La campagna elettorale tra “agende” e problemi reali
26 gennaio, 2013   |  

La campagna elettorale è purtroppo, come al solito, dominata dalla raccolta del consenso dei cittadini e poco rivolta ai problemi reali che affliggono il Paese, ormai da troppi anni in attesa di soluzioni. Questo è il vero problema della nostra immatura democrazia: i partiti che la rappresentano, invece di avere una visione strutturale di lungo periodo del sistema Paese, hanno una visione a “breve” di stampo elettoralistico. Compito dei partiti sarebbe quello di elaborare proposte, coerenti ovviamente con la loro visione della società, finalizzate al bene comune in funzione anche di un arricchimento e di una crescita sociale e culturale dei cittadini, invece di inseguirli ed assecondarli negli interessi particolaristici per catturarne i voti, parlando alla “pancia” anziché alla “testa” del paese. Quello che si vede è infatti un sistema di fazioni in lotta, dove ciascuna coltiva il proprio orticello elettorale senza preoccuparsi di spiegare chiaramente ai cittadini con quali programmi concreti uscire dalla crisi, ma soprattutto come risolvere i problemi urgenti ed annosi dell’Italia, che la rendono ancor più grave. Questo era stato il presupposto del largo sostegno al governo Monti che aveva richiamato tutti i partiti al senso di responsabilità. Non solo è stata un’occasione sprecata, ma si è perso pure il senso dei presupposti alla base di quell’esperienza, anche a causa della “salita” in politica di Monti che ne doveva essere l’arbitro. Circa un anno fa, con l’avvento del governo “tecnico”, ci era stato detto che eravamo sull’orlo del baratro, facendo passare riforme indigeste ed inique come quella del sistema pensionistico ed un aumento indiscriminato delle tasse. Il mantra della spending review, che ci ha accompagnato per circa un anno, scomodando personaggi del calibro di Giavazzi, Bondi ed Amato, non solo non ha dato frutti, ma non ha nemmeno seminato nulla, visto che non se ne sente più parlare concretamente. Adesso sembra che l’emergenza non ci sia più, nonostante un debito pubblico che ha sfondato i 2.000 mld di euro ed una spesa corrente che globalmente continua a crescere; è tutto un fiorire di proposte su come ridurre le tasse mentre nell’agenda elettorale dovrebbero trovare prioritariamente posto, oltre ai temi della crescita e del lavoro, quelli di come aggredire il debito pubblico, ridurre i costi della politica e della pubblica amministrazione, riformare la macchina dello Stato e delle istituzioni compreso il sistema elettorale, combattere lobby e privilegi, vere zavorre dell'economia italiana. Inoltre, ancorché non determinanti ai fini del risparmio della spesa, ma di alto valore simbolico e moralizzatore, si dovrebbe partire dall'abbattimento di tutti i privilegi della casta politica, equiparandola ad un “pubblico servizio”. Il politico dovrebbe essere un "civil servant" che per un periodo della vita sospende le proprie attività (spesso in conflitto di interessi) per dedicarsi al Paese, con una giusta ed equa remunerazione. Privilegi di stampo sudamericano come auto blu, scorte inappropriate, indennità spropositate, pensioni anticipate, utilizzo incontrollato dei “rimborsi elettorali” che, a tutti i livelli (comunale, regionale e centrale) rendono la politica una professione “profittevole”, come si evince anche dalle lotte di questi giorni nei partiti per entrare (o non uscire) dalle liste elettorali. Le rendite dell’occupazione partitica nelle istituzioni civili ed economiche, non fanno che aumentare la distanza con i cittadini alimentando il partito dell’astensione ed il senso di antipolitica. La riduzione dei parlamentari (più in generale del personale politico a tutti i livelli) e dei costi della politica, l’abolizione di tutti i privilegi, la riforma delle forme di finanziamento dei partiti e più in generale del controllo delle risorse pubbliche, una severa legislazione contro la corruzione, dovrebbero essere i presupposti prioritari di un vero programma di spending review da mettere nell’agenda di tutti i partiti, al di là delle pur lecite differenze e visioni della società, nel bene della democrazia e del Paese.




 
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