La palude del vuoto
27 febbraio, 2014   |  

Un dialogo-intervista a Ernesto G. Laura

Scrivere di cultura è sicuramente una bella sfida e l’occasione nasce da una piacevole quanto mai profonda intervista – dialogo con Ernesto G. Laura su “La Grande Bellezza” di Sorrentino, film canditato ai prossimi oscar come miglior film straniero. Le varie curiosità nate da una visione privata del film si sono trasformate in un escursus sul cinema dal neorealismo di Rossellini e De Sica al surrealismo di Fellini, arricchita dai tanti “mi ricordo” che donano, parola dopo parola, un valore unico a questa chiacchierata che spazia dall’arte alla società passando attraverso tutta l’Italia e gli italiani.

D. “La Grande Bellezza” dopo aver vinto diversi premi internazionali è arrivata alla Notte degli Oscar. A cosa è dovuto questo successo?

E. Sicuramente il successo per un film straniero negli Stati Uniti si ha quando il messaggio è universale, quando supera i confini nazionali ed è comprensibile in Italia come in Europa e nel resto dell’occidente, se non proprio nel resto del mondo. E questo è quello che è successo a “La Grande Bellezza”: la rappresentazione della decadenza della società italiana si riflette nella decadenza della società occidentale. Racconta di un vuoto che avvolge tutte le società. Un “messaggio universale” così come lo erano i film di Fellini o i film neorealisti.

D. Mi hanno colpito i personaggi di Romano e Ramona costruiti su misura per 2 attori, Verdone e Ferilli, legati in modo indissolubile alla città, e poi il personaggio di Jep che romano non è, ma che vive nella città ancora più a suo agio degli altri due. I riferimenti, a volte decisamente palesi, alle opera felliniane sono diversi ma nei vari commentari ne ho sentito parlare praticamente nulla.

E. A tal proposito è necessario fare una piccola digressione. Il lavoro dei critici cinematografici dei quotidiani è veramente particolare, normalmente si vede un film due giorni prima dell’uscita nelle sale e per il giorno successivo deve essere pronto il pezzo da pubblicare. Questo se non si va poi alle mostre dove i film in concorso sono mediamente tre al giorno, se non si vogliono vedere e commentare anche i film fuori-concorso. Un lavoro a “catena di montaggio”: questi ritmi non permettono proprio l’operazione di assimilare il contenuto di un film, di elaborarne la complessità e di farlo proprio. Soprattutto se il film non è banale. E “La Grande Bellezza” non lo è. C’è una analisi della vacuità del mondo artistico, delle speranze mal riposte, della decadenza dei valori ma soprattutto dello spessore delle cose. I personaggi interpretati da Verdone, finalmente, come ha sempre voluto, a suo agio in una opera non comica, e da Ferilli, che da una grande prova di se, rappresentano questo, il romano che è consumato da Roma. Una “Mamma Roma” che permette a tutti di fare tutto ciò che vogliono, vivendo quella “dolce vita” che poi li delude. Jep invece è più disincantato pensa che Roma “fa perdere tanto tempo”, piena di trasgressione assolutamente fine a se stessa.


D. Eppure i riferimenti a Fellini ci sono. Partendo dalla frase sul “mostro marino” tra Jep e Ramona e poi le immagini: le giraffa e i fenicotteri, i monumenti visti a lume di candela, l’anima degli scorci romani, la riscoperta di bellezze già conosciute ma viste sotto una altra prospettiva come in un sogno.

E. Ce ne sono eccome di riferimenti. “La Grande Bellezza” è una ri-scrittura, dopo più di 50 anni de “La Dolce Vita”, ma mentre il Marcello de “La Dolce Vita” è un giovane alle prime armi che rimane affascinato dal mondo a pajette di Via Veneto, il Jep de “La Grande Bellezza” è uno che di quel mondo è stanco, deluso e sebbene viva avvolto in questo cinismo – memorabile la descrizione preventiva di quello che farà al funerale del ragazzo – mantiene una sua umanità. E’ lui che convince il suo amico Romano a lasciare Roma per tornare al paesello o a raccogliere la verità sulla vita di Ramona. “La Dolce Vita” si apre con una trasgressione mentre “La Grande Bellezza” con un frastuono che supera le parole di tutti, con musica e balli a volte ridicoli. E se “La Dolce Vita” è pervasa dal senso del peccato e dalla sacralità delle cose, e della vita stessa, ne “La Grande Bellezza” tutto questo non c’è più.
Ecco, pur valendo la premessa fatta prima, va riscontrato che spesso si descrivono le immagini ma senza una valutazione della tecnica del linguaggio utilizzato per la costruzione di quella immagine o del messaggio celato nelle immagini. In film è, come dice, un racconto anche surreale, onirico, e non ci si può soffermare solo sul primo senza valutare anche il secondo. Il surreale è un ponte che unisce il sogno con la realtà, per interpretare e capire la realtà. La visita ai musei per esempio legano gli occhi stupiti, quasi persi, della “principessa” Ramona davanti a tante opere d’arte agli occhi sazi e consapevoli di Jep che ne è moderatamente beato. Come a dir che la bellezza diventa tale non solo quando è disponibile, ma quando ci si approccia per assorbirla.

D. La complessità del film però non ha scoraggiato gli spettatori penso sia uno dei pochi casi di film di spessore che vanno anche bene al botteghino.

E. In questo c’è un errore. “La Grande Bellezza” racconta di un vuoto che ha creato una palude nella quale siamo invischiati, ma dalla quale c’è voglia di riemergere, di lavorare per uscirne. Di risalire, faticosamente, come faceva alla fine del film “La Santa”. E il pubblico ha interiorizzato questo messaggio. C’è voglia di altro. Sono troppi i politici o i “cardinali” che perdono tempo in chiacchiere inutili. Non è un caso che il numero degli spettatori dei “cine-panettoni” sia in declino mentre stiano andando bene film con chiavi di lettura complesse.

D. Tony Servillo presta la faccia a Sorrentino per raccontarci di questo mondo, ma la presta anche ad Andò per un “Viva la libertà” che fa un ragionamento delicatamente politico sulla stessa decadenza italiana.

E. Quella che è ferma è la società italiana. La diffusione della cultura e la politica ne sono gli specchi. Ma ne possono essere anche gli stimoli a cambiar rotta. La politica può essere fatta con una dialettica più produttiva e meno distruttiva, con l’elaborazione diffusa e non con l’osannare un leader…e con un pizzico di follia che spazzi via il calcolo e le tattiche estenuanti.

 

Marcella Simonetta

Giorgio Gabrielli




 
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