La gioiosa macchina numero 2…
4 marzo, 2013   |  

Questa volta non ci siamo riusciti fino in fondo.  Non siamo riusciti a perdere del tutto. Ma non siamo riusciti a vincere.  Quando tutto sembrava, ci sembrava, facile, in discesa.

Avvicinandosi il traguardo abbiamo spento i motori, convinti che ci bastasse l’abbrivio. Abbiamo tirato i remi in barca nell’ultima, decisiva settimana. Quella in cui si sparano i botti finali.

Noi siamo stati a guardare quelli degli altri, con aria di sufficienza, certi della nostra ragionevolezza a fronte delle sparate altrui.  Convinti della nostra superiorità intellettuale, del fatto – mille volte dimostratosi falso – che nelle persone prevalga l’intelletto e la ragione e non la passione o l’interesse.

Ora è cominciato il solito rito della caccia al colpevole. Non alle cause e alle responsabilità collettive. No al colpevole singolo, autoassolvendosi tutti gli altri.

Colpa di Bersani. Con Renzi avremmo vinto. E così via.

Perché abbiamo quasi perso e quasi vinto?  Per il semplice fatto che siamo una struttura sclerotica, autoreferenziale, che non sa parlare al cuore della gente perché è troppo presa di sé, dei giochini della politica e, purtroppo dei troppi vantaggi che questa consente ad un certo tipo di gestione del potere.

Non siamo stati in grado – e questo va benissimo – di suggestionare gli elettori facendo leva sul portafoglio, sugli interessi concreti.  In questo è maestro Berlusconi, e ancora una volta – avendolo colpevolmente troppo presto dato per morto – ha dimostrato di non avere rivali e solo per pochi spiccioli percentuali non ha centrato la grande beffa. Abbiamo fatto il miracolo di resuscitarlo.

E’ imperdonabile, ma ancor più lo è stata la sottovalutazione del fenomeno Grillo. Non lui e le sue sparate, ma l’istanza profonda cui ha dato voce.  Un’istanza che molto raccoglie del comune, e quindi anche nostro, sentire.   Se non miri al portafoglio, devi far sognare.  Il sogno dei cinquestelle è quello di una politica diversa, di un ruolo totalmente ridimensionato della casta, della sua vorace invadenza, della sua incapacità di sentire, aldilà di logori slogan, aspirazioni, bisogni, sofferenze del Paese.

Al netto di tante corbellerie e di accenti sgradevoli, ha saputo cogliere sentimenti che pervadono la nostra stessa gente che non a caso nell’ultima settimana – come dimostra lo scarto rispetto agli ultimi sondaggi disponibili – ha migrato verso Grillo.

Il nostro, ci dobbiamo chiedere, è un problema di comunicazione o, ancor più grave, è un problema di distacco dal Paese reale?  L’uno e l’altro, sicuramente.

Ci siamo cullati nell’illusione (illusione o calcolo miope?) che il rito delle primarie, l’aver riempito (ottima cosa) di presenze femminili le nostre liste, esaurisse la veemente richiesta di ricambio che sale dal Paese.  Palliativo evidentemente. Come dimostra con chiarezza il calo impressionante fra quelle settimane e il momento del voto.

E allora non cerchiamo il colpevole, non diamo addosso al povero Bersani. Che sarebbe ed è un ottimo amministratore, certamente un validissimo capo del governo. Ma  non ha la stoffa del leader, del trascinatore, di chi traccia un futuro.

Tutto questo lo sapevamo quando lo abbiamo scelto in luogo dell’azzardo Renzi.  Ma Renzi ha portato un capitale di rinnovamento che è stato congelato, in buona misura depotenziato a vantaggio della struttura, del vecchio.

Non diamo la colpa a Bersani – che, come tutti, accanto ai  numerosi pregi ha i suoi difetti– ma diamola principalmente a tutti quelli che gli stanno intorno e non hanno capito che hanno fatto il loro tempo. E che la loro pervicacia è un danno per noi tutti.

Comunque vadano le cose è un partito da rifondare. Non è solo questione di un ricambio anagrafico (spesso le seconde e terze file sono frutto di cooptazioni, portatrici delle stesse tare).

C’è bisogno di aria nuova, di ripartire dal basso, dalle strutture di base come i circoli, di essere tra la “gente”, di ascoltarla, coinvolgerla, indirizzarne le spinte verso obiettivi comuni.

Ma intanto prendiamoci le nostre responsabilità. Siamo, sia pure di un soffio, la prima coalizione, prendiamoci l’iniziativa come il ruolo ci impone.  Facciamolo a viso aperto. Non piangiamoci addosso. Ma evitiamo, di grazia, i soliti giochetti tattici nelle chiuse stanze (grandi alleanze, scambio di cariche istituzionali, e così via) e dimostriamo di essere veramente quella forza che aspira a governare il Paese.




 
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