi rivolti al futuro (non personale).

Non abbiamo bisogno di un leader carismatico, abbiamo bisogno di una lavoro collettivo, partecipato e condiviso, che affronti la prossima campagna elettorale senza illusorie promesse o senza tentativi velleitari di riesumazione di un mondo che non c’è più.

Il leader sarà quello che più saprà incarnare una visione che coniughi realtà e utopia, concretezza e fantasia, e che sappia far recuperare indispensabili comportamenti etici.

Nel nostro piccolissimo ci batteremo per questo.




 
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