La necessità delle riforme
19 marzo, 2014   |  

E’ questo il ritornello che si sente spesso nella discussione politica: la necessità della modifica della vita pubblica, della società, quando non della costituzione, dei regolamenti parlamentari, della vita politica in generale.

La necessità di farle queste riforme poi si scontra con la volontà di farle realmente.

Ora questo mio ragionamento sulla necessità delle riforme nasce dalla lettura, direi decisamente postuma, di un libretto con una intervista a Giorgio Napolitano. In questa intervista, condotta da Eric Hobsbawm, Napolitano risponde testualmente: è storica “La necessità di modificazioni del meccanismo di sviluppo e di direzione dell’economia e della società [...] se si vuole puntare non su una ripresa temporanea e illusoria [...] ma invece su una prospettiva di sviluppo continuativo, organico, equilibrato dell’economia italiana” e continua affermando che “Un asse del nostro discorso è costituito dalla necessità di spostare l’accento da uno sviluppo forzato, artificioso e distorto di consumi privati allo sviluppo di consumi sociali, al soddisfacimento di grandi bisogni collettivi: sviluppo dell’edilizia popolare, riforma e sviluppo dei servizi sanitari, potenziamento e valorizzazione dei trasporti pubblici, sviluppo e riqualificazione delle strutture scolastiche e formative.”.

Più o meno un ritornello che si sente molto spesso in questi ultimi venti anni.

Solo che l’intervista è del 1975! E di acqua sotto il ponte della storia ne è passata moltissima. Nel 1975 ancora non si era formalizzato il “compromesso storico” ma solo teorizzato, non era avvenuto il sequestro Moro, non si era presentato il Partito Socialista di stampo craxiano. In Europa non c’erano ancora stati il presidente Mitterrand in Francia o il Premier Blair nel regno unito che hanno modificato il fine dei partiti di ispirazione socialista e laburista. Né tanto meno una integrazione così forte dell’Europa con l’unione monetaria. Non c’era stata l’apertura al “penta partito” né la deriva “partitocratica” e si parlava di “questione morale”, praticamente vent’anni prima che venisse fuori il caso “mani pulite”.

Questa richiesta di riforme per cambiare una società “ingessata” bloccata dalla burocrazia e per sciogliere i meccanismi economici resi farraginosi dai “mille gradi di giudizio” o dagli “organi competenti” che si sovrappongono direi che è endemica.

La necessità di fare le riforme si scontra non solo con la volontà di farle realmente ma anche – voglio dirlo chiaramente – con il fatto che le riforme sostanziali si sono fatte senza dover cambiare la costituzione.

La nostra “Repubblica Democratica fondata sul lavoro”  e sul parlamento, si è trasformata senza clamore: è stata “repubblica monopartitica” e repubblica presidenziale ed ora – osservano alcuni senza, a mio parere, nessun reale appiglio politico – addirittura una monarchia costituzionale.

Berlusconi ha modificato la repubblica facendola passare dalla seconda alla “terza repubblica” (sarebbe più corretto chiamare così l’attuale assetto condizionato dalla legge elettorale “porcata”, del resto in tutte le parti del mondo quando si cambia la legge elettorale in modo sostanziale cambiando i pesi e i contrappesi preesistenti, si cambia “numero” di repubblica) senza dover cambiare la costituzione ma solamente due righette nella legge elettorale e scrivendo il proprio nome nel simbolo della coalizione che lo sosteneva.

Per gli ultimi sviluppi della nostra repubblica, Marco Travaglio ha scritto un libro intitolandolo “Viva il Re!” con un sottotitolo che è tutto un programma “Giorgio Napolitano. Il Presidente che trovò una Repubblica e ne fece una Monarchia” per spiegare che la nostra repubblica si è indebolita permettendo svariati, troppi, “Governi del Presidente”.

Napolitano, meglio ricordarlo, ha una carriera politica veramente di prestigio: prima dirigente di spicco del maggior partito comunista dell’Europa occidentale, poi Presidente della Camera e Ministro degli Interni e poi  Presidente della Commissione Affari Costituzionali in Europa e poi ancora Senatore a vita e infine Presidente della Repubblica. Il primo e unico ad essere stato eletto per un secondo mandato.

Napolitano ha usato, e continua a farlo, tutti i suoi poteri per permettere un cambiamento profondo nella società e nella vita politica italiana ma con pochi risultati. Ha sostenuto, attirando su di sé valanghe di critiche, la centralità del parlamento chiamando alla responsabilità e alla elaborazione comune quando in molti volevano uno strappo con Berlusconi, e alla qualità della discussione parlamentare quando in parlamento è finito il “ciarpame” che diceva la “Siura Berlusconi”, per questo ha anche nominato dei senatori a vita di prestigio internazionale per allontanare dall’Italia lo spettro del clownismo che faceva di Berlusconi una macchietta comica e dell’Italia un paese in balia di un piazzista. Ha contribuito alla generazione parlamentare di  governi che potessero mettere in sicurezza i conti della spesa pubblica andati fuori controllo con Berlusconi e Tremonti (che sostenevano a parole i tagli ma poi nella pratica la spesa corrente è aumentata!) e che potessero mettere in atto le modifiche del sistema produttivo con ministri che potessero “usare il cacciavite” (come diceva Prodi) e non “l’accetta” come sosteneva Tremonti.

La via per le riforme non è finita. Ma dobbiamo riconoscere a Napolitano la coerenza e la determinazione per conseguirle. Almeno negli ultimi quaranta anni.




 
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